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Philip Roth e il mistero dell’identità: il viaggio vertiginoso di Operazione Shylock

Pubblicato: 10/06/2026 14:57

Esistono libri che sembrano nascere da un’idea narrativa; altri da un’immagine; altri ancora da un’ossessione. Operazione Shylock di Philip Roth nasce da una persecuzione. Non quella degli uomini contro gli uomini, che pure attraversa ogni sua pagina, ma quella più sottile e inesorabile dell’io contro sé stesso. Pochi scrittori contemporanei hanno inseguito la propria ombra con la tenacia di Roth. In questo romanzo, forse il più enigmatico e vertiginoso della sua maturità, l’ombra finisce per assumere un corpo, un nome, una voce. E soprattutto un volto: il suo.

A Gerusalemme, durante il processo a John Demjanjuk, l’uomo accusato di essere uno dei carnefici di Treblinka, Philip Roth scopre che qualcuno si aggira per la città fingendosi lui. Lo chiamano Philip Roth. Tiene conferenze. Espone teorie. Seduce interlocutori. Diffonde una singolare dottrina politica, il diasporismo, secondo la quale gli ebrei dovrebbero abbandonare Israele e ritornare in Europa. Da questo punto di partenza, che nelle mani di altri sarebbe diventato un gioco letterario, nasce uno dei grandi romanzi sull’identità del nostro tempo.

Il tema del doppio attraversa tutta la letteratura occidentale come un fiume sotterraneo. Da Hoffmann a Dostoevskij, da Poe a Kafka, il sosia è sempre l’annuncio di una catastrofe interiore. Ma Roth introduce una variazione decisiva. Il suo doppio non è soltanto una creatura della psiche; è una figura storica. Vive dentro il dramma dell’ebraismo contemporaneo, dentro il conflitto tra diaspora e Israele, tra memoria e appartenenza, tra la sicurezza dello Stato e l’inquietudine dell’esilio.

Così il romanzo assume una dimensione quasi talmudica. Ogni affermazione genera il proprio contrario. Ogni identità si sdoppia. Ogni verità si rifrange in una serie di interpretazioni concorrenti. Roth non costruisce una trama: costruisce un interminabile processo. E come in ogni autentico processo, non sappiamo mai chi sia il giudice e chi l’imputato.

Sul fondo si muove la presenza immensa della Shoah. Non come memoria pietrificata, ma come interrogazione incessante. Il processo Demjanjuk che attraversa il libro rappresenta il tentativo della storia di dare un nome al male. Ma Roth sa che il male sfugge alle definizioni giuridiche così come l’identità sfugge alle definizioni psicologiche. Entrambi eccedono ogni formula.

La straordinaria originalità di Operazione Shylock consiste nel fatto che l’autore trasforma sé stesso in un personaggio romanzesco e, contemporaneamente, il personaggio in un autore possibile. Non esiste più un punto fermo. L’uomo che scrive e l’uomo che viene scritto finiscono per coincidere e separarsi senza sosta, come immagini riflesse in due specchi contrapposti.

Raramente Roth è stato così ironico. Raramente è stato così serio. L’ironia non attenua il dramma: lo rende più profondo. Si ride molto leggendo queste pagine, ma è il riso inquieto che accompagna la scoperta di una verità scomoda. Che l’identità non sia una sostanza ma una finzione. Che ciascuno di noi sia abitato da molteplici versioni di sé stesso. Che il volto con cui attraversiamo il mondo sia forse soltanto una delle nostre possibili maschere.

Alla fine del libro resta l’impressione di avere assistito a una disputa infinita tra un uomo e il proprio riflesso. O forse tra la letteratura e la realtà. Roth non decide. Sa che le questioni essenziali non conoscono soluzione. Possono soltanto essere raccontate ancora una volta.

Ed è precisamente ciò che fa in questo romanzo magnifico e sfuggente: inseguire il mistero dell’identità fino al punto in cui essa si dissolve, lasciando dietro di sé soltanto una voce. La sua. E quella del suo sosia.

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