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Da Fascisti immaginari al patentino antifascista, il degrado di una sinistra che inventa nemici

Pubblicato: 17/06/2026 07:28

Nel 2003 presentai a Roma, insieme a Luciano Lanna, il nostro libro Fascisti immaginari. Non era un libro qualsiasi e non era neppure un generico testo sulla destra. Era un viaggio nell’immaginario del neofascismo, dentro i suoi simboli, le sue canzoni, le sue letture, le sue estetiche, le sue contraddizioni, le sue mitologie giovanili e politiche. A renderlo ancora più significativo c’era la prefazione di Filippo Ceccarelli, giornalista, scrittore e grande cronista della politica italiana. A discuterne con noi vennero Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, Giampiero Mughini e Franco Cardini. Davanti alla Camera, nel cuore politico della Repubblica.

Quella scena oggi sembra quasi più scandalosa del libro stesso. Un sindaco di sinistra che si siede con due autori di destra per discutere l’immaginario neofascista. Uno storico come Cardini che attraversa il tema senza paura delle categorie facili. Un giornalista come Ceccarelli che firma la prefazione a un lavoro nato dentro quella zona mobile, irregolare, contraddittoria della memoria politica italiana. Un confronto pubblico, non una confessione ideologica, non un tribunale morale, non una pratica da autorizzare. Veltroni disse anche una cosa oggi quasi impronunciabile, cioè che esisteva un immaginario condiviso tra destra e sinistra. Non una fusione delle storie, ma un terreno comune di linguaggi, inquietudini, ribellioni, estetiche e miti generazionali.

Dal confronto pubblico alla dogana ideologica

Ventitré anni dopo, siamo arrivati al patentino antifascista per gli editori. Il salto è enorme e racconta meglio di mille analisi il peggioramento del clima culturale italiano. Allora si poteva parlare davanti alla Camera di un libro sull’immaginario del neofascismo, con il sindaco di Roma seduto al tavolo, uno storico autorevole a discutere e un grande cronista politico in apertura del volume. Oggi una fiera del libro sente il bisogno di chiedere una dichiarazione preventiva, come se il problema fosse una marcia editoriale in camicia nera pronta a conquistare gli stand.

Questo non è antifascismo forte. È antifascismo debole, burocratico, impaurito, ridotto a modulo. Una cultura sicura di sé discute, attacca, legge, smonta, contesta, interpreta. Una cultura insicura filtra, certifica, controlla, sospetta. La differenza è tutta qui. Nel 2003 il conflitto culturale esisteva ancora come spazio vivo. Nel 2026 rischia di diventare una procedura d’ingresso. Dove prima c’era un tavolo con posizioni diverse, oggi c’è un foglio da firmare. Dove prima c’era politica, oggi c’è amministrazione della purezza.

Il problema vero non è un fascismo emergente pronto a tornare nelle forme storiche del Novecento. Il problema è una sinistra che troppe volte non sa più quali contenuti offrire e allora torna alla formula più comoda. Quando mancano idee credibili sul lavoro, sulla sicurezza, sulla scuola, sulla casa, sull’Europa, sulla nazione, sulla libertà, resta il nemico. E il nemico più facile da evocare è sempre lo stesso. Un fascismo permanente, elastico, immaginario, buono per ogni stagione polemica.

Il degrado retorico di una sinistra senza contenuti

Questo è il vero degrado. Non lo scontro politico, che è necessario. Non la memoria storica dell’antifascismo, che appartiene alla Repubblica. Il degrado è l’uso retorico e moralistico dell’antifascismo come sostituto della politica. Quando non si riesce più a parlare al Paese, si parla contro un fantasma. Quando non si riesce più a costruire un popolo, si costruisce un allarme. Quando non si riesce più a produrre identità, si distribuiscono certificati. Il risultato è una sinistra più rumorosa, ma meno profonda.

Il paradosso è quasi perfetto. Nel 2003 il nostro libro si intitolava Fascisti immaginari perché provava a leggere un mondo simbolico, culturale, emotivo e politico nella sua complessità. Oggi una parte della sinistra sembra avere bisogno dei suoi fascisti immaginari, ma non per capirli. Le servono per agitarli. Le servono come spauracchio, come collante, come riflesso automatico. Non importa che il fascismo reale, storico, organizzato, totalitario, non sia alle porte. Importa che la sua evocazione funzioni.

Il bipolarismo muscolare ha aggravato tutto. Ha trasformato ogni confronto in una prova di fedeltà, ogni sfumatura in sospetto, ogni dialogo in tradimento. In questa logica, Veltroni che discute davanti alla Camera con gli autori di un libro sull’immaginario del neofascismo diventerebbe oggi un caso politico, una polemica social, forse una scomunica preventiva. Non contano più le idee. Conta la postura. Non conta capire l’avversario. Conta dimostrare che l’avversario non dovrebbe nemmeno stare nel campo.

Per questo il patentino antifascista non è soltanto una sciocchezza burocratica. È il sintomo di una resa culturale. Racconta una sinistra che ha perso il gusto della battaglia delle idee e lo ha sostituito con il controllo morale. Nel 2003 si discuteva di Fascisti immaginari davanti alla Camera, con Veltroni e Cardini, dentro un libro aperto dalla prefazione di Ceccarelli. Nel 2026 si chiedono firme preventive agli editori. La distanza sta tutta qui. Non è cresciuto il fascismo. È diminuita la sinistra.

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Ultimo Aggiornamento: 17/06/2026 07:40

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