
È diventata definitiva la condanna a 24 anni di reclusione per Alessia Pifferi, la donna accusata di aver lasciato morire la figlia di appena 18 mesi dopo averla abbandonata sola in casa per sei giorni. La decisione è arrivata dalla Corte di Cassazione, che ha respinto i ricorsi presentati sia dall’accusa sia dalla difesa, mettendo così la parola fine a uno dei casi di cronaca più sconvolgenti degli ultimi anni.
La vicenda risale al luglio del 2022, quando la piccola fu trovata senza vita in un appartamento di Ponte Lambro, nell’area metropolitana di Milano. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la bambina era rimasta da sola per giorni, senza cure adeguate, fino a morire per stenti e disidratazione.
In primo grado, il 13 maggio 2024, la Corte d’Assise aveva condannato Pifferi all’ergastolo per omicidio volontario aggravato. I giudici avevano riconosciuto le aggravanti dei futili motivi e del vincolo parentale, disponendo inoltre una misura di libertà vigilata per tre anni al termine della pena.
La sentenza era stata però parzialmente modificata in Appello il 5 novembre 2025. In quella sede, i magistrati avevano escluso l’aggravante dei futili motivi e riconosciuto le attenuanti generiche come equivalenti a quella del rapporto di parentela, riducendo così la pena a 24 anni di carcere.
Una decisione che non aveva convinto la Procura generale di Milano, la quale aveva scelto di impugnare la sentenza davanti alla Suprema Corte. L’avvocata generale Lucilla Tontodonati aveva sostenuto che la concessione delle attenuanti fosse priva di una motivazione adeguata e caratterizzata da elementi di contraddittorietà.
Nel ricorso, l’accusa aveva definito la condotta dell’imputata di una gravità eccezionale, sottolineando come la bambina fosse stata lasciata sola in condizioni estreme, senza acqua e cibo sufficienti e in presenza di temperature particolarmente elevate. Secondo la Procura, tali circostanze avrebbero reso ingiustificata qualsiasi attenuazione della pena.
Analoga posizione era stata assunta dall’avvocato Emanuele De Mitri, legale della nonna e della zia della bambina, entrambe costituite parti civili nel procedimento. Anche loro avevano chiesto l’annullamento della sentenza d’Appello e una nuova valutazione del caso.
Di segno opposto il ricorso presentato dalla difesa di Pifferi. L’avvocato Cristian Scaramozzino aveva sostenuto che i giudici non avessero valutato in maniera sufficiente alcuni aspetti legati alla situazione personale, familiare e psicologica dell’imputata, chiedendo quindi una revisione della pena.
La Cassazione ha però respinto entrambe le richieste, confermando integralmente la sentenza di secondo grado. La condanna a 24 anni di reclusione diventa così definitiva, chiudendo sul piano giudiziario una vicenda che ha profondamente scosso l’opinione pubblica italiana e acceso un ampio dibattito sul tema della tutela dei minori.


