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Biennale, l’Ue taglia 2 milioni dopo il ritorno della Russia: la linea di Buttafuoco porta allo scontro con Bruxelles

Pubblicato: 11/07/2026 22:27

La Commissione europea ha raccomandato la revoca del finanziamento comunitario da 2 milioni di euro assegnato alla Biennale di Venezia, portando alle estreme conseguenze lo scontro aperto dalla decisione di riammettere il padiglione russo all’Esposizione internazionale d’arte del 2026. Ad annunciarlo è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, secondo la quale le risposte fornite dalla Fondazione veneziana non hanno chiarito né risolto le contestazioni sollevate da Bruxelles. La raccomandazione è stata trasmessa all’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, che gestisce concretamente il contributo, destinato anche ad attività cinematografiche e allo sviluppo di tecnologie immersive. «La cultura in Europa, finanziata con i soldi dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici», ha affermato Virkkunen, osservando che quei valori «non sono rispettati nella Russia di oggi».

Al centro della vicenda c’è il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, che ha rivendicato fino in fondo la scelta di consentire il ritorno ufficiale di Mosca, assente dall’Esposizione d’arte dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Nel 2022 erano stati gli stessi artisti e il curatore russi a ritirarsi dopo l’attacco; nel 2024 l’edificio dei Giardini era stato concesso alla Bolivia, mentre l’ultima partecipazione ufficiale della Federazione risaliva al 2019. Buttafuoco ha sostenuto che la Biennale non potesse trasformarsi in un tribunale politico e che l’arte dovesse rimanere uno spazio di confronto, dialogo e libertà, senza esclusioni preventive. La Fondazione ha inoltre ricordato che il padiglione, costruito nel 1914, appartiene alla Russia e che i Paesi riconosciuti dall’Italia possono partecipare comunicando la propria presenza, senza la necessità di un invito formale. Una posizione che ha trasformato il ritorno russo in una battaglia sull’autonomia della cultura, ma ha provocato una crisi istituzionale con il governo italiano e con l’Unione europea.

Dai contatti riservati allo scontro con l’Europa

La riapertura non sarebbe stata però una decisione maturata all’ultimo momento. Le corrispondenze emerse nei mesi della polemica hanno mostrato che le interlocuzioni tra i vertici della Biennale e la commissaria del padiglione russo, Anastasia Karneeva, erano cominciate già nel giugno 2025. Nei messaggi figuravano anche il direttore generale della Fondazione Andrea Del Mercato e lo stesso Buttafuoco. Nel gennaio 2026 Karneeva avrebbe trasmesso il progetto completo dell’allestimento, con testi, materiali e immagini, chiedendo anche che la Russia fosse nuovamente inserita nell’elenco ufficiale dei Paesi partecipanti e nelle mappe della manifestazione. Il progetto, intitolato The Tree Is Rooted in the Sky, prevedeva una serie di performance da registrare durante le giornate di anteprima e da mostrare successivamente attraverso proiezioni visibili dall’esterno. La soluzione finale stabiliva infatti l’apertura del padiglione soltanto durante le giornate riservate alla stampa e agli operatori, dal 5 all’8 maggio, mentre dal 9 maggio l’edificio sarebbe rimasto chiuso al pubblico, con la documentazione video delle esibizioni trasmessa dalle finestre.

Le prime reazioni ufficiali erano arrivate all’inizio di marzo. Il ministero della Cultura aveva preso le distanze dalla Fondazione, precisando che la partecipazione russa era stata decisa in piena autonomia dalla Biennale e nonostante l’orientamento contrario del governo. Anche l’Ucraina aveva chiesto l’estromissione di Mosca, accusando la Russia di utilizzare la cultura come strumento di legittimazione mentre continuava la guerra e la distruzione del patrimonio artistico ucraino. Il 9 marzo Virkkunen e il commissario europeo alla Cultura Glenn Micallef avevano espresso pubblicamente la contrarietà della Commissione; il giorno successivo rappresentanti di 22 Paesi europei avevano contestato la presenza russa. Kiev aveva inoltre imposto sanzioni a cinque esponenti coinvolti nel padiglione: Karneeva, il rappresentante russo per la cooperazione culturale internazionale ed ex ministro Mikhail Shvydkoy e gli artisti Artem Nikolaev, Ilya Tatakov e Valeria Oleinik. Karneeva era finita al centro delle critiche anche per i suoi legami familiari con i vertici di Rostec, il conglomerato statale russo attivo nel settore della difesa.

Ad aprile lo scontro era diventato economico. Il 10 aprile l’Eacea aveva inviato a Buttafuoco una lettera con cui avviava la procedura per la possibile revoca del contributo, concedendo alla Biennale trenta giorni per rispondere o modificare la propria posizione. Bruxelles contestava una possibile violazione delle condizioni etiche e politiche legate alla sovvenzione, sostenendo che gli eventi finanziati dai contribuenti europei dovessero promuovere democrazia, dialogo, diversità e libertà di espressione. La Fondazione aveva replicato difendendo la propria autonomia e aveva poi trasmesso ulteriori chiarimenti per scongiurare il taglio. La Commissione, non soddisfatta, aveva inviato complessivamente tre lettere: ancora il 12 giugno aveva concesso altri trenta giorni per rispondere alle questioni rimaste irrisolte. La decisione comunicata l’11 luglio rappresenta dunque il risultato di una procedura durata tre mesi, e non una reazione improvvisa alla sola apertura del padiglione.

La vicenda aveva nel frattempo travolto l’intera edizione della Biennale. Alla fine di aprile il ministro Alessandro Giuli aveva disposto l’invio di ispettori alla Fondazione e aveva annunciato che non avrebbe partecipato all’inaugurazione, segnando una netta distanza da Buttafuoco. Il 30 aprile tutti e cinque i componenti della giuria internazionale si erano dimessi, nel pieno delle tensioni sulla presenza di Russia e Israele e sulla possibilità di escluderli dai riconoscimenti. Buttafuoco aveva reagito ribadendo che la Biennale non era un tribunale e che «l’unico veto» dovesse essere quello contro le esclusioni preventive, presentando la manifestazione come una sorta di luogo universale dell’arte, aperto anche ai Paesi coinvolti nei conflitti. Nei giorni dell’anteprima, però, davanti al padiglione russo erano esplose le proteste delle Pussy Riot, insieme ad attiviste ucraine e di Femen, con fumogeni, bandiere dell’Ucraina e slogan contro la normalizzazione della presenza di Mosca. La struttura era stata temporaneamente chiusa, mentre una seconda manifestazione si era spostata davanti alla sede della Fondazione.

Buttafuoco non aveva arretrato. All’apertura aveva difeso una Biennale «libera e audace», respingendo quelli che considerava tentativi di censura politica e rivendicando il diritto dell’istituzione a ospitare espressioni culturali provenienti anche da Stati contestati. A sostegno della sua linea si erano espressi intellettuali come Massimo Cacciari e Luciano Canfora, secondo i quali l’arte non può essere sottoposta a esclusioni politiche e la minaccia europea di ritirare i finanziamenti avrebbe assunto un carattere ricattatorio. Dall’altra parte, Bruxelles ha considerato insufficiente la distinzione tra partecipazione artistica e rappresentanza ufficiale di uno Stato impegnato nella guerra contro l’Ucraina. Lo stop ai 2 milioni di euro chiude così, almeno sul piano finanziario, un confronto iniziato molto prima dell’apertura della mostra: da una parte la linea di Buttafuoco sulla Biennale come spazio senza frontiere né interdizioni, dall’altra quella dell’Unione europea, secondo cui l’autonomia culturale non può obbligare i contribuenti comunitari a finanziare iniziative ritenute incompatibili con i valori democratici e con la politica europea nei confronti della Russia.

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