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Processo per il femminicidio di Pamela Genini, in aula i messaggi prima della morte: “Tesò, ho paura”

Pubblicato: 13/07/2026 14:03

Entra nel vivo davanti alla Corte d’Assise di Milano, presieduta da Antonella Bertoja, il processo a carico di Gianluca Soncin, l’imprenditore di 53 anni accusato del femminicidio dell’ex compagna Pamela Genini, la 29enne originaria di Strozza uccisa il 14 ottobre 2025 dopo aver deciso di interrompere la relazione.

L’imputato, presente in aula, deve rispondere di omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dai futili motivi, dalla crudeltà e dal fatto di aver agito nei confronti dell’ex partner. Accuse che, se confermate, potrebbero portare alla condanna all’ergastolo. Soncin è da considerarsi presunto innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

In aula il video della bodycam e la telefonata al 112

Durante l’udienza è stato proiettato il filmato registrato dalla bodycam degli agenti delle Volanti intervenuti nell’appartamento, preceduto dall’audio della chiamata al 112 effettuata da Francesco Dolci, amico della vittima.

A ricostruire gli ultimi istanti di vita di Pamela è stata Serafina Di Vuolo, responsabile dell’Ufficio Prevenzione Generale della Questura di Milano, insieme alla responsabile del dipartimento violenze di genere Letizia Mannella.

Secondo quanto emerso in aula, gli agenti trovarono la giovane gravemente ferita dopo essere stata raggiunta da 76 coltellate. Le immagini mostrano anche il momento in cui Soncin avrebbe cercato di impedire l’ingresso dei poliziotti, chiudendo loro la porta davanti, prima di procurarsi ferite ai polsi in quello che gli inquirenti hanno ricostruito come un tentativo di suicidio.

I messaggi WhatsApp: “Chiama la polizia”

Tra gli elementi più drammatici emersi nel processo ci sono i messaggi WhatsApp scambiati tra Pamela Genini e Francesco Dolci mentre l’uomo si trovava già nell’abitazione.

«Non so che fare, chiama la polizia. È da denuncia… digli di non suonare», scriveva inizialmente la giovane.

Pochi minuti dopo il tono diventava ancora più disperato: «Tesò ho paura, ha fatto il doppione delle mie chiavi ed è entrato ora in casa. Non so che fare, chiama la polizia».

Seguivano altri messaggi: «Ho paura, ti rendi conto cosa ha fatto», fino all’ultimo SOS inviato alle 21.52: «Tesò, che faccio?».

Dolci cercava di rassicurarla: «Sta arrivando la polizia, li ho chiamati e sto arrivando pure io. Apri sotto, che sono giù con la polizia».

Alle 21.59 e 58 secondi, secondo la ricostruzione illustrata in aula, Pamela era ancora viva. Sentendo suonare il citofono riuscì a rispondere pronunciando la frase: «Glovo, secondo piano», un espediente che gli investigatori hanno interpretato come un chiaro segnale del pericolo in cui si trovava.

Una relazione segnata da violenze e gelosia

La testimonianza di Serafina Di Vuolo ha descritto un rapporto caratterizzato da continue tensioni, episodi di violenza e dalla gelosia ossessiva dell’imputato, che non avrebbe accettato la fine della relazione.

Agli atti del processo figurano anche messaggi precedenti al delitto. In uno, risalente al dicembre 2024, Soncin avrebbe scritto a Pamela: «Quando c’è amore una sberla non cambia niente». Nel febbraio successivo, secondo l’accusa, l’avrebbe aggredita provocandole lesioni al volto.

La sera dell’omicidio, sempre secondo la ricostruzione della Procura, l’uomo sarebbe arrivato a Milano armato. Durante le perquisizioni nella sua abitazione di Cervia gli investigatori hanno sequestrato una pistola e diversi coltelli. Due coltelli sarebbero stati portati con sé quella sera: uno trovato nell’auto dell’imputato e l’altro recuperato nell’appartamento accanto al corpo della vittima.

L’inchiesta parallela sulla profanazione della tomba

Parallelamente al processo per l’omicidio prosegue a Bergamo l’indagine sulla profanazione della tomba di Pamela Genini, dalla quale è stata sottratta la testa della giovane, mai ritrovata.

Per questa vicenda l’unico indagato è Francesco Dolci, amico ed ex fidanzato della vittima, che la sera del delitto chiamò il 112.

La difesa di Dolci, rappresentata dall’avvocato Cassarà, ha annunciato una squadra di consulenti composta dall’ex comandante del Ris Luciano Garofano, dal genetista forense Marzio Capra e dall’investigatore Ezio Denti, sostenendo che negli atti dell’inchiesta sarebbero presenti elementi idonei a dimostrare l’estraneità dell’indagato.

Il legale ha inoltre precisato che, allo stato, Francesco Dolci non è indagato per bancarotta né per altri reati economici, ma sarebbe soltanto oggetto di verifiche da parte della Guardia di Finanza. Anche in questo procedimento vale il principio della presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento definitivo delle responsabilità.

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