
Il momento della nascita rappresenta uno degli eventi più significativi nella vita di una famiglia. Proprio per questo le strutture sanitarie adottano protocolli rigorosi per garantire la corretta identificazione dei neonati e scongiurare qualsiasi possibilità di errore. Procedure che hanno l’obiettivo di tutelare i bambini e i loro genitori fin dai primi istanti successivi al parto.
Quando questi meccanismi di sicurezza non funzionano, però, le conseguenze possono essere profonde e lasciare segni destinati a protrarsi nel tempo. Non si tratta soltanto di un errore organizzativo, ma di una vicenda che può incidere sul piano emotivo e psicologico delle persone coinvolte. È quanto emerge dalla sentenza pronunciata dal Tribunale civile di Avellino, che ha riconosciuto un importante risarcimento a una madre dopo lo scambio di due neonate avvenuto in una clinica privata.
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Lo scambio delle neonate dopo il parto
La vicenda risale al 2017, quando due bambine, nate a poche ore di distanza nella stessa struttura sanitaria, furono scambiate durante le operazioni successive al parto.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento civile, l’errore si verificò durante le procedure di vestizione e di affidamento delle piccole alle rispettive madri. Per circa tre giorni entrambe le donne accudirono e allattarono una bambina che, in realtà, non era la propria figlia.
Lo scambio rimase inosservato fino al momento delle dimissioni dalla clinica. Fu allora che una delle neonate venne accompagnata a una visita oculistica per un gonfiore agli occhi. In quella circostanza una delle madri, insospettita, decise di controllare il numero identificativo riportato sul braccialetto della bambina, confrontandolo con quello che ricordava le fosse stato assegnato dopo il parto.
Da quella verifica emerse l’errore, che spinse immediatamente la direzione sanitaria ad avviare tutti gli accertamenti necessari, compreso il test del Dna, il quale confermò definitivamente lo scambio delle due bambine.

La sentenza del Tribunale civile di Avellino
A distanza di anni dai fatti è arrivata la decisione del Tribunale civile di Avellino, che ha condannato la clinica privata al pagamento di un risarcimento superiore ai 100mila euro in favore di una delle due madri coinvolte.
Il giudice ha riconosciuto il grave danno psicologico e i danni morali subiti dalla donna in conseguenza dell’errore commesso dalla struttura sanitaria.
La sentenza rappresenta il primo pronunciamento in sede civile sulla vicenda e riguarda esclusivamente la madre che ha scelto di promuovere l’azione legale nei confronti della clinica per ottenere il risarcimento.
L’inchiesta e la responsabilità della struttura
Dopo la scoperta dello scambio era stata aperta un’inchiesta per accertare eventuali responsabilità.
Il procedimento penale venne successivamente archiviato, poiché quanto accaduto fu ritenuto il risultato di una grave negligenza ma privo di rilevanza penale in assenza di dolo.
Diversa, invece, la valutazione compiuta in sede civile. Nel corso del processo il tribunale ha ritenuto sussistente la responsabilità della struttura sanitaria per le conseguenze subite dalla madre.
Secondo quanto emerso durante il giudizio, la donna aveva notato nei primi giorni uno scambio di alcuni indumenti tra le due neonate, senza però immaginare che potesse essersi verificato un errore tanto grave. Proprio la fiducia riposta nelle procedure di identificazione adottate dalla clinica le aveva impedito di sospettare lo scambio.

Le conseguenze psicologiche riconosciute dal giudice
Uno degli aspetti centrali del procedimento ha riguardato gli effetti psicologici provocati dall’accaduto.
La consulenza medico-legale disposta nell’ambito del processo ha evidenziato che la madre avrebbe sofferto per settimane di insonnia, ipervigilanza, irritabilità, ricordi ricorrenti dell’episodio e un intenso stato d’ansia.
Nel periodo in cui le due bambine rimasero affidate alle madri sbagliate, inoltre, la figlia della donna che ha avviato la causa non riuscì ad attaccarsi al seno della persona alla quale era stata erroneamente consegnata.
Proprio l’insieme di questi elementi ha contribuito alla decisione del tribunale di riconoscere il risarcimento, ritenendo accertato il danno subito dalla madre in conseguenza dello scambio delle neonate.
La sentenza di primo grado chiude uno dei capitoli della vicenda giudiziaria, limitatamente alla posizione della donna che ha promosso l’azione civile, sancendo la responsabilità della struttura sanitaria per quanto accaduto nei giorni successivi al parto.


