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“Mal che vada prendo 30 anni!”. Caso Ranucci, intercettazione sconvolgente

Pubblicato: 17/07/2026 08:32

L’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci si arricchisce di nuovi elementi investigativi. Tra le carte dell’indagine compaiono intercettazioni e accertamenti che, secondo gli investigatori, delineano una maggiore consapevolezza da parte degli indagati sulla gravità delle accuse contestate. Al centro dell’attenzione c’è una frase attribuita a Saverio Mutone, uno dei quattro destinatari delle misure cautelari, attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia.

L’intercettazione risale al 12 marzo scorso, circa cinque mesi dopo l’esplosione dell’ordigno avvenuta il 16 ottobre. «Mal che vada me li vado a fare questi trent’anni…», avrebbe detto Mutone durante una conversazione captata dagli investigatori. Nello stesso periodo, secondo quanto emerge dagli atti, tra il 6 e l’8 marzo sarebbero state effettuate ricerche su Google con le parole “Ranucci bomba” e “Ranucci indagine”, circostanza che gli inquirenti collegano all’evoluzione dell’inchiesta.
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Le valutazioni degli investigatori

Nell’informativa allegata agli atti, gli investigatori attribuiscono particolare rilievo al contenuto dell’intercettazione. Pur riconoscendo che la frase sarebbe stata pronunciata in un contesto definito allusivo e con toni ironici, ritengono che rappresenti un indice della consapevolezza dell’indagato rispetto alla gravità dei fatti contestati.

Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, il riferimento a una possibile lunga detenzione sarebbe difficilmente conciliabile con reati di minore entità e costituirebbe invece un elemento compatibile con la piena percezione della rilevanza penale delle condotte attribuite al gruppo coinvolto nell’indagine.

Un’altra conversazione intercettata richiama invece la sera dell’attentato. «Noi stavamo da due, tre ore lì…», avrebbe affermato uno degli interlocutori. Per gli investigatori quel passaggio farebbe riferimento al lungo presidio dell’area prima dell’esplosione dell’ordigno.

Le dichiarazioni di Pellegrino D’Avino

Nella giornata di ieri Pellegrino D’Avino, altro indagato nell’inchiesta, ha reso dichiarazioni spontanee ai pubblici ministeri prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Davanti ai magistrati ha negato di conoscere Valter Lavitola, mentre ha confermato di aver lavorato in alcune occasioni con Gomes Clesio Tavers, indicato come collaboratore di Ranucci, spiegando di averlo conosciuto durante servizi di sicurezza svolti in locali e cerimonie in Campania.

D’Avino ha inoltre dichiarato di non conoscere Sigfrido Ranucci e di non sapere chi fosse prima dell’inchiesta. Il suo legale ha precisato che il proprio assistito non avrebbe fatto alcun riferimento al misterioso “Corrado”, nome che compare più volte nell’ordinanza cautelare e in diverse intercettazioni raccolte dagli investigatori.

La difesa ha già presentato ricorso al Tribunale del Riesame con l’obiettivo di ottenere l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso, contestata dalla Procura insieme ai reati di detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno, minaccia e danneggiamento. Oltre a D’Avino e Mutone, tra gli indagati figurano anche Antonio Passariello.

L’inchiesta e il nodo del “Corrado”

Secondo la difesa di D’Avino, l’impianto accusatorio avrebbe già subito un primo ridimensionamento durante le indagini preliminari, dopo che il giudice ha escluso l’originaria contestazione del reato di strage. Per gli avvocati esisterebbero ulteriori margini per una revisione delle accuse.

Resta inoltre ancora da chiarire l’identità del soggetto indicato con il nome “Corrado”, citato in diverse conversazioni intercettate e collegato dagli investigatori ai fatti del 16 ottobre. Al momento non è stato chiarito se si tratti di un nome reale oppure di uno pseudonimo.

Le polemiche sull’autobiografia di Ranucci

Parallelamente agli sviluppi giudiziari, il nome di Sigfrido Ranucci è tornato al centro del dibattito pubblico anche per le polemiche legate ad alcuni passaggi della sua autobiografia, richiamati dalla piattaforma Esperia e rilanciati dal quotidiano Libero.

Dopo la diffusione di quei contenuti, il giornalista ha affidato ai social la propria replica, respingendo le ricostruzioni circolate. In un messaggio pubblicato su Facebook ha dichiarato di essere stato costretto ancora una volta a smentire quelle che ha definito falsità, precisando di non aver mai avuto rapporti con stagiste.

Sulla vicenda è intervenuta anche Elisabetta Gardini, deputata di Fratelli d’Italia, che ha chiesto un chiarimento pubblico sui contenuti dell’autobiografia e ha sollevato interrogativi sotto il profilo dell’etica professionale, invitando la Rai a fare luce sulla vicenda. Analoga richiesta è stata avanzata anche dall’Associazione delle giornaliste italiane, che ha sollecitato un intervento delle istituzioni rappresentative della categoria.

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