
A poco più di due mesi dall’uscita dal carcere, Abdul Ballout è accusato dell’attentato avvenuto durante il Pride di Berlino, costato la vita a una donna e che ha provocato il ferimento di altre 26 persone. La vicenda riporta al centro dell’attenzione la decisione con cui, il 12 maggio scorso, il tribunale aveva disposto la sospensione della pena, ritenendo che l’uomo non rappresentasse un pericolo concreto e affidandolo a un programma di deradicalizzazione.
Secondo quanto emerso nel procedimento giudiziario, Ballout era stato arrestato al suo rientro in Germania dopo un viaggio in Libano, dove, secondo gli investigatori, intendeva unirsi all’Isis. Processato e condannato a 22 mesi di reclusione per intenzioni terroristiche, durante il dibattimento aveva preso le distanze dall’organizzazione jihadista. Il tribunale aveva inoltre valutato che il suo progetto fosse stato pianificato in modo dilettantesco e che fosse ancora lontano dal costituire un pericolo concreto per i beni giuridici tutelati.
Per queste ragioni, il giudice aveva disposto la sospensione della pena e la rimessa in libertà dell’imputato, subordinandola al rispetto di un periodo di prova di sei mesi, durante il quale Ballout non avrebbe dovuto commettere nuovi reati e avrebbe dovuto partecipare a un percorso di deradicalizzazione.
La condanna e il percorso giudiziario
Nel corso del processo erano emersi anche precedenti penali risalenti alla minore età per reati come lesioni personali e rapina. Dagli atti risultava inoltre che frequentasse assiduamente un imam. Nella sentenza, il tribunale aveva evidenziato come Ballout avesse sviluppato il desiderio di unirsi allo Stato Islamico per combattere contro quelli che riteneva i “nemici dell’Islam”, pur essendo consapevole della natura terroristica dell’organizzazione.
Nonostante questi elementi, i giudici avevano ritenuto che il percorso intrapreso durante il procedimento e la presa di distanza dall’Isis giustificassero una misura alternativa alla detenzione.
Il racconto del padre dopo l’attentato
Dopo l’attacco, il padre dell’uomo ha raccontato che il figlio lo aveva chiamato il giorno stesso dell’attentato, dicendogli che gli mancava e che avrebbe voluto trovarsi con la famiglia in Libano. L’uomo ha inoltre spiegato che la famiglia appartiene alla comunità sciita, storicamente contrapposta all’Isis, organizzazione di matrice sunnita, e ha riferito di aver avuto in passato contrasti con il figlio proprio a causa del suo avvicinamento agli ambienti estremisti.
Secondo il padre, il giovane sarebbe stato vittima di un vero e proprio “lavaggio del cervello”, maturando una radicalizzazione che lo avrebbe progressivamente allontanato dalla famiglia. Ora saranno le indagini a ricostruire il percorso che, in poco più di due mesi dalla scarcerazione, avrebbe portato Ballout a compiere l’attentato durante la manifestazione di Berlino.


