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Sinner come sta: il medico rompe il silenzio

Pubblicato: 07/08/2026 16:12

L’allarme scattato attorno alle condizioni fisiche del numero uno del ranking mondiale Atp ha riportato al centro del dibattito sportivo il delicato tema della gestione della salute articolare negli atleti di altissimo livello. Con la vicinanza di appuntamenti agonistici cruciali come il Masters 1000 di Cincinnati e l’imminente torneo degli Us Open, i controlli specialistici a cui si è sottoposto il campione altoatesino Jannik Sinner nella città di Milano hanno sollevato comprensibili apprensioni tra gli appassionati e gli addetti ai lavori. Per comprendere esattamente la natura di questi problemi occorre analizzare le dinamiche fisiche a cui sono soggetti i professionisti della racchetta, avvalendosi dell’analisi fornita dal professor Andrea Bernetti, ordinario di Medicina fisica e riabilitativa presso l’Università del Salento e segretario generale della Simfer, la Società italiana di medicina fisica e riabilitativa.

La natura dei problemi articolari da sovraccarico

Quando un tennista di alto livello manifesta un fastidio al ginocchio in assenza di uno specifico episodio traumatico acuto, il quadro clinico è quasi sempre riconducibile a una patologia da sovraccarico funzionale. Il tennis moderno impone agli atleti un’incredibile combinazione di sollecitazioni meccaniche continue, fatte di scatti improvvisi, frenate brusche, scivolamenti estremi e cambi di direzione estremamente violenti. La scelta dello staff medico e tecnico dell’atleta di adottare un atteggiamento prudente risponde alla precisa necessità di dosare i carichi di lavoro e implementare un protocollo terapeutico personalizzato. L’obiettivo primario di questo approccio conservativo è consentire al tennista di recuperare una condizione fisica ottimale in vista degli impegni più importanti della stagione, tutelando contemporaneamente l’integrità strutturale dell’articolazione sul lungo periodo.

L’impatto biomeccanico del tennis moderno sugli arti inferiori

Gli studi scientifici e la letteratura medica evidenziano da tempo come gli arti inferiori siano la sede più frequente di infortunio nel tennis, superando nettamente le problematiche relative alle braccia o alla spalla. Le statistiche confermano che i traumi alle gambe rappresentano una quota compresa tra il trentuno e il sessantasette per cento della casistica globale dei tennisti. Nello specifico, il distretto anatomico del ginocchio viene coinvolto in una percentuale che oscilla tra il dieci e il quindici per cento degli infortuni complessivi. La maggior parte di questi eventi non deriva da una torsione violenta o da un impatto casuale, ma è il risultato diretto dei microtraumi ripetuti nel tempo che superano le capacità biologiche di rigenerazione dei tessuti muscolo-scheletrici, dando origine alle classiche sindromi da overuse.

Tra le problematiche più ricorrenti riscontrate nei tennisti professionisti spicca la tendinopatia rotulea, nota comunemente come Jumper’s Knee o ginocchio del saltatore. Questa condizione si sviluppa a causa dell’enorme energia esplosiva richiesta durante l’esecuzione del servizio e nei ripetuti split step di preparazione al colpo avversario, i quali sollecitano oltremodo il tendine tra rotula e tibia provocando infiammazione e degenerazione tissutale. Una dinamica del tutto analoga si osserva nella tendinopatia quadricipitale, dove il dolore si localizza nella parte superiore della rotula all’inserzione del muscolo quadricipite. Altrettanto diffusa è la sindrome femoro-rotulea, generata dall’attrito della superficie articolare della rotula sul femore a causa delle frequenti flessioni profonde necessarie per recuperare le palle basse, mentre la sindrome della bandelletta ileotibiale provoca dolori sulla parte esterna del ginocchio a causa della frizione continua causata dai passi laterali.

Un capitolo di fondamentale importanza riguarda le lesioni meniscali, che rappresentano tra il dieci e il venti per cento degli infortuni al ginocchio nei giovani atleti. I menischi agiscono come veri e propri ammortizzatori in fibrocartilagine collocati tra femore e tibia, subendo enormi forze di compressione e di taglio durante ogni scambio. Mentre le lesioni traumatiche acute sono causate da brusche torsioni e possono richiedere un trattamento chirurgico, le meniscopatie degenerative da sovraccarico si sviluppano in modo subdolo attraverso continui micro-impatti. Queste ultime possono rimanere asintomatiche per molto tempo per poi manifestarsi con un dolore sordo, versamenti articolari o sensazioni di cedimento sotto carico. Nei casi più complessi, le ripetute sollecitazioni meccaniche possono provocare persino un edema dell’osso subcondrale a livello del piatto tibiale o dei condili femorali.

Le opzioni terapeutiche e i percorsi di riabilitazione

Per affrontare al meglio le differenti patologie da sovraccarico che possono colpire un atleta di vertice, la medicina fisica e riabilitativa mette a disposizione un’ampia gamma di strategie terapeutiche moderne. Tra i percorsi riabilitativi più efficaci figura l’idrochinesiterapia, ovvero l’esercizio terapeutico in acqua che permette di scaricare il peso corporeo mantenendo in allenamento la muscolatura. A questa si affiancano le terapie fisiche strumentali di ultima generazione come le onde d’urto focali, i campi elettromagnetici pulsati e la laserterapia ad alta intensità. In aggiunta, i protocolli medici prevedono spesso l’impiego della terapia infiltrativa personalizzata, formulata a base di acido ialuronico, pappa piastrinica o Prp ricca di fattori di crescita, collagene oppure ozonoterapia, da scegliere accuratamente in base alla diagnosi clinica e alle specifiche esigenze biomeccaniche del singolo atleta.

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