
La questione della tutela del territorio e della protezione civile nella zona dei Campi Flegrei rappresenta una delle sfide più complesse e urgenti per l’intero sistema paese. Il noto geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi ha riacceso i riflettori su questo delicato tema durante una recente intervista rilasciata ai microfoni di Fanpage.it, offrendo un quadro lucido e privo di retorica sulla reale natura dei pericoli che incombono su quest’area della Campania. La caldera flegrea è scientificamente riconosciuta come la zona a maggior rischio vulcanico d’Europa, un contesto unico in cui i fenomeni di bradisismo e le ricorrenti scosse sismiche si intrecciano con una densità abitativa tra le più elevate al mondo. La riflessione dell’esperto muove da una costatazione storica e strutturale imprescindibile: la profonda discrepanza tra la pericolosità intrinseca della natura e le scelte urbanistiche scellerate compiute nel corso degli ultimi decenni.
Il punto di partenza dell’analisi sviluppata da Mario Tozzi riguarda l’eccessiva presenza umana in un territorio caratterizzato da una dinamica geologica estremamente attiva. La caldera dei Campi Flegrei ospita oggi oltre mezzo milione di persone stabilmente residenti nella cosiddetta zona rossa, un numero di cittadini che rende qualunque operazione di gestione dell’emergenza eccezionalmente complessa. Nel corso della sua recente intervista, il geologo ha sottolineato come la conoscenza scientifica del rischio sismico e vulcanico fosse ampiamente consolidata da moltissimo tempo, ma nonostante questa consapevolezza teorica non siano state poste in essere politiche urbanistiche volte a limitare la crescita demografica dell’area. Al contrario, si è assistito a un progressivo e incontrollato accentramento della popolazione in un luogo dove l’urbanizzazione avrebbe dovuto essere rigorosamente contingentata o addirittura bloccata. La presenza millenaria dell’uomo in queste terre non può rappresentare una giustificazione per la mancanza di visione strategica mostrata nei tempi moderni, durante i quali si sarebbe dovuto evitare a tutti i costi di ammassare centinaia di migliaia di residenti sopra un gigante vulcanico in piena attività.
Un aspetto centrale chiarito nella recente intervista riguarda la natura degli eventi sismici che interessano Pozzuoli, Bagnoli e i quartieri limitrofi di Napoli. Sebbene le magnitudo registrate durante le crisi di bradisismo non raggiungano i picchi distruttivi tipici dei terremoti tettonici dell’Appennino, l’elemento di maggiore criticità risiede nella frequenza e nella persistenza del fenomeno. Mario Tozzi ha posto l’accento sul fatto che scosse sismiche ripetute continuativamente nel tempo sullo stesso edificio possono provocare un livello di danneggiamento progressivo ben peggiore rispetto a quello causato da un singolo evento sismico di elevata intensità. Ogniqualvolta il terreno si solleva e la terra trema, le strutture edilizie subiscono uno stress meccanico cumulativo che ne degrada gradualmente la resistenza statica. Questa continua sollecitazione riduce la capacità di risposta dei fabbricati, esponendo le abitazioni a un rischio di crollo o di inagibilità sempre più elevato a ogni nuova scossa, anche in presenza di eventi di magnitudo moderata.
La criticità principale che trasforma un fenomeno naturale in una potenziale tragedia risiede nella scarsa qualità delle costruzioni realizzate nell’area flegrea. Come evidenziato da Mario Tozzi nella recente intervista, una casa progettata e costruita con criteri antisismici moderni e rigorosi non subirebbe danni considerevoli di fronte a eventi sismici della magnitudo di quelli flegrei. Il vero problema della zona risiede nel fatto che moltissimi edifici sono stati edificati male, spesso in totale assenza di norme di sicurezza, e sono stati successivamente ristrutturati in modo del tutto inadeguato o privo di supervisione tecnica qualificata. Per questa ragione diventa improrogabile l’avvio di una capillare e severa revisione di tutti gli edifici pubblici e privati presenti nel comparto flegreo. Questa pianificazione di controlli tecnici deve puntare a mettere in sicurezza le strutture per evitare che anche scosse di lieve o media entità possano causare ferimenti alle persone, cedimenti parziali o il definitivo degrado dell’involucro abitativo.
Sul fronte strettamente vulcanologico, il quadro teorico offre margini di manovra che devono tuttavia essere operativamente messi a frutto con estrema efficienza. Mario Tozzi ha ricordato durante la sua recente intervista che un’eventuale eruzione vulcanica non si verifica mai in modo improvviso o inaspettato, ma viene preceduta da segnali precursori precisi che gli strumenti dell’Osservatorio Vesuviano e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sono in grado di rilevare con largo anticipo. La comunità scientifica e le autorità di protezione civile avrebbero a disposizione almeno 72 ore o più per individuare l’approssimarsi di un evento eruttivo e disporre l’evacuazione della popolazione. Tuttavia, questo margine temporale risulta utile ed efficace soltanto se i piani di evacuazione vengono testati continuamente sul campo. L’esperto ha evidenziato con rammarico come le esercitazioni collettive di massa si siano svolte in maniera discontinua e insufficiente rispetto a quanto sarebbe stato necessario per creare una vera cultura della sicurezza tra i cittadini.
Il messaggio fondamentale che emerge dall’intervento del geologo risiede nella necessità di sviluppare una diffusa e matura consapevolezza del rischio da parte di tutta la popolazione residente e delle istituzioni locali. Convivere con un territorio geologicamente vivo ed esposto a pericoli vulcanici tra i più elevati al mondo impone un cambio di paradigma culturale non più rinviabile. Non è possibile affrontare il problema dei Campi Flegrei ricorrendo unicamente a interventi di carattere emergenziale dopo il verificarsi delle scosse più intense. Occorre invece strutturare un piano d’azione di lungo termine basato su infrastrutture di collegamento adeguate, creazione di efficaci vie di fuga, manutenzione costante del territorio e addestramento periodico della cittadinanza. Solamente attraverso la combinazione tra rigore tecnico nei controlli edilizi, corretta pianificazione urbanistica ed esercitazioni pratiche e continuative sarà possibile mitigare un rischio naturale che non può essere azzerato, ma che deve essere gestito con la massima responsabilità scientifica e civile.


