
A quasi otto mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, il giallo di Pietracatella resta ancora senza una soluzione. Le due donne morirono tra il 27 e il 28 dicembre 2025 dopo essere state avvelenate con la ricina. La Procura di Larino continua a lavorare per ricostruire la provenienza della sostanza e soprattutto capire come sia entrata in contatto con le vittime.
Negli ultimi giorni l’inchiesta si è concentrata anche sui rapporti personali delle persone vicine alla famiglia. Uno degli ultimi passaggi investigativi è stato un lungo confronto tra Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e un’amica di lunga data dell’uomo, un’insegnante di matematica.
Sei ore faccia a faccia in Questura
Il confronto si è svolto negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso ed è durato complessivamente circa sei ore. Erano presenti la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il dirigente della Mobile Marco Graziano.
La decisione di mettere i due faccia a faccia sarebbe maturata dopo che gli investigatori avevano rilevato alcune divergenze nelle precedenti dichiarazioni rese su aspetti considerati rilevanti per l’inchiesta.
Entrambi sarebbero stati ascoltati come persone informate sui fatti e, sulla base delle informazioni disponibili, l’insegnante non risulta indagata. Il confronto avrebbe avuto quindi l’obiettivo di verificare le rispettive ricostruzioni e chiarire le eventuali contraddizioni.
All’uscita dalla Questura, Di Vita non ha voluto spiegare il contenuto dell’audizione. Alle domande dei giornalisti si è limitato a rispondere: «A molte di queste domande potete darvi risposte da soli».
Il rapporto tra Di Vita e l’insegnante
Tra gli aspetti sui quali si starebbe concentrando l’attenzione degli investigatori c’è la natura del rapporto tra Gianni Di Vita e l’amica. Sono circolate indiscrezioni, al momento non confermate, sull’ipotesi di una relazione sentimentale tra i due.
Un elemento che richiede particolare cautela: l’eventuale esistenza di una relazione personale non rappresenterebbe di per sé alcuna prova di un coinvolgimento nell’avvelenamento di Antonella e Sara.
Per chi indaga, un eventuale legame potrebbe assumere rilievo esclusivamente all’interno della ricostruzione dei rapporti personali e familiari, per comprendere se esistessero tensioni o altri elementi potenzialmente utili a delineare il contesto nel quale è maturata la tragedia.
Le ricerche sulla ricina dai computer della scuola
Un altro fronte riguarda alcune ricerche online sulla ricina che sarebbero state effettuate attraverso computer riconducibili all’Istituto Agrario di Riccia.
Il marito dell’insegnante lavorerebbe come tecnico di laboratorio nelle serre dell’istituto, dove sarebbe impiegata anche la donna. Gli investigatori devono però stabilire chi abbia materialmente effettuato quelle ricerche, quando siano state compiute e per quale ragione.
Anche in questo caso il dato informatico, isolatamente considerato, non dimostra né la disponibilità della sostanza né un coinvolgimento nel duplice avvelenamento. Sarà necessario verificare se esistano collegamenti con gli altri elementi acquisiti nel corso dell’inchiesta.
Cosa dicono i primi esami di Berlino
Intanto sono arrivati anche i primi risultati degli accertamenti effettuati in Germania dal Robert Koch Institute sui campioni di sangue di Gianni Di Vita e della figlia maggiore Alice.
Gli esami erano stati disposti per cercare eventuali elementi compatibili con una precedente esposizione alla ricina. Al momento non sarebbero emerse evidenze in questo senso, anche se i risultati dovranno essere interpretati dagli specialisti e inseriti nel quadro complessivo degli accertamenti.
Il punto è particolarmente importante perché Gianni Di Vita aveva riferito di aver accusato disturbi gastrointestinali nei giorni in cui le condizioni della moglie e della figlia erano precipitate.
La negatività degli accertamenti non permette tuttavia, da sola, di stabilire che cosa sia accaduto. Nella valutazione dovranno essere considerati anche il tempo trascorso dalla possibile esposizione, le modalità del prelievo e le caratteristiche degli esami effettuati.
A distanza di quasi otto mesi rimangono quindi ancora aperte le domande centrali del giallo di Pietracatella: da dove proveniva la ricina, attraverso quale vettore è arrivata alle due vittime e chi, eventualmente, ne è responsabile.


