
Tassare i profitti eccezionali accumulati dalle compagnie energetiche durante la nuova crisi dei prezzi e utilizzare le risorse per alleggerire il conto pagato da famiglie, imprese e bilanci pubblici. La proposta torna sul tavolo europeo su iniziativa di sei Paesi, tra i quali l’Italia. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Austria, Portogallo e Polonia hanno chiesto all’Unione europea di valutare un nuovo prelievo straordinario sugli extraprofitti del settore, sul modello dell’intervento adottato durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
La richiesta apre contemporaneamente un fronte politico interno. Elly Schlein ha infatti preso in parola il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, firmatario dell’iniziativa europea: se il governo ritiene giusto tassare gli extraprofitti a livello comunitario, sostiene la segretaria del Pd, dovrebbe farlo immediatamente anche in Italia, senza attendere una decisione di Bruxelles.
Sei Paesi chiedono all’Ue una tassa straordinaria
L’iniziativa è contenuta in una lettera inviata il 22 agosto a Simon Harris, ministro delle Finanze irlandese e presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea. Rispetto a un’analoga richiesta presentata in aprile, ai cinque promotori iniziali si è aggiunta la Polonia.
Il punto di partenza è il nuovo aumento dei prezzi energetici provocato dalla crisi in Medio Oriente. Secondo i sei governi, una parte delle compagnie del settore starebbe beneficiando di margini particolarmente elevati proprio mentre il rincaro dell’energia si trasferisce sui consumatori e costringe gli Stati a intervenire per contenere gli effetti economici.
Nella lettera i ministri sostengono che «le compagnie petrolifere registrano una redditività complessiva e margini sui prodotti raffinati che superano l’aumento dei prezzi del petrolio greggio». È questa differenza a costituire il presupposto politico della richiesta: non tassare gli utili ordinari, ma la parte considerata eccezionale e direttamente collegata alla crisi.
Cosa sono realmente gli “extraprofitti”
Il termine viene spesso utilizzato nel dibattito politico in maniera generica, ma non indica semplicemente aziende che realizzano utili molto elevati. Per introdurre una tassa occorre stabilire quando un profitto possa essere considerato straordinario rispetto alla normale redditività dell’impresa.
Il precedente europeo del 2022 aiuta a comprendere il meccanismo. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’esplosione dei prezzi energetici, l’Ue autorizzò un “contributo di solidarietà” sui profitti dei produttori di energia da fonti fossili.
Il sistema prevedeva un’aliquota del 33% sulla quota di profitti del 2022 e 2023 superiore di almeno il 20% alla media registrata nei quattro esercizi precedenti. In questo modo si cercava di separare la redditività ordinaria delle imprese dai guadagni eccezionali prodotti da una crisi internazionale.
Il precedente della crisi energetica del 2022
La situazione attuale presenta alcune analogie con quella vissuta dall’Europa dopo l’attacco russo all’Ucraina, anche se origine e caratteristiche della crisi sono differenti.
Allora il continente dovette affrontare l’impennata dei prezzi del gas e dell’elettricità mentre Mosca riduceva le forniture energetiche all’Europa, utilizzandole anche come strumento di pressione nei confronti dei governi che sostenevano Kiev.
L’Unione decise quindi di intervenire anche sui profitti straordinari delle società fossili, destinando almeno in parte le entrate alle misure necessarie per attenuare l’impatto dei rincari.
Oggi Italia e gli altri cinque governi chiedono sostanzialmente di recuperare quello schema e adattarlo alla nuova emergenza.
Nel mirino anche gli utili realizzati fuori dall’Europa
La proposta contiene inoltre un elemento ulteriore. I sei Paesi chiedono alla Commissione di verificare se sia possibile includere nel nuovo prelievo anche determinati profitti realizzati all’estero dalle compagnie petrolifere.
È uno dei punti tecnicamente più delicati dell’intera operazione, perché pone problemi legati alla fiscalità internazionale, alla sede nella quale vengono prodotti gli utili e alle competenze tributarie dei singoli Stati.
Il tema dovrebbe arrivare sul tavolo politico durante la prossima riunione dei ministri economici europei, prevista il 18 e 19 settembre a Dublino.
La Commissione finora non ha previsto la tassa
Per il momento, tuttavia, la Commissione europea non ha inserito una nuova tassazione degli extraprofitti tra gli strumenti adottati per affrontare la crisi energetica.
La lettera dei sei governi serve quindi soprattutto ad aprire formalmente la discussione e aumentare la pressione politica su Bruxelles.
Qualora la Commissione decidesse di presentare una proposta legislativa, il provvedimento dovrebbe poi essere approvato dagli Stati membri. Il precedente del 2022 mostra che un intervento di questo genere può essere adottato senza necessariamente ottenere l’unanimità: allora fu sufficiente una maggioranza qualificata.
Schlein prende in parola Giorgetti
La firma italiana ha fornito a Elly Schlein l’occasione per spostare immediatamente il confronto da Bruxelles a Roma.
La segretaria del Partito Democratico chiede al governo di non aspettare l’eventuale accordo europeo e di introdurre subito una tassa nazionale sugli extraprofitti delle società energetiche.
Il ragionamento politico è semplice: se Giorgetti considera il prelievo sufficientemente utile da proporlo insieme ad altri cinque ministri europei, secondo Schlein non ci sarebbe motivo di attendere mesi per applicare lo stesso principio in Italia.
La richiesta arriva mentre il governo continua a intervenire sul prezzo dei carburanti attraverso misure temporanee, compresa la proroga dello sconto sulle accise del gasolio.
Il Pd contro gli interventi temporanei
È proprio questa strategia che Schlein contesta. Secondo la leader dem, riduzioni temporanee delle accise e altri interventi emergenziali possono attenuare nell’immediato gli aumenti, ma non rappresentano una risposta strutturale alla crisi energetica.
Il Pd chiede quindi che una parte del costo degli interventi venga sostenuta dalle società che stanno beneficiando dell’aumento dei margini, anziché essere scaricata interamente sui conti pubblici.
È una posizione che riapre inevitabilmente anche il dibattito sulle precedenti esperienze italiane di tassazione degli extraprofitti, caratterizzate da problemi applicativi, modifiche normative e contenziosi.
Perché una tassa sugli extraprofitti è complicata
La popolarità politica di una misura del genere è facilmente comprensibile: quando famiglie e imprese pagano di più l’energia mentre alcune società registrano utili eccezionali, chiedere a queste ultime un contributo straordinario appare intuitivo.
Trasformare il principio in una norma efficace è però molto più complesso.
Occorre innanzitutto definire quale sia il profitto “normale” e quale quello eccezionale. Bisogna poi evitare di tassare utili derivanti da investimenti o miglioramenti di efficienza che non hanno alcun rapporto con la crisi energetica. Una normativa costruita male può inoltre generare contenziosi e modificare le strategie di investimento delle imprese.
È anche per questo che l’Italia punta a una soluzione coordinata a livello europeo: regole comuni ridurrebbero il rischio di forti differenze fiscali tra Paesi appartenenti allo stesso mercato energetico.
La partita politica tra Meloni e Schlein
Dietro una questione fiscale apparentemente tecnica si apre così un nuovo terreno di confronto tra maggioranza e opposizione.
Il governo sostiene a Bruxelles la necessità di un intervento europeo coordinato. Schlein utilizza proprio quella posizione per chiedere a Meloni e Giorgetti di anticiparlo sul piano nazionale.
La partita riguarda anche chi debba sostenere il costo della nuova crisi energetica. Lo Stato può ridurre temporaneamente imposte e accise utilizzando risorse pubbliche; può trasferire aiuti direttamente alle categorie più colpite; oppure può cercare una parte delle coperture attraverso un contributo imposto alle società che stanno ottenendo guadagni eccezionali.
Italia, Germania, Spagna, Austria, Portogallo e Polonia hanno scelto di riportare sul tavolo europeo proprio quest’ultima possibilità.
Adesso la questione diventa inevitabilmente anche italiana: se tassare gli extraprofitti è una buona idea per l’Europa, la domanda posta da Schlein al governo è perché non debba esserlo già per l’Italia.


