
Quando un capitolo cruciale della storia criminale si chiude improvvisamente tra le corsie riservate di una struttura sanitaria, l’attenzione degli investigatori e della cronaca torna a focalizzarsi su decenni di ombre, potere e vicende giudiziarie mai sopite. La fine di un’era segna un punto di svolta inevitabile per gli equilibri di complessi network d’affari e per i riflettori puntati sulle dinamiche che hanno condizionato interi territori. Tra aule di tribunale, regimi detentivi severissimi e accuse che hanno attraversato oltre quarant’anni di cronaca nera, il sipario cala su una delle figure più discusse, lasciando aperto il dibattito sulle sue eredità e sull’impatto di una presenza dominante nel panorama del crimine organizzato.
È morto all’età di 81 anni Domenico Papalia, esponente di spicco della ’ndrangheta lombarda e capo delle cosche al Nord Italia. Era ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano da metà agosto e si è spento la notte scorsa, a cavallo tra martedì 25 e mercoledì 26 agosto a causa di un tumore che combatteva da tempo. Domenico Papalia, detto “Micu”, originario di Platì (Reggio Calabria) e fratello maggiore di Rocco e Antonio, ha scontato il carcere al 41bis. Il 2 novembre 1976 viene ucciso il boss Antonio D’Agostino e Papalia viene accusato dell’omicidio e processato. Inizia a gestire il traffico d’armi, droga e brillanti. Nel 1983 viene condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio di D’Agostino. Nel 1993 gli vengono sequestrati beni del valore di 150 miliardi di lire insieme ai fratelli Rocco e Antonio. Nel 2017, dopo 41 anni dall’omicidio D’Agostino, Papalia viene assolto dall’accusa “per non aver commesso il fatto”.
Le condanne, le accuse respinte e l’impero al Nord
Successivamente sono arrivate altre due sentenze di ergastolo: quella per l’assassinio dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, avvenuta nel 1990 a Carpiano (Milano)靠inizialmente rivendicato dalla Falange Armata, e quella per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate il 17 novembre 1983 a Milano, sulla base delle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia nell’operazione Nord-Sud. Accuse sempre respinte da Papalia, uscito alla fine dal carcere solo pochi mesi fa per motivi di salute.
Braccio destro di Paolo Di Stefano, altro boss della ’ndrangheta, Papalia è considerato uno dei mafiosi più potenti e secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Milano anche uno dei maggiori esponenti della cosca Barbaro-Papalia, oltreché uno dei più alti rappresentanti di tutte le cosche calabresi. Il cognome Barbaro in particolare è centrale nel mondo della criminalità organizzata e legato da sempre al quel filone di ‘ndrangheta che porta in Piemonte, in Australia e ovviamente in Lombardia. E proprio in Lombardia i Barbaro non hanno rivali: dediti al narcotraffico, agli appalti nel settore dell’edilizia, all’usura, nel corso degli anni i nomi dei discendenti di quel Francesco compaiono nelle più importanti inchieste di ‘ndrangheta. Domenico Papalia, Rocco Papalia e Antonio Papalia sono i padrini che insieme alle altre famiglie satellite dei Barbaro (Sergi-Agresta-Marando-Musitano-Molluso-Zappia) danno vita all’impero criminale lombardo.


