
A 48 ore dalla devastante alluvione che ha investito il distretto di Rasuwa, al confine tra Nepal e Tibet, il bilancio della catastrofe continua ad aggravarsi. Le autorità nepalesi riferiscono di 469 vittime, mentre circa 1.400 persone risultano ancora disperse. Almeno la metà, secondo le prime stime, sarebbero cittadini stranieri.
Le speranze di trovare sopravvissuti si riducono con il trascorrere delle ore, mentre soccorritori e militari continuano a cercare tra fango e detriti. Alle operazioni si aggiunge un nuovo pericolo: il rischio di ulteriori onde di piena, tanto elevato da aver costretto le autorità cinesi a sospendere parte delle attività di soccorso sul versante tibetano.
Una buona notizia è arrivata invece dall’Upper Trishuli Hydropower Project, dove l’esercito nepalese è riuscito a portare fuori da un tunnel 350 tra lavoratori e residenti rimasti intrappolati dopo l’inondazione.
Il bilancio sale a 469 morti
Secondo i dati della polizia nepalese riportati da Nepal News, i corpi delle vittime sono stati recuperati in numerosi distretti investiti dall’emergenza.
Dodici corpi sono stati trovati a Rasuwa e 37 a Nuwakot. Altre 33 vittime sono state recuperate a Dhading, 44 a Gorkha e 178 a Chitwan. Il bilancio comprende inoltre 28 morti a Tanahun, 110 a Nawalparasi Bardaghat Purba e 27 a Nawalparasi Bardaghat Paschim.
Tra le persone delle quali non si hanno ancora notizie figurano anche 28 agenti di polizia.
Ancora più difficile è stabilire il numero complessivo dei dispersi. La stima rimane intorno alle 1.400 persone, ma si tratta di un dato provvisorio destinato a essere aggiornato con il procedere delle ricerche.
Centinaia di stranieri tra i dispersi
Uno degli aspetti che preoccupa maggiormente riguarda la presenza di numerosi turisti e cittadini stranieri nelle zone investite dall’alluvione.
Secondo le stime disponibili, almeno la metà delle circa 1.400 persone ancora da rintracciare sarebbe straniera. Le autorità stanno lavorando per verificare le identità e incrociare le segnalazioni di scomparsa, in una situazione resa estremamente complessa dalla devastazione delle infrastrutture e dall’isolamento di diverse aree.
Con il trascorrere delle ore, le possibilità di individuare persone ancora vive tra le macerie e gli accumuli di detriti diventano sempre più ridotte.
Salvate 350 persone intrappolate nel tunnel
Nel mezzo dell’emergenza è però riuscita una complessa operazione di soccorso nel distretto di Rasuwa. L’esercito nepalese ha tratto in salvo 350 lavoratori e residenti rimasti bloccati all’interno del tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project.
Le persone erano rimaste intrappolate dopo la piena di mercoledì mattina. Le operazioni non sono ancora terminate: secondo i media nepalesi, oltre 100 persone sarebbero ancora bloccate nel tunnel e i soccorritori stanno cercando di raggiungerle.
Le condizioni meteorologiche avverse e l’elevata portata del fiume stanno rendendo estremamente difficili le operazioni.
Nel complesso, l’esercito ha riferito di aver salvato 883 persone tra lavoratori e residenti nelle zone colpite di Rasuwa nella sola giornata di giovedì.
Il collasso del ghiacciaio e i 10 milioni di metri cubi di ghiaccio
All’origine della catastrofe ci sarebbe il collasso di un ghiacciaio avvenuto nelle prime ore di mercoledì. Secondo le ricostruzioni disponibili, circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio sarebbero precipitati nel sistema fluviale sottostante, riversandosi nel Bhotekoshi e contribuendo a innescare una violentissima onda di piena.
La massa d’acqua, ghiaccio, fango e detriti ha travolto le aree a valle, investendo insediamenti e infrastrutture.
Il pericolo, però, non sarebbe ancora terminato. Gli enormi accumuli lasciati dal disastro hanno creato nuovi sbarramenti naturali e bacini instabili, che potrebbero cedere improvvisamente e provocare nuove inondazioni.
La Cina sospende i soccorsi: «Rischio di nuove alluvioni»
Proprio questo scenario ha spinto la Cina a interrompere temporaneamente un’operazione di soccorso sul versante tibetano.
Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato Cctv, nella contea di Gyirong, al confine con il Nepal, un lago formatosi dietro un enorme accumulo di detriti ha iniziato a tracimare verso l’area nella quale stavano avanzando le squadre di emergenza.
A tutti i soccorritori è stato quindi ordinato di fermarsi e attendere nuove indicazioni. Le squadre che erano già riuscite a raggiungere la zona hanno ricevuto invece l’ordine di arretrare di un chilometro per ragioni di sicurezza.
La priorità è evitare che un eventuale cedimento improvviso dello sbarramento naturale travolga anche i soccorritori.
Ricerche senza sosta tra fango e detriti
L’emergenza resta dunque aperta su entrambi i lati del confine. In Nepal le squadre continuano a cercare le persone scomparse, mentre sul versante tibetano vengono monitorati i bacini creati dall’accumulo di acqua e detriti.
Il bilancio di 469 morti è ancora provvisorio e il numero elevatissimo di dispersi fa temere che possa crescere ulteriormente.
La corsa contro il tempo riguarda soprattutto le circa 1.400 persone delle quali non si hanno notizie e quelle ancora intrappolate nelle aree isolate. Allo stesso tempo, il rischio di nuove piene obbliga le squadre di emergenza a procedere con estrema cautela, in un territorio nel quale la situazione continua a cambiare di ora in ora.


