
Una malattia conosciuta da tempo soprattutto dai veterinari sta attirando l’attenzione delle autorità sanitarie europee. Si chiama dermatofilosi, è provocata dal batterio Dermatophilus congolensis ed è soprannominata «malattia della pioggia». Fino a poco tempo fa le infezioni nell’uomo erano considerate sporadiche e legate principalmente al contatto con animali. Negli ultimi mesi, però, in Europa sono stati osservati diversi casi che suggeriscono una possibile trasmissione da persona a persona attraverso contatti fisici molto stretti.
Al 20 agosto 2026 sono stati segnalati 123 casi in 10 Paesi europei: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L’Italia, secondo i dati disponibili, non risulta al momento tra i Paesi coinvolti nell’evento.
Un fenomeno che merita attenzione e sorveglianza, ma che secondo gli esperti non deve trasformarsi in un nuovo allarme sanitario. «Per la popolazione generale il rischio viene attualmente considerato molto basso», sottolinea il virologo Fabrizio Pregliasco.
Cos’è la dermatofilosi
La dermatofilosi è un’infezione cutanea provocata da Dermatophilus congolensis, un batterio noto da molto tempo soprattutto in medicina veterinaria.
Colpisce prevalentemente bovini, cavalli, pecore e altri animali domestici e selvatici. Le infezioni umane, invece, sono state storicamente molto più rare e associate soprattutto al contatto diretto con animali infetti o con materiale contaminato.
A modificare il quadro sono stati i focolai segnalati in Europa a partire dal dicembre 2025. Già in un rapporto del 17 giugno l’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, aveva richiamato l’attenzione sui casi osservati in diversi Paesi.
Come si trasmette la «malattia della pioggia»
È proprio la possibile evoluzione delle modalità di trasmissione a interessare maggiormente gli esperti.
Secondo quanto osservato dall’Ecdc, il contatto fisico stretto tra persone rappresenterebbe la modalità più probabile nei recenti casi europei. Non può essere esclusa, però, una trasmissione indiretta attraverso superfici oppure oggetti contaminati.
«Nei casi più recenti è emersa la possibilità di una trasmissione da persona a persona attraverso un contatto molto stretto pelle contro pelle, compreso quello che può avvenire durante i rapporti sessuali», spiega Pregliasco.
Casi sono stati osservati anche tra persone impegnate in sport di contatto, come avvenuto in Norvegia nell’ambito delle arti marziali, e alcune infezioni sono state associate alla frequentazione di saune e ambienti caldo-umidi.
I casi segnalati in Europa
Secondo l’ultimo aggiornamento citato dell’Ecdc, i casi sono stati osservati prevalentemente, ma non esclusivamente, tra uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. In diversi casi era stata riferita la recente frequentazione di luoghi nei quali avvengono rapporti sessuali, comprese le saune.
Il Regno Unito ha recentemente registrato il suo primo caso nell’ambito dell’attuale evento europeo. Secondo quanto riportato dal Bmj, l’infezione è stata identificata in Scozia e sarebbe associata alla frequentazione di un locale destinato ad attività sessuali.
Questi elementi hanno portato le autorità sanitarie a valutare la possibilità che l’epidemiologia del batterio stia almeno in parte cambiando.
Quali sono i sintomi
Nell’uomo la dermatofilosi interessa principalmente la pelle. Tra le manifestazioni descritte ci sono papule, pustole, piccole croste, desquamazione e prurito.
Nei recenti casi europei, spiega Pregliasco, le lesioni sono state individuate in differenti zone del corpo, comprese l’area genitale e inguinale, le cosce, il tronco e il volto.
Uno dei problemi riguarda la diagnosi, perché le manifestazioni della dermatofilosi possono essere confuse con quelle provocate da altre patologie dermatologiche o da alcune infezioni sessualmente trasmesse. Per questo, in presenza di lesioni sospette dopo una possibile esposizione, può essere necessario un esame microbiologico.
Quanto è pericolosa
I dati raccolti finora indicano che nell’uomo l’infezione è generalmente lieve. «I casi osservati hanno risposto bene alla terapia antibiotica, locale o sistemica», spiega Pregliasco, aggiungendo che nei focolai europei non sono state osservate complicanze gravi tali da indicare una particolare pericolosità per la popolazione.
Questo non significa che il fenomeno debba essere ignorato. L’attenzione delle autorità deriva soprattutto dalla possibilità che siano cambiate le modalità attraverso le quali un batterio tradizionalmente associato agli animali riesce a raggiungere l’uomo e a circolare.
Chi rischia di più e come proteggersi
Tra le persone maggiormente esposte rimangono quelle che per lavoro hanno frequenti contatti con gli animali, come allevatori e veterinari. Nell’attuale situazione europea viene però raccomandata attenzione anche a chi ha contatti cutanei molto ravvicinati con numerose persone, soprattutto in luoghi condivisi caldo-umidi.
La presenza di abrasioni o ferite cutanee può rappresentare un ulteriore elemento di vulnerabilità.
Le precauzioni indicate sono semplici: evitare il contatto diretto con lesioni sospette, non condividere asciugamani, indumenti o biancheria con persone infette, mantenere una corretta igiene e proteggere eventuali ferite.
In presenza di lesioni cutanee insolite dopo un’esposizione potenzialmente a rischio è opportuno rivolgersi al medico.
Pregliasco invita soprattutto a mantenere proporzionata l’attenzione: «Non siamo di fronte a una nuova emergenza infettiva, ma a un fenomeno insolito che merita sorveglianza». Il punto scientificamente più rilevante resta la possibile comparsa di nuove modalità di trasmissione interumana, mentre allo stato attuale il rischio per la popolazione generale viene considerato molto basso.


