
«Nessuno scontro con i tedeschi, abbiamo il difetto di tutelare l’interesse nazionale, anche nei confronti dei Paesi amici». Matteo Piantedosi torna sulla questione dei cosiddetti dublinanti e prova ad abbassare i toni del confronto con Berlino senza arretrare di un centimetro sulla posizione italiana. Intervistato dal direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci durante l’evento La Piazza di Affaritaliani a Ceglie Messapica, il ministro dell’Interno ha rivendicato la linea seguita dal governo Meloni sui trasferimenti dei richiedenti asilo dagli altri Paesi europei verso l’Italia. Un dossier diventato nelle ultime settimane uno dei principali terreni di tensione tra Roma e diversi partner dell’Unione europea.
Il problema non riguarda infatti soltanto la Germania. Austria, Finlandia e altri Paesi europei hanno manifestato l’intenzione di riprendere o rendere effettivi i trasferimenti verso l’Italia sulla base delle nuove regole europee entrate in applicazione il 12 giugno 2026. Roma sostiene però che sia necessario distinguere nettamente il pregresso dal nuovo sistema e rivendica di avere impedito negli ultimi anni decine di migliaia di rientri. È su questa linea di confine che si sta consumando il confronto: da una parte gli Stati nei quali arrivano molti dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’Ue attraverso l’Italia, dall’altra uno dei principali Paesi di frontiera esterna, che considera insostenibile un sistema nel quale al peso degli sbarchi si aggiunga quello dei trasferimenti dall’interno dell’Europa.
Chi sono i dublinanti e perché l’Italia è al centro della questione
Con l’espressione “dublinanti” si indicano comunemente i richiedenti asilo che, dopo essere entrati nell’Unione europea e avere avuto un primo contatto con le autorità di uno Stato membro, si spostano in un altro Paese. Sono i cosiddetti “movimenti secondari”, uno dei problemi più difficili da risolvere nella politica migratoria europea.
Il termine deriva dal vecchio sistema di Dublino, che per anni ha stabilito i criteri per determinare quale Stato fosse responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale. Il criterio del primo ingresso ha avuto un peso fondamentale e ha inevitabilmente esposto maggiormente i Paesi situati alle frontiere esterne dell’Unione, tra cui Italia e Grecia.
Il meccanismo è relativamente semplice nella sua impostazione generale. Un migrante arriva, per esempio, sulle coste italiane, viene identificato e successivamente raggiunge la Germania. Se presenta domanda di protezione in Germania e dalle verifiche emerge che la competenza appartiene all’Italia, le autorità tedesche possono avviare la procedura prevista dalle norme europee affinché il richiedente venga trasferito nello Stato considerato responsabile.
È proprio questo sistema che negli anni ha prodotto un’enorme quantità di richieste verso l’Italia, molte delle quali non si sono però trasformate in trasferimenti effettivi.
Piantedosi rivendica la linea italiana: «80mila richieste, zero trasferimenti»
Piantedosi ha utilizzato numeri molto netti per descrivere il cambio di linea avvenuto con il governo Meloni. «Dieci anni prima del governo Meloni in Italia sono arrivate 35mila persone, col governo Meloni su 80mila richieste ne sono arrivate zero», ha affermato il ministro.
Il riferimento è alla politica inaugurata dal Viminale nel dicembre 2022, quando l’Italia comunicò agli altri Stati membri l’impossibilità di ricevere nuovi trasferimenti a causa della pressione esercitata sul sistema nazionale di accoglienza. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, tra il 5 dicembre 2022 e il 31 dicembre 2025 sono state circa 80mila le richieste di presa in carico rivolte all’Italia, mentre i trasferimenti sono stati sostanzialmente azzerati.
È uno dei risultati che il governo rivendica con maggiore forza. La posizione italiana è che un Paese di primo approdo non possa contemporaneamente gestire gli arrivi attraverso la frontiera esterna e accettare automaticamente il ritorno di chi, una volta entrato, ha raggiunto altri Stati dell’Unione.
La questione è tutt’altro che marginale. Nel 2025 la Germania è stata il Paese europeo con il maggior numero di richieste di trasferimento in uscita: 35.933, davanti alla Francia con 30.084. Il problema dei movimenti secondari riguarda quindi direttamente alcuni dei principali Stati dell’Europa centrale e settentrionale.
Dal 12 giugno è cambiato tutto: il nuovo Patto europeo
Lo scenario giuridico è però cambiato il 12 giugno 2026, quando è entrato pienamente in applicazione il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Il vecchio sistema è stato sostituito da un insieme di nuove norme, tra le quali il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, l’AMMR.
La riforma cerca di affrontare contemporaneamente due esigenze che per anni sono apparse difficili da conciliare: responsabilità e solidarietà. Da una parte vengono rese più chiare e rapide le procedure per individuare lo Stato competente e contrastare i movimenti secondari; dall’altra viene introdotto un meccanismo permanente di solidarietà a sostegno dei Paesi sottoposti a maggiore pressione migratoria.
Il criterio del primo ingresso non scompare. Le nuove norme continuano a prevedere che il richiedente debba normalmente presentare domanda nel Paese di primo ingresso o di soggiorno legale, pur rafforzando altri criteri, come quelli relativi ai legami familiari.
Ed è proprio qui che nasce il nuovo problema per Roma: il Patto che il governo considera più favorevole all’Italia rende nello stesso tempo più strutturate ed efficienti le procedure per trasferire i richiedenti asilo tra gli Stati membri.
Il braccio di ferro con Berlino sul “pregresso”
La tensione con la Germania nasce soprattutto dall’interpretazione di ciò che deve accadere alle pratiche precedenti al 12 giugno. Roma sostiene che, sulla base delle intese raggiunte nel 2025, il vecchio arretrato debba considerarsi sostanzialmente azzerato e che il nuovo sistema debba partire da una situazione nuova.
Berlino ha fornito una lettura differente. Il ministero dell’Interno tedesco ha ricordato che nell’autunno del 2025 Germania e Italia avevano raggiunto un’intesa sulla ripresa dell’applicazione delle regole con l’entrata in vigore del nuovo sistema europeo. «Le espulsioni di Dublino saranno eseguite anche verso l’Italia», aveva chiarito nelle scorse settimane una portavoce tedesca, precisando tuttavia che l’attenzione riguarda principalmente i casi successivi al 12 giugno.
È su alcuni trasferimenti appartenenti alla fase precedente che si è aperto il confronto più duro. Roma considera quelle posizioni parte di una partita ormai chiusa; Berlino ha invece sostenuto la possibilità di procedere almeno in alcuni casi.
Da qui le dichiarazioni, le repliche e la sensazione di un braccio di ferro che Piantedosi adesso cerca di ridimensionare politicamente: «Nessuno scontro con i tedeschi».
Non soltanto Germania: la pressione degli altri Stati europei
Il problema per l’Italia è che la questione non si esaurisce nei rapporti con Berlino. Anche Austria, Finlandia e altri Paesi hanno riaperto il dossier dei trasferimenti, creando il rischio di un effetto domino.
Vienna ha già proceduto con alcuni trasferimenti verso l’Italia dopo l’entrata in applicazione delle nuove regole. Complessivamente, tuttavia, i numeri effettivi restano per ora molto contenuti rispetto alla quantità di richieste potenziali.
Ed è proprio questa sproporzione a spiegare perché la questione sia politicamente tanto delicata. Una cosa sono poche decine di trasferimenti; un’altra sarebbe la riattivazione su larga scala delle procedure da parte di Germania, Austria, Paesi Bassi e Stati scandinavi.
L’Italia è infatti uno dei Paesi che storicamente riceve il maggior numero di richieste di presa o ripresa in carico. La pressione non deriva soltanto dalla sua posizione geografica, ma dal fatto che una parte consistente dei migranti arrivati attraverso il Mediterraneo considera l’Italia un Paese di transito, cercando successivamente di raggiungere familiari, comunità già presenti o migliori opportunità economiche nell’Europa settentrionale.
Anche Bruxelles richiama l’Italia all’applicazione delle nuove regole
Sul dossier è intervenuta anche la Commissione europea. Nella prima valutazione sull’applicazione del nuovo sistema, pubblicata a luglio, Bruxelles ha riconosciuto i progressi compiuti dall’Italia nella preparazione tecnica e organizzativa, ma ha anche indicato la necessità di ulteriori passi affinché i trasferimenti possano avvenire effettivamente.
La Commissione ha rilevato che nelle prime settimane successive al 12 giugno l’Italia continuava a ricevere richieste e notifiche, mentre i trasferimenti non erano ancora ripartiti in maniera sostanziale. Il punto giuridicamente rilevante è che, secondo Bruxelles, nel nuovo sistema lo Stato ricevente non può semplicemente respingere un trasferimento già previsto dalle procedure, ma deve eventualmente proporre modalità o date alternative.
Questo elemento rende la situazione diversa rispetto agli anni precedenti. Il governo può rivendicare l’azzeramento dei trasferimenti maturato sotto il vecchio regime, ma dal 12 giugno deve confrontarsi con un quadro normativo nuovo e più stringente.
La stessa Commissione ha comunque riconosciuto che l’Italia è tra gli Stati sottoposti a pressione migratoria e quindi destinatari del nuovo meccanismo europeo di solidarietà. È esattamente questo equilibrio tra responsabilità per i movimenti secondari e solidarietà verso i Paesi di frontiera che dovrà essere verificato nei prossimi mesi.
Perché Roma considera il nuovo Patto comunque favorevole
Nonostante le tensioni sui dublinanti, Giorgia Meloni e Piantedosi continuano a sostenere che il nuovo Patto rappresenti un miglioramento per l’Italia. La ragione è che il sistema non riguarda soltanto i trasferimenti interni, ma comprende controlli più strutturati alle frontiere esterne, procedure accelerate, rimpatri, cooperazione con i Paesi terzi e soprattutto un meccanismo obbligatorio di solidarietà.
In altre parole, il governo accetta il principio secondo cui l’Italia debba assumersi determinate responsabilità per chi entra attraverso le sue frontiere, ma chiede che questa responsabilità sia compensata da una partecipazione concreta degli altri Stati alla gestione della pressione migratoria.
È la questione che per oltre un decennio ha diviso l’Unione europea. I Paesi mediterranei chiedono una condivisione degli oneri; molti Stati dell’Europa centrale e settentrionale chiedono invece che vengano fermati i movimenti secondari e che chi arriva in Italia o Grecia non possa scegliere autonomamente di stabilirsi in Germania, Austria o nei Paesi scandinavi.
Il nuovo Patto tenta di tenere insieme entrambe le esigenze. La difficoltà comincia nel momento in cui quelle regole devono essere applicate concretamente.
Piantedosi separa i dublinanti dal caso Ceuta
Il ministro dell’Interno ha inoltre insistito sulla necessità di non sovrapporre la questione dei dublinanti con quella di Ceuta e dei controlli alla frontiera con la Spagna.
Quella dei dublinanti, ha sottolineato Piantedosi, è «una situazione che non ha nulla a che vedere con quello che è successo a Ceuta con la sospensione di Schengen con la Spagna».
Si tratta infatti di due strumenti giuridici e politici differenti. I dublinanti riguardano l’individuazione dello Stato responsabile di una domanda di asilo e il possibile trasferimento del richiedente. I controlli alle frontiere interne dello spazio Schengen riguardano invece la libera circolazione e possono essere temporaneamente ripristinati in presenza di determinate esigenze di sicurezza.
Roma ha adottato i controlli nei confronti della Spagna dopo la crisi migratoria che ha interessato Ceuta, con decine di migliaia di ingressi nell’enclave spagnola.
«A Ceuta ci sono ancora tra 5mila e 10mila persone»
Anche su questo fronte Piantedosi ha escluso una normalizzazione immediata. «La situazione è tutt’altro che migliorata a Ceuta. Ci sono ancora 5-10mila persone», ha affermato.
Il governo italiano farà quindi una valutazione sulla prosecuzione o meno dei controlli alla scadenza fissata per il 31 agosto. «Faremo una valutazione serena e sulla decisione definitiva ragioneremo il giorno stesso della chiusura», ha spiegato il ministro.
Piantedosi ha respinto anche in questo caso la rappresentazione di uno scontro diplomatico: «Non c’è mai stata una volontà di scontro col governo spagnolo». Il ministro ha ricordato che il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne è uno strumento già utilizzato numerose volte dagli Stati appartenenti all’area Schengen.
Secondo il titolare del Viminale, inoltre, non ci sarebbero stati particolari aggravi per i cittadini spagnoli. La decisione italiana sarebbe stata adottata esclusivamente in conseguenza della situazione creatasi a Ceuta e della necessità di conoscere e controllare i movimenti delle persone entrate nell’area europea.
Due dossier diversi, una stessa linea politica
Le questioni Germania-dublinanti e Spagna-Ceuta sono quindi giuridicamente differenti, ma nella posizione di Piantedosi vengono ricondotte a un’unica linea politica: la tutela dell’interesse nazionale nella gestione dei flussi migratori.
Con Berlino il governo non vuole accettare che l’Italia torni automaticamente a essere il destinatario di decine di migliaia di richiedenti asilo che hanno raggiunto altri Paesi europei. Con Madrid sostiene di avere adottato una misura temporanea e precauzionale dopo una crisi eccezionale alla frontiera esterna dell’Unione.
In entrambi i casi il ministro respinge la parola “scontro”. Ma è evidente che l’applicazione concreta del nuovo sistema europeo sta facendo emergere interessi nazionali non sempre coincidenti.
Germania e altri Stati vogliono ridurre i movimenti secondari e trasferire nei Paesi competenti i richiedenti arrivati sul loro territorio. L’Italia vuole evitare che la propria posizione geografica la trasformi contemporaneamente nel principale punto di ingresso e nel principale destinatario dei trasferimenti interni.
La vera prova del Patto europeo comincia adesso
È proprio questo il banco di prova decisivo del nuovo Patto. Sulla carta, l’Unione ha costruito un sistema che dovrebbe conciliare responsabilità e solidarietà. Nella pratica, le prime settimane stanno già mostrando quanto sia difficile trovare un equilibrio tra gli interessi dei Paesi di primo ingresso e quelli degli Stati di destinazione dei movimenti secondari.
I numeri effettivi dei trasferimenti verso l’Italia sono finora limitati e molto lontani dalle decine di migliaia di richieste accumulate negli anni precedenti. Ma il problema politico riguarda ciò che potrebbe accadere quando il nuovo meccanismo entrerà pienamente a regime.
Piantedosi rivendica il risultato ottenuto finora e ribadisce che l’Italia non intende rinunciare alle proprie posizioni neppure davanti ai principali partner europei. «Abbiamo il difetto di tutelare l’interesse nazionale, anche nei confronti dei Paesi amici», dice.
La frase sintetizza bene la nuova fase del confronto europeo sui migranti. Non una rottura con Germania, Austria o Spagna, ma una trattativa permanente nella quale ciascun governo cerca di evitare che il nuovo equilibrio europeo trasferisca sul proprio territorio una quota eccessiva del problema. E proprio dai dublinanti si capirà nei prossimi mesi se il Patto riuscirà davvero a superare le vecchie divisioni oppure finirà per riproporle sotto nuove regole.


