
Giulio Tremonti torna a mettere sotto accusa il modello sul quale è stata costruita l’Unione europea, ma lo fa distinguendo nettamente tra l’idea politica dell’Europa e la macchina burocratica e normativa che si è sviluppata negli ultimi decenni. L’ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi prende spunto dalla nascita di un think tank copresieduto da Mario Draghi e dall’economista Luis Collison per sviluppare una riflessione molto più ampia sul futuro dell’Unione, sul peso delle regole, sul rapporto tra mercato e politica e sulla nuova fase aperta dalla guerra in Ucraina.
Intervistato dal Sole 24 Ore, Tremonti ricorre inizialmente all’ironia e cita il film Come un gatto in tangenziale, con Paola Cortellesi e Antonio Albanese. Nella pellicola, ricorda, la protagonista presenta agli amici il personaggio interpretato da Albanese come presidente di un «tic tac», storpiando l’espressione inglese think tank. Una battuta che diventa il punto di partenza per una critica molto meno scherzosa: secondo Tremonti, l’Europa ha progressivamente sostituito la politica con un gigantesco sistema tecnocratico, costruendo un apparato di norme sempre più difficile da governare.
«L’Europa topizzata da migliaia di burocrati»
La formula utilizzata dall’ex ministro è volutamente provocatoria. L’Europa, sostiene, sarebbe stata inizialmente «strutturata» dal filosofo e funzionario francese di origine russa Alexandre Kojève, uno degli intellettuali che contribuirono alla riflessione sulla costruzione europea del dopoguerra, per essere poi «topizzata da migliaia di burocrati, affiancati da migliaia di lobbisti».
Dietro la battuta c’è una critica che Tremonti porta avanti da molti anni: l’Unione europea avrebbe progressivamente accumulato un’enorme quantità di regole, trasformando il progetto politico originario in un sistema nel quale il diritto e la regolamentazione finiscono spesso per prevalere sulla capacità di assumere decisioni strategiche.
La conseguenza, nella sua lettura, ricade soprattutto sulle imprese. Tremonti utilizza un’altra immagine molto efficace: «Chi vuole fare impresa si trova davanti a una normativa europea estesa ormai per 400 chilometri». Naturalmente non si tratta di una misurazione letterale della legislazione comunitaria, ma di una metafora con la quale l’ex ministro descrive la quantità di direttive, regolamenti e disposizioni prodotte dall’Unione.
Il punto politico è la competitività. Se un’impresa europea deve confrontarsi con un sistema normativo molto più complesso rispetto ai concorrenti statunitensi o asiatici, sostiene Tremonti, il rischio è che proprio le regole pensate per organizzare e proteggere il mercato finiscano per ridurre la capacità dell’Europa di competere.
L’errore del «mercatismo»
È qui che entra in gioco uno dei concetti più utilizzati da Tremonti nella sua elaborazione economica: il «mercatismo». L’ex ministro distingue il mercato, che considera uno strumento fondamentale dell’economia moderna, dall’idea secondo cui il mercato possa diventare il principio regolatore praticamente esclusivo della società e delle decisioni politiche.
A suo giudizio, uno degli errori compiuti dall’Europa è stato proprio quello di costruire una parte crescente della propria integrazione attorno a questa impostazione, attribuendo alle regole economiche e alla concorrenza un ruolo che avrebbe progressivamente ridotto quello della politica.
Tremonti utilizza come esempio il recente referendum islandese sull’ingresso nell’Unione europea. Secondo l’ex ministro, il problema sarebbe stato aver impostato il rapporto con Reykjavik attraverso un’operazione «mercatista, integralista e fondamentalista», arrivando a estendere questa impostazione anche a un settore delicatissimo per l’Islanda come la pesca artica.
L’esito negativo, nella sua interpretazione, sarebbe stato quindi prevedibile: quando l’integrazione europea viene percepita soprattutto come imposizione di regole economiche e limitazione delle sovranità nazionali, diventa molto più difficile trasformarla in un progetto politicamente condiviso.
L’Europa che Tremonti critica e quella che invece sta nascendo
La posizione dell’ex ministro non coincide però con un rifiuto dell’integrazione europea. Al contrario, Tremonti individua proprio negli ultimi sviluppi geopolitici alcuni elementi che potrebbero spingere l’Unione verso una dimensione più politica e meno esclusivamente economica.
Il passaggio decisivo è rappresentato dalla guerra tra Russia e Ucraina. Secondo Tremonti, la posizione assunta dall’Europa a sostegno di Kiev sta producendo concretamente due elementi indicati già nel Manifesto di Ventotene del 1941: una politica estera comune e una difesa comune.
È un’osservazione particolarmente significativa perché arriva da un esponente politico che per molti anni ha criticato duramente numerosi aspetti dell’architettura europea. La guerra avrebbe però costretto l’Unione a confrontarsi con questioni che non possono essere risolte attraverso le sole regole del mercato: sicurezza, difesa, politica internazionale, autonomia strategica e capacità finanziaria comune. In altre parole, la crisi potrebbe aver obbligato l’Europa a tornare a fare politica.
Il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e il ritorno degli eurobond
Un altro elemento indicato da Tremonti è il prestito europeo da 90 miliardi di euro all’Ucraina finanziato attraverso debito comune. Per l’ex ministro non si tratta soltanto di uno strumento per sostenere Kiev, ma di un precedente che riguarda direttamente l’evoluzione dell’architettura finanziaria europea.
Tremonti rivendica infatti come questa impostazione riprenda, almeno nella logica di fondo, la proposta italiana degli eurobond avanzata nel 2003. L’idea era quella di consentire all’Europa di raccogliere risorse attraverso titoli comuni, trasformando almeno una parte della capacità finanziaria dell’Unione da somma delle politiche nazionali a strumento realmente europeo.
Per molti anni l’ipotesi di una mutualizzazione del debito è stata guardata con grande diffidenza soprattutto dai Paesi del Nord Europa. Le crisi degli ultimi anni hanno però modificato progressivamente il quadro. Prima la pandemia e il finanziamento comune del programma Next Generation EU, poi la guerra e le esigenze legate alla difesa e al sostegno all’Ucraina hanno reso il debito comune europeo uno strumento non più impensabile.
Ed è proprio in questa trasformazione che Tremonti intravede uno dei possibili passaggi verso un’Europa più politica.
La critica non è all’Europa, ma al modo in cui è stata costruita
Il ragionamento dell’ex ministro segue quindi una linea meno semplicistica di una contrapposizione tra europeisti ed euroscettici. Tremonti non contesta la necessità dell’Europa, ma il modello di integrazione che ha prevalso per molti anni.
Da una parte c’è l’Europa delle migliaia di norme, della burocrazia, delle lobby e di quello che definisce «mercatismo». Dall’altra c’è la possibilità di costruire un’Unione capace di assumere decisioni comuni su politica estera, difesa e grandi investimenti strategici.
La differenza è sostanziale: nel primo modello l’Europa tende soprattutto a regolare; nel secondo deve imparare a decidere.
È una questione diventata ancora più urgente con il mutamento dello scenario internazionale. La competizione con Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni commerciali e la necessità di aumentare la capacità europea nel settore della difesa hanno reso sempre più evidente la difficoltà di affidare il futuro del continente soltanto alla costruzione del mercato unico.
Il richiamo a Draghi e il problema della competitività
Non è casuale che il ragionamento nasca proprio parlando di Mario Draghi, che negli ultimi anni ha posto ripetutamente il problema della perdita di competitività europea rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.
Tremonti e Draghi provengono da esperienze e culture economiche differenti e non sempre hanno condiviso la stessa lettura delle politiche europee. Ma il problema sul quale oggi convergono almeno in parte è evidente: l’Europa rischia di perdere terreno se non riesce a trasformare la propria enorme forza economica in capacità politica, industriale e tecnologica.
Il continente dispone di un mercato di centinaia di milioni di consumatori, di un’enorme capacità di risparmio, di imprese avanzate e di sistemi industriali di primo piano. Eppure fatica a produrre grandi campioni tecnologici paragonabili a quelli statunitensi e cinesi e continua a scontare una frammentazione nazionale in numerosi settori strategici.
È precisamente in questo contesto che il peso della regolamentazione diventa, secondo Tremonti, un problema politico prima ancora che burocratico.
Mps e il risiko bancario: «Non è il momento delle avventure»
Nell’intervista c’è spazio anche per il risiko bancario italiano e per il futuro di Monte dei Paschi di Siena. Su questo terreno Tremonti evita di entrare nel dettaglio delle singole operazioni e sceglie invece di richiamare un principio generale: quello della stabilità.
«Questo, nella finanza, non è assolutamente il momento delle avventure», avverte l’ex ministro.
La frase assume un significato particolare in una fase nella quale il sistema bancario italiano è attraversato da operazioni, aggregazioni e progetti destinati potenzialmente a ridisegnarne gli equilibri. Per Tremonti la priorità deve rimanere la solidità complessiva del sistema, soprattutto in un contesto internazionale segnato da guerre, tensioni geopolitiche e forti oscillazioni dei mercati.
Anche qui ritorna quindi il filo conduttore dell’intero ragionamento: la politica e le istituzioni devono recuperare capacità di indirizzo, evitando sia l’illusione che il mercato possa risolvere automaticamente qualsiasi problema sia la tentazione di sostituirlo con un eccesso di regolamentazione.
La sfida: meno burocrazia e più politica
La provocazione dei «400 chilometri» di norme sintetizza così una questione molto più ampia. Tremonti descrive un’Europa che per decenni ha costruito soprattutto regole, procedure e vincoli e che adesso, davanti a un mondo profondamente cambiato, è costretta a interrogarsi sulla propria capacità di esercitare potere politico.
La guerra in Ucraina, la difesa comune e il ricorso al debito europeo potrebbero rappresentare, nella sua lettura, i primi segnali di una trasformazione. Ma perché questa avvenga davvero occorrerebbe correggere quello che considera l’errore originario del «mercatismo» e ridurre il peso di una macchina normativa diventata progressivamente sempre più invasiva.
Il paradosso evidenziato da Tremonti è proprio questo: l’Europa che ha cercato per decenni di diventare più forte attraverso le regole rischia oggi di scoprire di aver bisogno soprattutto di politica. E in un mondo nel quale Stati Uniti, Cina e le altre grandi potenze utilizzano sempre più apertamente strumenti economici, industriali e finanziari per perseguire obiettivi strategici, continuare a comportarsi soltanto come il più grande mercato regolamentato del pianeta potrebbe non essere più sufficiente.


