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Battaglia navale a Hormuz: nuovi attacchi incrociati fra americani e pasdaran

Pubblicato: 10/09/2026 07:09

Teheran alza il tiro e Washington risponde colpo su colpo. Nel giro di poche ore, la guerra torna a infiammare le rotte del petrolio: i pasdaran sostengono di aver colpito due unità della Marina americana, mentre il Pentagono annuncia la distruzione di cinque petroliere legate alla flotta-ombra iraniana. Nel frattempo, una ventina di missili balistici iraniani sono stati lanciati contro basi statunitensi in Giordania: quasi tutti intercettati dai sistemi Patriot. È un’escalation che non si vedeva da mesi e che rischia di trasformare gli stretti strategici del Medio Oriente in una gigantesca polveriera.

Hormuz, il passaggio obbligato per una parte cruciale del commercio mondiale di greggio, tornano a echeggiare esplosioni e minacce. I pasdaran rivendicano attacchi contro otto petroliere, una portaerei e un cacciatorpediniere americani; gli Stati Uniti parlano invece di cinque navi cisterna riconducibili alla flotta-ombra iraniana, la rete di imbarcazioni utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni. Al largo degli Emirati una petroliera è stata avvistata fortemente inclinata su un fianco, ma restano da chiarire entità dei danni e possibile bilancio delle vittime. Washington, intanto, promette una risposta ancora più dura: «Ogni volta che l’Iran proverà a colpire la nostra Marina, perderà delle petroliere», avverte il segretario di Stato Marco Rubio.

La conseguenza più immediata è sui mercati energetici. Teheran ha annunciato nuove restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz, mentre molti comandanti scelgono di spegnere i transponder e procedere con estrema cautela. Centinaia di petroliere e migliaia di marittimi restano di fatto intrappolati nell’area. Il prezzo del Brent torna così a spingersi oltre i 100 dollari al barile, ricordando al mondo quanto sia fragile la catena energetica globale quando una guerra arriva a sfiorare i suoi principali corridoi commerciali.

Ma Hormuz non è l’unico fronte. Teheran continua a giocare la carta delle guerre per procura e guarda soprattutto allo Yemen. Con Hezbollah fortemente indebolito in Libano, Hamas ridimensionata e la Siria uscita dall’orbita iraniana, gli Houthi rappresentano una delle ultime pedine strategiche rimaste a disposizione degli ayatollah. Il loro terreno d’azione è il Bab al-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden: sette navi, nelle ultime ore, hanno preferito non attraversarlo. È una nuova pressione sulle rotte commerciali, mentre l’Iran può colpire indirettamente gli interessi dei suoi avversari senza impegnare direttamente le proprie forze.

Nel mirino ci sono soprattutto Arabia Saudita e Stati Uniti. Gli Houthi hanno intensificato gli attacchi, mentre Riad ha risposto con una massiccia campagna aerea: 54 raid nelle province controllate dai ribelli e incendi che hanno interessato anche infrastrutture petrolifere. Per Teheran, allargare il conflitto significa aumentare il prezzo che tutti gli altri devono pagare. È la logica della pressione a cerchi concentrici: rendere la guerra così costosa per un numero crescente di Paesi da trasformare l’isolamento dell’Iran in un problema internazionale.

Sul piano diplomatico, però, la strada resta sbarrata. Teheran dice di essere pronta a tornare al tavolo dei negoziati soltanto a precise condizioni: la fine dei bombardamenti, il ritiro israeliano dal Libano, l’uscita dell’Arabia Saudita dal conflitto yemenita, lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani e la chiusura del dossier sul programma nucleare. L’Aiea, invece, ha scelto una linea opposta: per la prima volta in vent’anni ha deciso di deferire l’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu, aprendo la strada a nuove sanzioni.

Teheran, tuttavia, non sembra intenzionata a cedere facilmente. Le sanzioni occidentali hanno già spinto l’economia iraniana verso circuiti alternativi e, secondo quanto riportato dal Financial Times, una parte importante delle risorse necessarie a mantenere in piedi l’economia sommersa passerebbe dalle criptovalute. A garantire al regime un ulteriore margine di manovra ci sono inoltre Russia e Cina, i cui veti al Consiglio di sicurezza rappresentano un’importante protezione diplomatica. Il risultato è un paradosso: l’Iran è sottoposto a una pressione crescente, ma dispone ancora degli strumenti per continuare a combattere e finanziare la propria rete regionale.

La strategia iraniana, secondo Eyal Tsir Cohen, ex agente del Mossad oggi analista, parte da una consapevolezza precisa: Teheran sa di non poter vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. Per questo punta ad allargare il numero dei Paesi coinvolti, creando nuovi fronti e nuovi rischi, dal Mar Rosso al Mediterraneo. L’obiettivo è semplice e allo stesso tempo pericoloso: fare in modo che sempre più governi abbiano qualcosa da perdere. Secondo quanto scoperto dall’intelligence israeliana, l’unità iraniana 4000 avrebbe persino studiato possibili operazioni nello Stretto di Malacca, a circa 6.000 chilometri di distanza.

È questa, alla fine, la vera partita che si gioca sulle petroliere. Gli Stati Uniti stanno cercando di impedire che Hormuz diventi una pistola puntata contro l’economia mondiale, anche attraverso operazioni di scorta non pubblicizzate alle navi che spengono i sistemi di rilevamento. Ma riportare lo stretto alla normalità potrebbe richiedere anni. La guerra, intanto, continua a moltiplicare i suoi fronti: Hormuz, Bab al-Mandeb, Yemen, Giordania, Libano. E mentre Teheran cerca di trasformare ogni rotta commerciale in una leva strategica, Washington risponde facendo pagare un prezzo sempre più alto a chi tenta di chiuderla. Il rischio è che, a forza di allargare il campo, non resti più nessuno davvero fuori dalla partita.

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