
La figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, uccisa dalla ’ndrangheta nel 2009, è morta a 35 anni dopo essersi tolta la vita. Denise era stata segnata profondamente dalla morte della madre, dalla lunga esperienza sotto protezione e dalle difficoltà incontrate nel tentativo di ricostruire la propria vita lontano dalla famiglia e dalla criminalità organizzata.
La donna non è morta immediatamente dopo il gesto estremo. È rimasta per quattro giorni in agonia, fino alla morte avvenuta questa mattina. Aveva la stessa età che aveva sua madre quando venne assassinata. Una coincidenza che rende ancora più drammatica una vicenda familiare segnata per anni dalla violenza, dalla perdita e dalla necessità di vivere sotto tutela.
La morte di Lea Garofalo
Lea Garofalo era diventata un simbolo della ribellione alla ’ndrangheta. Originaria della Calabria, aveva scelto di collaborare con la giustizia e di rompere con l’ambiente criminale nel quale aveva vissuto. «Parlo per amore di mia figlia», aveva spiegato, indicando proprio Denise come la ragione della sua scelta di esporsi.
Madre e figlia erano quindi entrate nel programma di protezione, cercando di costruire una nuova esistenza lontano dalle persone che potevano rappresentare una minaccia. Ma l’ex compagno di Lea, Carlo Cosco, riuscì a convincerla ad abbandonare la tutela e a raggiungerlo a Milano. Il 24 novembre 2009 la donna venne assassinata e il suo corpo fu poi fatto a pezzi e bruciato.
La verità sulla sorte di Lea emerse pienamente soltanto negli anni successivi. Alcuni resti vennero ritrovati grazie alla collaborazione di Carmine Venturino, uno dei responsabili dell’omicidio e all’epoca fidanzato di Denise. Il 13 ottobre 2013, in piazza Beccaria a Milano, si celebrarono i funerali della testimone di giustizia davanti a migliaia di persone.
Una vita vissuta sotto protezione
Denise assistette alla cerimonia senza mostrarsi pubblicamente. Rimase nascosta dietro una finestra, mentre dagli altoparlanti arrivava la sua voce. «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza», disse quel giorno, ricordando la scelta della madre.
La sua vita era rimasta però profondamente condizionata dalla vicenda familiare. Denise è rimasta sotto protezione fino al 2018, ha cambiato nome e ha vissuto in una località segreta, seguita dal Servizio Centrale di Protezione della Polizia Criminale. Anche dopo la fine della protezione, aveva continuato a ricevere il sostegno di don Luigi Ciotti e dei volontari di Libera.
Negli anni non sono mancate le difficoltà. Nella sua storia sono comparsi anche problemi legati alla droga e ricoveri, accanto al tentativo di costruire una normalità. Denise aveva trovato anche l’amore e aveva avuto un figlio, che oggi ha quasi quattro anni. Una maternità che si era intrecciata con una vita ancora segnata da ferite profonde.
«Per mio padre provo solo pena»
Nonostante ciò che aveva vissuto, Denise non aveva scelto la strada dell’odio nei confronti del padre. In una delle poche interviste concesse nel corso degli anni aveva parlato della responsabilità di Carlo Cosco per la morte della madre con parole prive di vendetta: «Mio padre uccise mia madre ma per lui provo solo pena, perché non ha capito cosa ha perso: una famiglia, una figlia, l’amore».
Anche il rapporto con il compagno era stato complicato. La persona che aveva scelto di avere accanto condivideva alcune delle sue stesse difficoltà e, secondo quanto ricostruito, non era riuscita a rappresentare per lei un punto di riferimento sufficiente. Denise aveva quindi continuato a confrontarsi con un percorso personale particolarmente fragile.
Il suo nome era rimasto lontano dalla scena pubblica proprio per ragioni di riservatezza e sicurezza. Nessuno conosceva il suo volto, non partecipava agli eventi pubblici e aveva rilasciato soltanto poche interviste. La sua esistenza era stata protetta anche per evitare che la storia della madre potesse tornare a esporla a rischi.
Il ricordo di Rita Atria
Il gesto di Denise richiama inevitabilmente alla memoria quello di Rita Atria, un’altra testimone di giustizia che scelse di togliersi la vita. Rita, chiamata “la picciridda” da Paolo Borsellino, morì il 26 luglio 1992 a soli 18 anni, una settimana dopo la strage di via D’Amelio nella quale perse la vita il magistrato.
Denise aveva invece 35 anni, esattamente l’età che aveva Lea Garofalo quando venne assassinata. Una coincidenza che assume un peso particolare nella storia di una donna che aveva trascorso gran parte della propria vita confrontandosi con la morte della madre e con le conseguenze della sua scelta di testimoniare contro la criminalità organizzata.
In queste ore sono stati numerosi gli attestati di vicinanza nei suoi confronti, anche da parte di persone che non hanno potuto raggiungerla direttamente per ragioni legate alla sua riservatezza. Tra loro anche Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia, e don Luigi Ciotti, che le è stato vicino negli anni più difficili e che l’ha accompagnata con la preghiera nell’ultimo tratto della sua vita.


