
Dopo oltre dieci anni dall’uccisione di Giulio Regeni, arriva il giorno della prima sentenza. La Corte d’Assise di Roma è chiamata oggi, 28 settembre, a pronunciarsi sui quattro appartenenti alla National Security egiziana accusati del sequestro, delle torture e della morte del ricercatore italiano, il cui corpo venne ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo la strada tra il Cairo e Alessandria.
Sul banco degli imputati ci sono Tariq Sabir, generale responsabile del dipartimento che seguiva i sindacati indipendenti; il colonnello Uhsam Helmi; Athar Kamel Mohamed Ibrahim, anche lui colonnello; e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato dall’accusa come direttamente coinvolto nelle torture e nell’omicidio. Per Sharif la procura ha chiesto l’ergastolo, mentre per gli altri tre imputati la richiesta è di 17 anni e sei mesi di reclusione.
Dieci anni di indagini, ostacoli e depistaggi
La sentenza arriva al termine di un percorso giudiziario segnato da indagini complesse, rogatorie internazionali, testimonianze e continui ostacoli nei rapporti con le autorità egiziane. Gli investigatori italiani hanno lavorato per ricostruire gli ultimi giorni di Regeni, individuare chi lo avesse seguito e chiarire le circostanze del rapimento e della morte. Nel corso delle indagini emersero anche ricostruzioni alternative considerate dagli inquirenti tentativi di depistaggio, tra cui quella che attribuiva il delitto a una banda di rapinatori successivamente uccisi.
La svolta giudiziaria risale al 4 dicembre 2018, quando vennero iscritti nel registro degli indagati gli uomini della National Security. La collaborazione del Cairo, già difficile, divenne progressivamente sempre più limitata. Tra gli elementi mai trasmessi alle autorità italiane figuravano anche gli indirizzi degli imputati, circostanza che avrebbe poi inciso direttamente sull’avvio del processo.
Il 10 dicembre 2020 la procura di Roma chiuse le indagini, ma nell’ottobre dell’anno successivo la Corte d’Assise dichiarò nullo il decreto di rinvio a giudizio perché non era possibile dimostrare che gli imputati fossero a conoscenza del procedimento. La questione arrivò quindi davanti alla Corte costituzionale, che stabilì la possibilità di procedere nei processi per tortura anche quando uno Stato straniero impedisca, attraverso la mancata collaborazione, la notifica degli atti.
Il processo e le richieste della procura
Il processo è così potuto iniziare nel febbraio 2024. Davanti ai giudici sono stati ascoltati investigatori e testimoni, alcuni dei quali protetti durante le deposizioni. Una delle testimonianze più drammatiche è stata quella del teste indicato come “Delta”, che ha raccontato di aver sentito Regeni urlare mentre veniva torturato in quello che aveva definito il “cimitero dei vivi”.
Per il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, quello celebrato a Roma è stato un processo contro il silenzio, le menzogne e i depistaggi. Il 23 giugno l’accusa ha formulato le proprie richieste: ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati.
Ora, a più di dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la lunga vicenda giudiziaria arriva al suo primo verdetto. Una sentenza attesa dalla famiglia del ricercatore e da quanti, per tutto questo tempo, hanno continuato a chiedere verità e giustizia.


