
Quando le ombre del passato tornano a proiettarsi sull’attualità più scottante, anche i ricordi apparentemente più banali e polverosi possono trasformarsi in tasselli decisivi per ricomporre enigmi mai risolti. Nei corridoi delle istituzioni e nell’aula di un’inchiesta che dura da anni, il tempo sembra essersi fermato, riportando a galla dettagli, annotazioni giovanili e testimonianze rimaste per decenni nell’oscurità. Una ricerca spasmodica della verità che scava tra i banchi di scuola, le vecchie abitudini e le dinamiche adolescenziali, nel tentativo disperato di fare luce su uno dei misteri più complessi e dolorosi che abbiano mai segnato la storia recente del nostro Paese.
Un vero e proprio tuffo all’indietro riporta la memoria ai primi di giugno del 1983, tra le mura del Convitto nazionale Vittorio Emanuele I nel quartiere Prati. Fu lì che Emanuela Orlandi, frequentante la II B del liceo scientifico, incassò la sospensione del giudizio con un 4 in latino e un 5 in francese, in un quadro complessivo segnato da 8 rimandati e un bocciato. A distanza di decenni, quell’ambito scolastico torna al centro delle attenzioni della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da 40 tra deputati e senatori: per martedì 6 ottobre, alle 9.30 a Palazzo San Macuto, è stata infatti convocata l’ex docente di francese Nazzarena Di Marcantonio. A seguire, verrà ascoltata anche Alessandra Bellucci, compagna di classe di Mirella Gregori ai tempi della scuola media Mantegazza.
L’insegnante, oggi in pensione, aveva già tracciato in passato un profilo della studentessa parlando con Tommaso Nelli, autore del volume Atto di dolore: «Emanuela era una ragazza molto riservata, silenziosa, non creava assolutamente problemi in classe. Non parlava molto di sé, delle sue attività, di ciò che fa nel tempo libero. Tanto che il fatto che frequentasse la scuola di musica lo seppi soltanto dopo la scomparsa».
L’enigma del diario e gli sfottò tra i banchi di scuola
L’interesse degli inquirenti e dei parlamentari si concentra in particolare su una strana annotazione a matita rinvenuta all’epoca sul diario di Emanuela. Il testo, intriso di errori e toni goliardici, recitava: «L’allieva Emanuela Orlandi ha dimostrato uno scarsissimo interessamento alla scuola facendo molte volte… ha fatto finta di giustificare le sue… Il suo atteggiamento è stato ribelle e provocatorio tanto che è stata soprannominata LA SORA L’AMANTE DI G.P. II (G.P. II È GIOVANNI Paolo II)… Il suo profitto è molto scadente ma poiché si è venduta di fronte al professore di classe… rimandata a settembre nelle seguenti materie MATEMATICA LATINO FRANCESE ITALIANO ED. FISICA RELIGIONE…».
Un contenuto bollato da Nelli come «frasi sconclusionate, sgrammaticate e intrise di umorismo cameratesco», riconducibile a «i classici sfottò tra alunni». Tuttavia, il riferimento a Papa Giovanni Paolo II — lo stesso pontefice che il 3 luglio 1983 avrebbe lanciato un celebre appello pubblico per la quindicenne — spinse i servizi segreti ad approfondire la vicenda. Già in una nota del 30 luglio 1983, il Sisde annotava come «anche la professoressa di francese dell’istituto confermò che nella classe di Emanuela Orlandi era cosa ricorrente fra gli studenti scrivere frasi goliardiche e scherzose sui diari dei compagni». Un dettaglio apparentemente marginale che la Commissione intende rianalizzare per verificare se la ragazza avesse mai ricevuto attenzioni da ambienti ecclesiastici.


