
Il presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica illustra la nuova Theory of Victory della Nato: l’obiettivo è impedire lo scoppio di una guerra attraverso una deterrenza credibile, rafforzando la capacità di difesa e la risposta alle minacce ibride. Il rischio di escalation, avverte, richiede fermezza e lucidità.
«La migliore vittoria è quella per cui non dobbiamo combattere». È questo il principio al centro della riflessione dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, che in un’intervista a la Repubblica spiega il significato della nuova Theory of Victory, la strategia con cui l’Alleanza punta a rafforzare la propria capacità di deterrenza e a prevenire un eventuale conflitto.
Il concetto di vittoria, secondo Dragone, non deve essere interpretato esclusivamente come il risultato di uno scontro militare. L’obiettivo principale è evitare che la guerra abbia inizio, facendo comprendere a chi minaccia l’Alleanza che un’aggressione non potrebbe raggiungere i risultati sperati.
«La parola ‘vittoria’ significa soprattutto una cosa: che la guerra non inizi mai, per convinzione di chi ci minaccia», spiega l’ammiraglio, delineando una visione strategica nella quale la preparazione militare diventa uno strumento per preservare la pace e scoraggiare qualsiasi tentativo di attacco.
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La Theory of Victory e il ruolo della deterrenza
La nuova strategia della Nato si fonda sulla necessità di dimostrare che l’Alleanza dispone delle capacità necessarie per affrontare un’aggressione e reagire in modo efficace. Non si tratta, sottolinea Dragone, di alimentare le tensioni con la Russia o di adottare una postura provocatoria, ma di rendere credibile la difesa collettiva.
La pianificazione militare, in questa prospettiva, rappresenta un elemento essenziale per impedire che un potenziale avversario consideri conveniente ricorrere alla forza. La capacità di difendersi, infatti, deve essere accompagnata dalla consapevolezza che un attacco non avrebbe possibilità di successo.
«Pianificare come difendersi non è mai una provocazione – evidenzia Dragone – È il dovere di qualsiasi organizzazione militare responsabile, per assicurarsi che la postura di deterrenza sia credibile».
Il messaggio è chiaro: la deterrenza militare deve convincere chiunque possa prendere in considerazione un’aggressione che i costi e le conseguenze dell’azione sarebbero incompatibili con il raggiungimento dei propri obiettivi. La preparazione, quindi, non viene presentata come un passo verso la guerra, ma come una condizione necessaria per evitarla.

Guerra ibrida, il rischio di escalation
Un altro tema centrale riguarda la crescente rilevanza delle minacce ibride e il pericolo che queste possano provocare un’escalation fino a trasformarsi in un confronto aperto. Si tratta di uno scenario che, secondo il presidente del Comitato militare della Nato, richiede particolare attenzione, soprattutto quando le azioni ostili si ripetono e aumentano le possibilità di incidenti o valutazioni errate.
«Il rischio di escalation non va sottovalutato. Più queste azioni si moltiplicano, più cresce il rischio di un incidente o di un errore di calcolo. Per questo dobbiamo rispondere con fermezza ma anche con lucidità, senza cadere nelle provocazioni».
La posizione espressa da Dragone evidenzia la necessità di mantenere un equilibrio tra la capacità di reagire alle minacce e l’esigenza di evitare che le risposte producano conseguenze incontrollate. La gestione delle tensioni diventa così una componente fondamentale della strategia dell’Alleanza, chiamata a difendere i propri membri senza alimentare dinamiche che possano condurre a un conflitto più ampio.

La risposta della Nato alle minacce e il messaggio a Mosca
Nel valutare la gestione degli attacchi ibridi, Dragone sostiene che l’Alleanza abbia già dimostrato di saper affrontare situazioni delicate, mantenendo il controllo dell’escalation. La risposta, spiega, può assumere forme differenti a seconda delle circostanze, combinando iniziative visibili e altre meno evidenti.
«La Nato, infatti, a fronte di questi attacchi ibridi, ha dimostrato pienamente la sua capacità di gestire l’escalation, come ci si attende da un’Alleanza difensiva, responsabile e paziente, aggiungerei – dice Dragone – E questo attraverso opzioni di risposta visibili, come nel caso delle violazioni del nostro spazio aereo, o in altri casi non visibili, ma ugualmente efficaci».
L’ammiraglio richiama quindi il principio della difesa collettiva, uno degli elementi centrali dell’identità dell’Alleanza atlantica. La protezione del territorio dei Paesi membri resta una priorità e costituisce il fondamento del messaggio rivolto alla Russia.
«Il messaggio a Mosca è inequivocabile: siamo pronti e capaci a difendere ogni centimetro del nostro territorio, e un attacco contro uno di noi resta un attacco contro tutti», conclude Dragone.
La Theory of Victory della Nato viene così delineata come una strategia basata sulla credibilità della difesa, sulla capacità di risposta e sulla gestione responsabile delle crisi. La finalità dichiarata non è arrivare allo scontro, ma fare in modo che nessun potenziale avversario ritenga possibile ottenere un vantaggio attraverso la guerra.


