
Dalla massima espressione della potenza fisica a una quotidianità scandita dalla sofferenza, dalla stanchezza estrema e dalla perdita di ogni autonomia. Un’atleta che ha gareggiato ai massimi livelli dello sport internazionale si trova oggi costretta a trascorrere oltre 22 ore al giorno a letto, riuscendo ad alzarsi soltanto per mangiare e andare in bagno. Una malattia cronica e invalidante ha stravolto completamente la sua esistenza, costringendola ad abbandonare l’attività agonistica e a rinunciare a quella vita che per anni aveva costruito attraverso allenamenti, sacrifici e competizioni.
Il dramma non riguarda soltanto la fine di una carriera sportiva, ma la perdita della salute, dell’indipendenza e della possibilità di svolgere anche le azioni più semplici. Persino parlare per mezz’ora, esporsi a una luce intensa o ascoltare un rumore forte può provocare un peggioramento dei sintomi, con conseguenze che possono protrarsi per giorni, settimane o addirittura mesi. Una condizione difficile da comprendere dall’esterno, soprattutto quando colpisce chi era abituato a sottoporre il proprio corpo a sforzi straordinari. Eppure, proprio attraverso la testimonianza pubblica, l’atleta ha scelto di raccontare la propria battaglia, nella speranza di dare voce a chi soffre della stessa patologia.

A raccontare questa drammatica trasformazione è Beth Dobbin, ex velocista britannica di 32 anni, che ha deciso di aprirsi in un’intervista alla BBC. La diagnosi è quella di encefalomielite mialgica (ME), conosciuta anche come sindrome da fatica cronica: una patologia complessa che può compromettere diversi sistemi dell’organismo e per la quale non esiste attualmente una cura specifica. Dobbin ha annunciato il ritiro dall’atletica leggera nell’aprile 2026, dopo un progressivo peggioramento delle proprie condizioni. La sua storia colpisce anche per il contrasto con il passato: nel 2021 aveva partecipato alle Olimpiadi di Tokyo, raggiungendo le semifinali dei 200 metri, mentre nel 2022 aveva conquistato il bronzo nella staffetta 4×400 ai Giochi del Commonwealth di Birmingham.
La decisione di raccontare pubblicamente la propria esperienza è arrivata nonostante il rischio concreto che lo sforzo dell’intervista possa aggravare ulteriormente i sintomi. «Mi è capitato di fare piccole cose, come andare a fare un prelievo di sangue dal medico, e poi rimanere a letto per mesi», ha spiegato alla BBC. Anche una conversazione di trenta minuti, ha raccontato, potrebbe avere ripercussioni sulla sua salute fino al 2027. Una prospettiva che rende ancora più significativa la scelta di esporsi pubblicamente: «Sentivo che era davvero importante farlo per diffondere il messaggio». Nel corso del 2026, ha riferito, è riuscita a uscire di casa soltanto cinque volte.
Il sintomo più debilitante è il cosiddetto malessere post-sforzo, una caratteristica centrale dell’encefalomielite mialgica. Dopo un’attività fisica, mentale o sensoriale anche minima, le condizioni della persona possono peggiorare in modo sproporzionato e prolungato. Non è necessario praticare sport o compiere uno sforzo intenso: anche parlare, stare seduti o essere esposti a stimoli luminosi e sonori può innescare una ricaduta. Questi episodi, spesso descritti come crash, possono durare da ore a giorni e, nelle situazioni più gravi, protrarsi per mesi. Il riposo, inoltre, non garantisce un recupero soddisfacente. Nei casi severi, come quello descritto da Dobbin, la malattia può ridurre drasticamente la capacità di muoversi e rendere necessaria una permanenza quasi continua a letto.
Le cause dell’encefalomielite mialgica non sono ancora completamente comprese, ma in molti casi l’esordio viene associato a un’infezione. Nella storia della velocista, tutto sarebbe cominciato nell’inverno tra il 2021 e il 2022, dopo due infezioni consecutive da Covid-19 e mononucleosi, individuate attraverso test successivi. Inizialmente, i segnali sembravano poco allarmanti: un maggiore bisogno di dormire, tempi leggermente peggiori in pista e dolori alle ghiandole del collo e delle ascelle. Con il passare dei mesi, tuttavia, la sensazione di malessere non è scomparsa. Gli esami effettuati attraverso i medici della federazione britannica di atletica non hanno fornito risposte definitive e l’atleta ha continuato ad allenarsi e a gareggiare, nella speranza che il problema fosse temporaneo.
La situazione è precipitata dopo una competizione europea, quando Dobbin ha raccontato di aver perso completamente la sensibilità alle gambe mentre era sui blocchi di partenza, finendo per incorrere in una falsa partenza. Dopo un periodo di riposo, ha provato a riprendere gli allenamenti, riuscendo a sostenere soltanto tre settimane di attività prima di stare nuovamente male. Le condizioni non miglioravano nonostante il tempo trascorso dalle infezioni e diversi specialisti hanno iniziato a indicare la ME come spiegazione dei sintomi. «Tutti gli specialisti dicevano: “Questa è la ME” e non vogliamo che sia così perché non esiste una cura», ha ricordato. Il peggioramento progressivo l’ha infine costretta a rinunciare definitivamente all’atletica, uno sport che aveva rappresentato il centro della sua vita per vent’anni.
Oggi la ex olimpionica descrive la propria condizione con parole drammatiche: ha la sensazione che il corpo si stia spegnendo e fatica a immaginare come potrà essere il futuro. La gestione della malattia si basa soprattutto sul cosiddetto pacing, una strategia che consiste nel dosare attentamente le energie e limitare le attività che potrebbero provocare ricadute. Non si tratta semplicemente di riposare di più, ma di riconoscere i propri limiti e organizzare ogni giornata per evitare un peggioramento dei sintomi. Per chi, come Dobbin, era abituato ad allenarsi ad altissima intensità, il cambiamento è radicale. «Mi sento come se avessi perso tutto. Ho ancora la mia famiglia, ma ho perso la mia indipendenza, la mia salute, la capacità di lavorare, la capacità di fare esercizio fisico», ha raccontato.
La sua testimonianza vuole però andare oltre il dolore personale e diventare un appello per tutte le persone che convivono con questa patologia senza riuscire a ottenere ascolto e comprensione. Dobbin ha spiegato che molti malati vengono giudicati come pigri o poco determinati, perché la gravità della condizione non è sempre visibile dall’esterno. «Agli atleti si crede molto di più che alla persona media», ha osservato, sottolineando come la propria notorietà possa aiutarla a portare l’attenzione su una malattia ancora poco conosciuta. La sua speranza è che una maggiore sensibilizzazione favorisca la ricerca e una migliore comprensione dei bisogni dei pazienti. Da atleta capace di spingersi oltre ogni limite fisico, oggi Beth Dobbin combatte una sfida diversa: far capire che esistono sofferenze invisibili, che la volontà non basta a sconfiggere una malattia e che nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare continuamente di stare male per essere creduto.


