
Esattamente trecentosessantacinque giorni dopo il drammatico botto dell’alba del 14 ottobre 2025, il disastro di Castel d’Azzano fa registrare un terremoto istituzionale e giudiziario destinato a sconquassare gli assetti dell’Arma. La Procura Generale di Venezia ha notificato un voluminoso fascicolo d’accusa composto da oltre trenta pagine, avviando un rigido procedimento disciplinare nei confronti di tre alti vertici dell’Arma dei Carabinieri: il colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale di Verona, il tenente colonnello Antonio Sframeli, ex guida del reparto operativo, e il capitano Vincenzo Spataro, al vertice della compagnia di Villafranca. Nelle contestazioni formulate dalla magistratura contabile e disciplinare si evidenziano profili di gravissima negligenza, imprudenza e imperizia nella condotta, nella catena di comando e nella pianificazione tattica delle fasi operative.
Quel tragico giorno di un anno fa, il blitz scattato per eseguire un’ordinanza di sgombero ed esecuzione immobiliare del Tribunale di Verona al casolare dei fratelli Maria Luisa, Franco e Dino Ramponi si tramutò in un massacro. L’esplosione dell’immobile, provocata da Maria Luisa Ramponi che innescò con un accendino la saturazione da bombole di gas e molotov dislocate nel casolare, provocò il crollo dell’edificio e il martirio dei militari Davide Bernardello, 36 anni, Valerio Daprà e Marco Piffari, entrambi di 56 anni, stritolati sotto centinaia di tonnellate di macerie.
Mentre il 26 ottobre 2026 si aprirà davanti alla Corte d’Assise di Verona il processo per strage a carico dei tre fratelli — per i quali le difese avevano invocato il proscioglimento sostenendo che «volevano solo suicidarsi pur di non consegnare la casa» —, quattro giorni più tardi, il 30 ottobre 2026, i tre alti ufficiali si dovranno presentare dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Venezia per rispondere delle drammatice falle organizzative dell’operazione.
L’allarme inascoltato dei corpi speciali e i drammatici precedenti
Le risultanze del fascicolo d’accusa mettono in luce come l’assalto alla fortezza dei Ramponi fosse stato espressamente sconsigliato dalle unità d’élite. Un perentorio alt alla decisione di fare irruzione era giunto dai vertici del Gis, il Gruppo Intervento Speciale di Livorno, affiancato dai pareri radicalmente contrari dei tecnici specializzati di campo, tra cui lo stesso luogotenente Marco Piffari, il vice ispettore Domenico Chiaramonte e il maresciallo capo Nicolò Comin.
Un diniego motivato da uno storico spaventoso e documentato da innumerevoli episodi di violenza e resistenza commessi nel tempo dal nucleo familiare. Il 28 settembre 2021 Maria Luisa Ramponi tentò di cospargersi d’alcol e darsi fuoco davanti al Tribunale scaligero; il 7 ottobre 2024 Dino Ramponi si barricò nell’immobile cosparso di benzina accanto a una bombola di gas; il 18 novembre 2024 i tre congiunti salirono sul tetto dopo aver saturato gli ambienti con tre bombole, minacciando la deflagrazione. Avvertimenti reiterati e identici il 16 gennaio 2025 di fronte a una pattuglia, il 3 settembre 2025 dinanzi al comandante della stazione locale e il 25 settembre 2025, quando la donna impugnava già un accendino davanti ai militari.
La magistratura addebita agli ufficiali la scelta di aver «pianificato l’intervento nuovamente mediante le modalità di irruzione già rivelatesi fallimentari», omettendo di «raccolto il maggiore numero di dati sulla personalità, sulle abitudini di vita, pregresse e similari vicende del nucleo famigliare, acquisti di bombole (numero e peso) e di materiale esplodente».
L’atto d’accusa evidenzia gravi omissioni nei flussi informativi verso le squadre Uopi della Questura e i vigili del fuoco, privando gli operatori Api di Padova di una stima reale dei rischi durante un briefing d’appena 15 minuti. Sotto la lente della Procura è finita anche la decisione di intervenire in piena notte e di non interrompere l’azione nonostante l’evidente e fortissima saturazione olfattiva di gas registrata alle 03.02.54 del 14 ottobre 2025.
Infine, al solo capitano Spataro viene contestato di aver colpito con calci al capo e agli arti Dino Ramponi mentre giaceva inerme e ammanettato a terra, applicando «misure di rigore non consentite dalla legge». Sullo sfondo, oltre il piano giudiziario, resta il dramma degli operatori sopravvissuti, ancora segnati da gravi lesioni e da un profondo trauma psicologico.


