
“Se devo morì, voglio morì a casa mia, non rinchiuso qui dentro senza rivedere i miei figli”. Ha riunito i figli in una stanza della sua villa, a distanza di sicurezza, con una frase che sembrava un addio: “Credetemi, non so quanto resisterò ancora”. Poche settimane dopo aver perso il padre Enzo, anche lui per Covid, si è ritrovato con i polmoni a pezzi, l’ossigenazione crollata e un rifiuto categorico: niente ospedale. A salvarlo, racconta ora lui stesso, è stata una telefonata inaspettata.
La polmonite bilaterale dopo la morte del padre Enzo
Nell’autunno del 2020, poche settimane dopo la morte del padre Enzo Totti per Covid, Francesco Totti ha affrontato una polmonite bilaterale severa. Lo racconta nella sua nuova autobiografia “Oltre”, di cui il quotidiano Leggo ha riportato gli stralci più significativi.
L’ex capitano della Roma descrive i giorni più neri della pandemia: il crollo dell’ossigenazione, il lutto ancora aperto e il rifiuto del ricovero ospedaliero. “Non volevo fare la fine di mio padre”, confida nel libro.
L’addio ai figli e la paura di morire in ospedale
“Credetemi, non so quanto resisterò ancora”. Con queste parole, scrive Totti, ha riunito i suoi figli a distanza di sicurezza in una stanza della sua villa, convinto di non riuscire a superare le conseguenze del Covid-19. La paura era quella di morire “rinchiuso qui dentro senza rivedere i miei figli”.
La telefonata di Pier Silvio Berlusconi e Zangrillo
A sbloccare il quadro clinico, secondo quanto ricostruito nel libro, è stato l’intervento di Pier Silvio Berlusconi e le indicazioni mediche a distanza di Alberto Zangrillo.
“Pier Silvio Berlusconi mi ha salvato la vita. Non volevo fare la fine di mio padre, ho detto: ‘Se devo morì, voglio morì a casa mia, non rinchiuso qui dentro senza rivedere i miei figli'”, racconta Totti in “Oltre”. Berlusconi lo avrebbe affidato alle cure di Zangrillo, che seguì il caso a distanza e fu decisivo per la svolta.


