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“C’è lo zampino di Putin!”. Rivolta in Italia: l’accusa shock della nota italiana

Pubblicato: 21/10/2026 10:50

Gli scontri nelle piazze, le modalità con cui vengono organizzate le mobilitazioni e il possibile ruolo di attori stranieri tornano al centro del dibattito sulla sicurezza in Europa. Gli episodi registrati a Milano sollevano interrogativi che vanno oltre la gestione dell’ordine pubblico e chiamano in causa il fenomeno della guerra ibrida, una strategia che può puntare a creare divisioni, alimentare tensioni interne e indebolire la stabilità dei governi. Resta però fondamentale distinguere tra gli elementi che destano sospetti e le responsabilità che possono essere dimostrate attraverso verifiche concrete.

In un’intervista a Repubblica, viene analizzata la possibilità che dietro alcune mobilitazioni possano esserci interessi esterni intenzionati ad alimentare il caos. L’attenzione si concentra sull’utilizzo dei social network per organizzare i partecipanti, sull’eventuale coinvolgimento di potenze straniere e sui precedenti europei di interferenze politiche. Un’analisi che affronta anche un’altra questione centrale: il rischio che la ricerca di eventuali regie esterne finisca per mettere in secondo piano le ragioni del disagio sociale che attraversa una parte dei giovani.
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Gli scontri a Milano e l’ipotesi della guerra ibrida

A intervenire sul caso è Mariangela Zappia, presidente dell’Ispi ed ex ambasciatrice italiana negli Stati Uniti. Nell’intervista a Repubblica, Zappia invita a considerare diversi elementi ancora da chiarire e non esclude che gli avvenimenti milanesi possano essere stati condizionati da una manipolazione esterna.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli episodi come un possibile «frutto della guerra ibrida». Interpellata su questa interpretazione, Zappia risponde: «Se il ministro ha detto una cosa del genere, vuol dire che ha degli elementi. Da osservatrice noto diversi aspetti sospetti».

La presidente dell’Ispi richiama quindi l’attenzione sulle modalità attraverso cui sarebbero stati coinvolti i giovani scesi in piazza e sugli strumenti utilizzati per organizzare le iniziative. La sua valutazione, tuttavia, non costituisce una conferma dell’esistenza di un coordinamento straniero: si tratta di un’ipotesi che, come sottolinea la stessa intervistata, richiede ulteriori verifiche.

Telegram e TikTok, i dubbi sulle modalità di mobilitazione

Uno degli aspetti che, secondo Zappia, meritano di essere approfonditi riguarda la difficoltà di ricostruire con chiarezza come siano stati mobilitati i partecipanti agli scontri.

«In primo luogo, il fatto che sia difficile capire come sono stati mobilitati questi ragazzi: non c’è un’organizzazione chiara dietro. Non mi sembra un caso che i social media più utilizzati siano stati Telegram e TikTok: mi viene da pensare che soggetti stranieri possano aver contribuito a creare caos», afferma nell’intervista.

L’attenzione si sposta dunque sulle piattaforme digitali, che possono essere utilizzate per diffondere messaggi, organizzare iniziative e raggiungere rapidamente un pubblico ampio. Per Zappia, le modalità di utilizzo di questi strumenti rappresentano un elemento da esaminare nell’ambito di un’analisi più ampia delle mobilitazioni.

La presenza di comunicazioni attraverso i social, tuttavia, non dimostra di per sé l’esistenza di un intervento straniero. Per accertare eventuali responsabilità occorrono riscontri che consentano di distinguere la normale attività di organizzazione delle proteste da possibili operazioni finalizzate a influenzare gli eventi.

Il possibile ruolo della Russia e i precedenti europei

Tra le ipotesi affrontate nell’intervista a Repubblica c’è quella di un possibile coinvolgimento russo. Alla domanda sulla legittimità di questo sospetto, Zappia risponde senza escluderlo: «Francamente sì. Abbiamo già visto azioni simili condotte dal Cremlino nei nostri Paesi per dividere le opinioni pubbliche. L’uso di Telegram fa pensare a quei metodi. Ma bisogna sempre fare attenzione: queste sono ipotesi che l’analisi ci porta a individuare, poi bisogna verificare i fatti».

Il riferimento è alle operazioni di influenza attribuite in passato a Mosca in diversi contesti europei. Secondo l’analisi proposta dall’ex ambasciatrice, iniziative di questo tipo possono puntare a esasperare le divisioni interne e a favorire un clima di instabilità, sfruttando tensioni già presenti nella società.

Zappia richiama anche le precedenti interferenze russe nel dibattito politico europeo, con particolare attenzione ai tentativi di influenzare il voto nei Paesi dell’Europa orientale.

Alla domanda sulle elezioni in Romania, risponde: «Sì. Sono azioni che tendono a favorire partiti politici più vicini a Mosca oppure semplicemente a generare disordine».

Il punto centrale resta la necessità di verificare ogni collegamento prima di attribuire responsabilità precise. La possibilità di un’operazione di influenza non equivale, infatti, alla prova che una specifica protesta o un determinato episodio di violenza siano stati organizzati dall’estero.

Dalle proteste alle elezioni, il rischio di alimentare le divisioni

Un altro interrogativo riguarda gli obiettivi che potrebbero perseguire eventuali soggetti interessati a esasperare le tensioni nelle piazze.

«Creare polarizzazioni interne che arrechino problemi ai governi locali. Se poi consideriamo che nei prossimi mesi ci saranno elezioni in Paesi europei importanti, dalla Spagna alla Francia, dalla Polonia all’Italia, è normale chiedersi se non ci sia anche un tentativo di interferire in vista di queste scadenze», spiega Zappia.

L’ipotesi delineata nell’intervista è quella di operazioni capaci di sfruttare le divisioni già esistenti per complicare il confronto politico e condizionare il clima in cui si svolgono le consultazioni elettorali.

Nel ragionamento rientra anche la crisi di Ceuta, in Spagna, rispetto alla quale l’intervistata non esclude completamente una possibile regia esterna. «La migrazione è uno dei temi che lacerano verticalmente le opinioni pubbliche ed è tra i più difficili da trattare per gli esecutivi. Non possiamo dire che tutto quello che succede da noi sia il risultato di una destabilizzazione russa, ma siamo in un momento in cui questa modalità viene utilizzata».

Anche in questo caso, Zappia invita a non trasformare una possibilità in una conclusione definitiva. Il riferimento alla migrazione evidenzia come le questioni più divisive possano diventare terreno di pressione e condizionamento, senza che ciò autorizzi ad attribuire automaticamente ogni crisi a un intervento straniero.

Come può difendersi l’Europa dalla guerra ibrida

La risposta alle possibili operazioni di destabilizzazione, secondo la presidente dell’Ispi, non può essere affidata esclusivamente ai singoli Stati. Serve un coordinamento europeo e un investimento negli strumenti necessari a individuare e contrastare eventuali interferenze.

«Da soli è molto complicato far fronte a pressioni di questo genere. Possiamo schermarci solo come Europa, investendo negli strumenti necessari per contrastarle e senza considerarle un fenomeno episodico. È una dinamica destinata a continuare nel tempo. La nostra intelligence e le nostre forze dell’ordine già svolgono un’attività di controllo dei canali social più attenzionati», afferma.

L’analisi sottolinea quindi la necessità di considerare la guerra ibrida come una questione strutturale, che richiede strumenti di prevenzione e capacità di collaborazione tra le istituzioni. Il controllo dei canali digitali viene indicato come una delle attività già svolte dall’intelligence e dalle forze dell’ordine.

La sfida consiste nel riconoscere eventuali tentativi di manipolazione senza confondere la presenza di contenuti sospetti con la prova di un’operazione organizzata. Una distinzione importante anche per evitare che l’allarme sulle interferenze esterne si traduca in generalizzazioni non supportate da elementi concreti.

Il malessere sociale non può essere ignorato

Nella parte conclusiva dell’intervista a Repubblica, viene affrontato il rischio che il richiamo alla guerra ibrida finisca per diventare un modo per minimizzare le ragioni delle proteste e il disagio di una parte dei giovani.

Alla domanda se attribuire le manifestazioni a possibili interferenze esterne possa trasformarsi in un alibi per oscurare i problemi sociali, Zappia risponde riconoscendo la complessità della questione.

«Il malessere c’è, non c’è dubbio. Mettiamo pure che questa sia un’azione provocata da fuori: significa comunque che questi ragazzi vivono dei vuoti e la società non li aiuta a riempirli».

È un passaggio che introduce una distinzione essenziale nell’analisi degli avvenimenti milanesi: anche qualora venissero accertati tentativi di manipolazione esterna, resterebbe da comprendere perché determinate iniziative riescano a coinvolgere giovani e a inserirsi in un contesto di tensione.

L’eventuale presenza di interessi stranieri e l’esistenza di un disagio sociale non sono necessariamente spiegazioni alternative. Per ricostruire quanto accaduto occorre verificare i fatti, individuare eventuali responsabilità e, allo stesso tempo, non trascurare le condizioni che rendono una parte della società vulnerabile alle polarizzazioni.

Il messaggio che emerge dall’intervista è quindi duplice: la possibilità di una manipolazione esterna deve essere verificata, senza conclusioni affrettate, ma la sicurezza non può essere affrontata ignorando le ragioni del malessere sociale. Solo distinguendo le ipotesi dai fatti sarà possibile comprendere la portata degli episodi di Milano e valutare le risposte più adeguate.

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