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Campo largo, Giuseppe Conte pensa ad un terzo nome: “Con Elly Schlein candidata non si vince”

Pubblicato: 24/10/2026 10:15

La competizione per la guida del centrosinistra si intensifica e riporta al centro del confronto i rapporti tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il presidente del Movimento 5 Stelle, secondo le ricostruzioni dei colloqui riservati, nutrirebbe dubbi sulla capacità della segretaria del Partito democratico di affrontare Giorgia Meloni nella prossima sfida per Palazzo Chigi. Al centro della contesa ci sono le primarie del centrosinistra, la ricerca di un candidato condiviso e le difficoltà di una coalizione che fatica a trovare una linea comune.
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Conte e i dubbi sulla candidatura di Schlein

La posizione attribuita a Conte ruota attorno a una convinzione: con l’attuale segretaria dem alla guida della coalizione, il centrosinistra rischierebbe di non raggiungere il proprio obiettivo elettorale. L’ex presidente del Consiglio avrebbe espresso queste riserve nei confronti di diversi interlocutori, presentandole come una preoccupazione per le prospettive dell’intero Campo largo, piuttosto che come una questione personale.

Per rafforzare questa interpretazione, il leader pentastellato ricorderebbe di aver già ricoperto l’incarico di presidente del Consiglio e di non essere quindi motivato dall’ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In questa prospettiva, Conte lascerebbe aperta anche l’ipotesi di rinunciare alla competizione per sostenere un candidato di mediazione, proveniente dal principale partito della coalizione.

L’eventuale disponibilità, tuttavia, non risolverebbe il problema politico che attraversa l’alleanza: individuare una leadership riconosciuta da tutte le componenti senza alimentare ulteriori divisioni. La discussione sulla candidatura, infatti, si intreccia con i rapporti di forza tra M5S e Partito democratico e con la difficoltà di conciliare strategie e sensibilità differenti.

Schlein rivendica la candidatura a Palazzo Chigi

Di fronte alle riserve sulla sua leadership, Elly Schlein ha scelto di ribadire pubblicamente la propria disponibilità a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni. Nel corso della direzione del Partito democratico, la segretaria ha dichiarato che sarà candidata a Palazzo Chigi, con o senza il ricorso alle primarie.

Una presa di posizione che chiarisce la volontà di non subordinare il proprio futuro politico alle incertezze degli alleati. Schlein ha inoltre richiamato il ruolo delle primarie nel confronto tra i partiti della coalizione, ricordando che era stato lo stesso Conte a sollecitarle dopo il referendum sulla giustizia.

Il contrasto riguarda quindi anche il significato da attribuire allo strumento delle consultazioni: per una parte del centrosinistra, le primarie possono rappresentare il metodo per legittimare una candidatura comune; per altri, il confronto rischia di trasformarsi in una competizione interna dagli esiti difficili da gestire.

Nel Partito democratico, secondo le valutazioni riportate nel dibattito politico, la struttura organizzativa del partito potrebbe rappresentare un vantaggio rispetto a quella del Movimento 5 Stelle. Le stime attribuite all’area vicina al Nazareno indicano un possibile consenso favorevole a Schlein in diverse regioni settentrionali, oltre che nel Lazio, in Puglia e in Campania. Il quadro sarebbe invece meno favorevole in Sardegna, Calabria e probabilmente in Sicilia. Si tratta, tuttavia, di valutazioni politiche che non equivalgono a risultati elettorali acquisiti.

L’ipotesi Gualtieri e le divisioni nel Pd

All’interno del Pd circolerebbe anche l’ipotesi di una mossa a sorpresa: un passo indietro della segretaria, accompagnato dal sostegno a un candidato alternativo. Tra i nomi evocati in questa ricostruzione figura quello di Roberto Gualtieri, sindaco di Roma.

Una simile prospettiva aprirebbe un confronto delicato sulla legittimazione della leadership democratica. Per una parte del partito, rinunciare alla candidatura di Schlein potrebbe essere interpretato come una presa d’atto delle difficoltà della segretaria; per altri, una soluzione di questo tipo rischierebbe di compromettere gli equilibri interni e la stessa identità politica del Pd.

Il sostegno alla segretaria non si limita all’area a lei più vicina. Anche autorevoli esponenti democratici hanno ribadito la necessità di affrontare la prossima competizione elettorale attraverso una leadership chiaramente individuata. Il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, ha indicato la sfida tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein come lo scenario di riferimento per le prossime elezioni.

Il confronto, dunque, non riguarda soltanto i nomi, ma anche il metodo con cui la coalizione intende prendere le proprie decisioni. La ricerca di una figura alternativa potrebbe riaprire gli equilibri interni, ma rischierebbe anche di aggravare la contrapposizione tra i diversi gruppi dirigenti.

Il Campo largo perde terreno tra divisioni e strategie differenti

Le tensioni sulla candidatura si inseriscono in un quadro più ampio di difficoltà per il Campo largo. La discussione sulla leadership assorbe energie politiche mentre restano aperte questioni relative alla coesione della coalizione e alla capacità dei partiti di presentarsi agli elettori con una proposta riconoscibile.

Un segnale d’allarme sarebbe arrivato anche da un sondaggista, che avrebbe richiamato l’attenzione di Graziano Delrio su un dato relativo al consenso dei partiti. Secondo quanto riferito, la somma delle forze che compongono l’alleanza risulterebbe inferiore al totale dei risultati ottenuti dagli stessi partiti alle elezioni del 2022.

Il dato, così come riportato, pone una questione che va oltre la scelta del candidato premier: la capacità delle singole forze politiche di conservare il proprio consenso all’interno di un progetto comune. La convergenza elettorale, infatti, non garantisce automaticamente una crescita complessiva della coalizione, soprattutto quando persistono divergenze sulle priorità programmatiche.

La legge elettorale e il nodo della politica estera

Nel dibattito sul futuro del centrosinistra è entrata anche la norma della nuova legge elettorale relativa all’indicazione del candidato alla guida del governo. La disposizione è stata contestata da diversi esponenti politici e intellettuali vicini all’area progressista.

Secondo Stefano Ceccanti, tuttavia, la questione giuridica non sarebbe destinata necessariamente a modificare gli equilibri politici. Anche nell’eventualità che la norma venisse meno, resterebbe da affrontare il problema della coesione tra le forze della coalizione.

Il costituzionalista richiama in particolare le differenze sulla politica estera, considerate un banco di prova per verificare la solidità dell’alleanza. Tra i temi più divisivi figura il sostegno all’Ucraina, soprattutto per quanto riguarda la fornitura di armi necessarie alla difesa del Paese.

Una questione del genere impone ai partiti di assumere una posizione comprensibile agli elettori. In campagna elettorale, infatti, le divergenze non possono essere risolte soltanto attraverso formule generiche o programmi condivisi sulla carta: le domande dei cittadini e dei media richiedono risposte concrete.

Primarie e programma, la sfida della coalizione

La contrapposizione tra Conte e Schlein evidenzia quindi due questioni strettamente collegate: la scelta del candidato alla presidenza del Consiglio e la definizione di un programma politico realmente condiviso. Le primarie possono offrire uno strumento per dirimere la competizione interna, ma non eliminano automaticamente le differenze tra i partiti.

Per il centrosinistra, il problema consiste nel costruire un’intesa che vada oltre la necessità di individuare un avversario comune in Giorgia Meloni. Le divergenze sulla politica estera, insieme alle tensioni sulla leadership, mostrano quanto sia complesso trasformare la somma delle forze politiche in un progetto unitario.

Il confronto tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein resta dunque uno dei passaggi decisivi per definire il futuro del Campo largo. Da una parte c’è la richiesta di valutare candidature alternative; dall’altra, la volontà della segretaria dem di non rinunciare alla sfida per Palazzo Chigi. Sullo sfondo rimane la necessità di chiarire le priorità programmatiche e di trovare una sintesi sulle questioni più controverse.

La partita non si esaurisce nella scelta del nome da indicare agli elettori. La tenuta della coalizione dipenderà anche dalla capacità dei suoi componenti di presentare posizioni coerenti sui temi fondamentali, evitando che il confronto sulla leadership finisca per oscurare le differenze politiche che ancora separano i suoi protagonisti.

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