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Il giornalista musulmano Khaled Abu Toameh: «Israele avrebbe dovuto rioccupare Gaza e togliere il potere a Hamas»

Pubblicato: 26/10/2026 14:19

GERUSALEMME, 25 ottobre 2026 – Israele ha commesso un errore strategico nella guerra contro Hamas: non aver portato fino in fondo l’operazione militare, assumendo il controllo della Striscia di Gaza e sostituendosi all’organizzazione islamista nell’esercizio del potere. È una posizione netta, destinata a far discutere, soprattutto perché a sostenerla è Khaled Abu Toameh, giornalista arabo, musulmano e cittadino israeliano, da oltre quarant’anni osservatore della politica palestinese. «L’unico modo per liberarsi di Hamas è rioccupare Gaza», è la sua convinzione. La sua analisi parte da una considerazione: eliminare i comandanti e distruggere le infrastrutture militari non basta se l’organizzazione conserva il potere sulla popolazione e può ricostituire il proprio apparato.

Lo incontro a cena a Gerusalemme. Abu Toameh ha lavorato a lungo per il Jerusalem Post, ha collaborato con importanti testate internazionali e conosce da vicino Gaza, la Cisgiordania e le principali organizzazioni palestinesi. È un uomo che sfugge alle classificazioni abituali del conflitto mediorientale. «Sono anche musulmano. Non so se questo sia rilevante. Ciò che è rilevante è che sono un cittadino israeliano», esordisce, quasi a voler chiarire immediatamente quale sia il suo punto di osservazione.

La sua è una storia che racconta anche un aspetto poco conosciuto della società israeliana. «Appartengo alla comunità araba all’interno di Israele», spiega, ricordando che rappresenta circa il 20-21 per cento della popolazione. E aggiunge una distinzione fondamentale tra gli arabi con cittadinanza israeliana e i palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza. «Noi, gli arabi in Israele, stiamo in realtà combattendo per l’integrazione in Israele. Farne parte». Perché, insiste, «chiediamo più posti di lavoro nel settore pubblico. Chiediamo un aumento dei finanziamenti pubblici».

È una distinzione sulla quale costruisce una parte importante del suo ragionamento politico. Gli arabi israeliani, nella sua interpretazione, aspirano principalmente a una maggiore integrazione nello Stato di cui sono cittadini, pur rivendicando la correzione delle disuguaglianze e delle discriminazioni che ancora esistono. Per i palestinesi dei territori la questione è invece quella dell’autodeterminazione nazionale. Ma anche qui Abu Toameh individua una divisione profonda: «Per alcuni di loro significa uno Stato palestinese accanto a Israele. Ma per molti altri significa uno Stato palestinese che sostituirà Israele». È proprio il mancato riconoscimento del diritto di Israele a esistere, sostiene, uno degli ostacoli fondamentali a qualsiasi prospettiva di pace.

Gaza, l’errore di Israele e la sopravvivenza di Hamas

Il ragionamento diventa particolarmente duro quando si affronta la questione di Gaza. Abu Toameh considera insufficiente la strategia israeliana seguita dopo il massacro del 7 ottobre 2023. A suo giudizio, Israele avrebbe dovuto assumere il controllo politico e militare dell’intera Striscia, istituendo un’amministrazione capace di sostituire Hamas e impedire all’organizzazione di continuare a esercitare il proprio potere.

La sua posizione non prevede necessariamente un’occupazione permanente né il ritorno degli insediamenti israeliani. La prospettiva è quella di un governo militare temporaneo, con il successivo trasferimento dell’amministrazione a un’autorità in grado di garantire che Hamas non torni al potere. Il problema, nella sua lettura, è che nessun Paese arabo sarebbe disposto ad assumersi la responsabilità di governare Gaza mentre Hamas conserva una struttura armata e una capacità di intimidazione sulla popolazione.

L’esempio al quale fa riferimento è il 2007, quando Hamas conquistò il controllo della Striscia con un colpo di mano contro Fatah e l’Autorità palestinese. Da quel momento l’organizzazione islamista ha costruito un sistema di potere che comprende apparati militari, strutture di sicurezza, amministrazione civile e controllo politico. Per Abu Toameh, la guerra ha dimostrato quanto sia difficile smantellare questo sistema senza sostituirlo con un’autorità alternativa.

Ma c’è un’altra questione che Khaled Abu Toameh affronta con particolare amarezza, ed è la reazione della società palestinese alle atrocità del 7 ottobre 2023. A colpirlo profondamente è stata la mancanza di una condanna morale sufficientemente forte e diffusa per quanto accaduto nei kibbutz israeliani, per i massacri di civili, per le violenze e per il rapimento degli ostaggi. «I musulmani dovrebbero indignarsi per il fatto che Hamas abbia commesso le atrocità del 7 ottobre in nome dell’Islam e della moschea di Al-Aqsa», è una delle sue prese di posizione più nette. La sua delusione investe soprattutto la leadership palestinese, alla quale rimprovera di non aver condannato con sufficiente chiarezza i crimini compiuti da Hamas. È una distinzione sulla quale insiste: criticare Hamas perché ha scatenato una guerra devastante per Gaza è profondamente diverso dal condannare l’uccisione deliberata di civili innocenti.

Ma il problema, nella sua analisi, riguarda anche una parte considerevole dell’opinione pubblica palestinese. Abu Toameh richiama i sondaggi che documentano il persistente sostegno all’organizzazione islamista e la difficoltà di riconoscere quanto realmente accaduto il 7 ottobre. «La stragrande maggioranza dei palestinesi continua a negare i crimini commessi da Hamas il 7 ottobre», ha scritto commentando una rilevazione nella quale l’86 per cento degli intervistati negava che Hamas avesse compiuto le atrocità documentate nei filmati. È proprio questa assenza di una chiara assunzione di responsabilità morale che il giornalista considera uno degli ostacoli più profondi alla riconciliazione. Perché una società può discutere delle ragioni storiche di un conflitto, rivendicare i propri diritti nazionali e denunciare le sofferenze della propria popolazione, ma deve anche essere capace di riconoscere i crimini commessi in suo nome.

La sopravvivenza di Hamas, inoltre, possiede un valore politico che va oltre i risultati militari. L’organizzazione può rivendicare come una vittoria il semplice fatto di essere ancora presente a Gaza, nonostante le perdite subite e le distruzioni provocate dal conflitto. È una logica che rende estremamente complicata la costruzione di una pace stabile, perché Hamas non deve necessariamente sconfiggere Israele sul campo per continuare a presentarsi come protagonista della resistenza palestinese.

C’è poi una questione ancora più profonda, quella dell’ideologia. La ricostruzione può restituire edifici, infrastrutture e servizi alla popolazione, ma non è sufficiente a smantellare un’ideologia. È questa la convinzione che alimenta la diffidenza di Abu Toameh verso i progetti internazionali concentrati prevalentemente sulle infrastrutture e sullo sviluppo economico della Striscia. La costruzione di nuove scuole, ospedali e abitazioni è indispensabile, ma non garantisce che le nuove generazioni abbandonino una cultura politica fondata sulla lotta armata e sulla negazione dell’esistenza di Israele.

Per il giornalista, qualsiasi accordo destinato a stabilizzare Gaza rischia di produrre risultati temporanei se non viene accompagnato dal disarmo effettivo di Hamas e delle altre organizzazioni armate. La ricostruzione economica, il ripristino dei servizi essenziali e la nascita di una nuova amministrazione devono procedere insieme alla creazione di un sistema di sicurezza capace di impedire il ritorno al potere dell’organizzazione islamista.

Abu Toameh invita a non confondere la disponibilità a negoziare una tregua con la rinuncia definitiva alla violenza. Per Hamas, sostiene, un cessate il fuoco può rappresentare anche l’opportunità di riorganizzarsi, recuperare risorse e consolidare nuovamente il proprio potere. La domanda decisiva è dunque chi controllerà le armi e chi avrà l’autorità di decidere sul futuro di Gaza.

Un governo non può esercitare pienamente la propria sovranità se un’altra organizzazione conserva il potere di sabotarne le decisioni con la forza. La considerazione riguarda direttamente il rapporto tra Hamas e le istituzioni palestinesi e spiega perché Abu Toameh giudichi con grande scetticismo anche i nuovi tentativi di riconciliazione tra le diverse fazioni.

La crisi palestinese, Abbas e il ruolo dell’Iran

Il giudizio del giornalista è severissimo anche nei confronti di Mahmoud Abbas e dell’Autorità palestinese. La leadership di Ramallah, secondo Abu Toameh, ha progressivamente perso credibilità a causa della corruzione, della mancanza di ricambio democratico e dell’incapacità di costruire istituzioni efficienti. Il presidente palestinese continua a governare ben oltre la scadenza del mandato ricevuto dagli elettori, mentre le consultazioni vengono continuamente rinviate.

Ma per Abu Toameh il problema non si risolve semplicemente organizzando nuove elezioni. La democrazia non coincide automaticamente con il voto, che può diventare anche uno strumento di consolidamento di sistemi autoritari quando mancano libertà di stampa, indipendenza della magistratura, separazione dei poteri e trasparenza amministrativa.

La sua conclusione è che i palestinesi abbiano bisogno di nuovi leader, nuovi volti e nuove idee. Una richiesta che investe tanto Fatah quanto Hamas e che riguarda la necessità di costruire un sistema politico capace di rispondere alle esigenze concrete della popolazione, dalla sicurezza all’occupazione, dall’istruzione alle opportunità economiche.

La crisi della leadership palestinese, nella sua interpretazione, è strettamente legata anche agli equilibri regionali. L’Iran continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla stabilizzazione, attraverso il sostegno finanziario, militare e politico a Hamas, alla Jihad islamica palestinese e a Hezbollah in Libano.

Il giornalista sottolinea che queste organizzazioni interpretano il conflitto con Israele come parte di uno scontro ideologico e strategico molto più ampio. Per questo considera insufficiente qualsiasi accordo che si limiti a interrompere temporaneamente le ostilità senza affrontare la questione degli armamenti e degli obiettivi politici delle organizzazioni coinvolte.

Secondo Abu Toameh, nessun piano di pace o iniziativa diplomatica potrà avere successo finché le organizzazioni sostenute dall’Iran conserveranno la capacità di organizzare un altro massacro come quello del 7 ottobre. È anche per questa ragione che il giornalista attribuisce grande importanza al processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi.

Gli Accordi di Abramo hanno dimostrato, nella sua interpretazione, che esistono governi arabi disposti a riconoscere interessi comuni con Israele, dalla cooperazione economica alla sicurezza regionale. Un cambiamento che ha modificato gli equilibri del Medio Oriente senza però risolvere la questione palestinese.

Il rapporto con l’Occidente costituisce un altro punto centrale delle sue analisi. Abu Toameh è particolarmente critico verso alcune iniziative europee di boicottaggio economico delle attività produttive israeliane negli insediamenti della Cisgiordania. Secondo il giornalista, queste misure rischiano di colpire proprio i lavoratori palestinesi impiegati nelle aziende interessate dalle restrizioni.

I palestinesi, sostiene, non dovrebbero pagare con il proprio sostentamento il prezzo delle campagne e delle politiche europee contro Israele. È una posizione che si contrappone a quella dei governi europei favorevoli alle restrizioni, convinti che rappresentino uno strumento per contrastare l’espansione degli insediamenti e salvaguardare la soluzione dei due Stati.

Il suo giudizio sulla situazione mediorientale è certamente controverso, soprattutto quando sostiene la necessità di un’occupazione militare israeliana di Gaza. Ma la sua prospettiva nasce dalla convinzione che nessuna iniziativa diplomatica possa funzionare finché Hamas conserva le armi e la capacità di esercitare il proprio potere sulla società palestinese.

Nella sua lettura, l’errore di Israele è stato soprattutto quello di non aver costruito una vera alternativa al governo di Hamas, lasciando sopravvivere una struttura politica e militare che continua a condizionare il futuro della Striscia. E l’errore della comunità internazionale sarebbe quello di immaginare che la ricostruzione economica e gli accordi diplomatici possano, da soli, risolvere una questione che riguarda anche la natura del potere e delle istituzioni.

A Gerusalemme, il suo racconto lascia soprattutto un’immagine insolita rispetto alle rappresentazioni abituali del conflitto: quella di un arabo musulmano che rivendica la propria cittadinanza israeliana, chiede maggiori diritti per la propria comunità e considera la trasformazione della politica palestinese una condizione indispensabile per arrivare alla pace.

«Noi, gli arabi in Israele, stiamo combattendo per l’integrazione in Israele. Farne parte». È da queste parole che si comprende forse meglio il punto di partenza di Abu Toameh: l’idea che l’identità araba, la fede musulmana e la cittadinanza israeliana possano convivere nella stessa persona. E che il futuro dei palestinesi debba essere costruito attraverso istituzioni capaci di garantire libertà, sicurezza e responsabilità politica, piuttosto che attraverso la prosecuzione indefinita della guerra.

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