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Israele, il grande strappo con l’Europa e la nuova strategia in Medio Oriente: cosa si pensa davvero a Gerusalemme

Pubblicato: 26/10/2026 21:08

GERUSALEMME – Il problema più grande di Israele, oggi, potrebbe essere l’Europa. Più precisamente, la crescente distanza politica e culturale da un continente al quale lo Stato ebraico continua a sentirsi profondamente legato e dal quale si aspettava una comprensione ben diversa dopo il massacro del 7 ottobre. A Gerusalemme, tra gli analisti che conoscono a fondo gli equilibri del Medio Oriente e le relazioni internazionali israeliane, emerge una convinzione: Israele e l’Europa stanno progressivamente perdendo la capacità di comprendersi, proprio mentre la sicurezza dell’una è sempre più legata alla sicurezza dell’altro. E questo allontanamento rischia di produrre conseguenze ben più profonde delle tensioni che hanno accompagnato la guerra di Gaza.

La frattura è soprattutto nella percezione delle minacce. Gli israeliani sono convinti di trovarsi sulla prima linea di uno scontro che riguarda l’intero Occidente, mentre gli europei continuerebbero a interpretare il conflitto mediorientale attraverso categorie politiche, giuridiche e umanitarie incapaci di coglierne la dimensione strategica. Il 7 ottobre ha cambiato radicalmente la dottrina di sicurezza israeliana. Fino a quel momento, Israele aveva accettato un sistema di rischi calcolati: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, l’Iran e le sue organizzazioni alleate potevano minacciare lo Stato ebraico, ma si riteneva possibile contenerne le capacità militari attraverso periodiche operazioni di contrasto. La convinzione era che le dichiarazioni più estreme non si sarebbero necessariamente tradotte in azioni. Quella convinzione è stata spazzata via dall’attacco di Hamas.

Da allora, secondo questa lettura, è cambiato il principio stesso della sicurezza nazionale. Non basta più rispondere alle aggressioni: bisogna impedire che le organizzazioni ostili possano ricostruire la capacità di colpire Israele. È una trasformazione che riguarda Gaza, ma anche il Libano e la Siria. E spiega perché, nelle valutazioni strategiche israeliane, la presenza militare oltre alcune linee di confine venga considerata una necessità temporanea destinata a protrarsi fino alla costruzione di garanzie credibili. Il punto controverso, naturalmente, è stabilire chi debba fornire quelle garanzie, con quali strumenti e in quali tempi.

La delusione verso l’Europa e il caso italiano

È proprio su questo terreno che si consuma la crescente incomprensione con l’Europa. Agli occhi di molti osservatori israeliani, i governi europei riconoscono formalmente il diritto di Israele a difendersi, ma poi introducono limitazioni politiche e militari che finiscono per renderne più difficile l’esercizio. Le restrizioni alla cooperazione militare, le discussioni sulle forniture di armamenti e le pressioni internazionali vengono lette come segnali di un progressivo disimpegno europeo dalla sicurezza dello Stato ebraico. Israele si sente giudicato dai propri alleati con criteri che non vengono applicati con la stessa severità agli altri protagonisti della regione.

Il confronto più significativo è quello con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Nelle analisi israeliane, Ankara viene considerata un attore sempre più problematico: un Paese membro della NATO, partner economico e militare di molti Stati europei, che contemporaneamente mantiene rapporti con Hamas, esercita una forte influenza in Siria e conduce una politica regionale giudicata destabilizzante. A Gerusalemme si osserva con particolare irritazione la disponibilità dei leader europei a dialogare e collaborare con la Turchia, mentre nei confronti di Israele si moltiplicano le condizioni politiche e le iniziative restrittive. La contraddizione, nella prospettiva israeliana, sarebbe evidente: l’Europa continua a considerare Ankara un partner indispensabile e Israele un alleato sempre più scomodo.

L’Italia occupa un posto particolare in questa crisi. Non soltanto per la tradizionale vicinanza politica tra Roma e Gerusalemme, ma per l’intensità delle relazioni scientifiche, universitarie, culturali ed economiche sviluppate negli anni. Il raffreddamento dei rapporti viene avvertito ben oltre le questioni militari. La sensazione, tra chi osserva le relazioni bilaterali, è che si sia progressivamente ridotta anche la disponibilità italiana a promuovere iniziative comuni nei settori della ricerca, dell’università e della cultura. Un arretramento considerato particolarmente doloroso perché riguarda proprio quelle relazioni civili che potrebbero sopravvivere alle divergenze politiche.

Sul governo italiano, tuttavia, il giudizio appare più articolato. Antonio Tajani viene considerato un interlocutore che conosce profondamente le dinamiche europee e comprende le preoccupazioni strategiche israeliane. Ma nelle interpretazioni che circolano a Gerusalemme pesa anche il fattore della politica interna: la pressione dell’opinione pubblica, il clima delle manifestazioni e le prospettive elettorali potrebbero ridurre i margini di iniziativa del governo italiano. La convinzione è che il rapporto debba essere ricostruito partendo dai settori meno controversi, rimettendo in movimento la cooperazione accademica, scientifica e culturale. Un riavvicinamento che Israele considera prioritario, anche per impedire che la crisi politica si trasformi in una frattura permanente tra le due società.

La questione palestinese e i nuovi equilibri regionali

La seconda grande trasformazione riguarda il futuro della Cisgiordania e dello Stato palestinese. Qui gli analisti israeliani distinguono tra le posizioni dei partiti più radicali, favorevoli all’annessione, e quelle di una parte molto più ampia del sistema politico, che considera incompatibile un’annessione generale con il mantenimento del carattere ebraico e democratico di Israele. È un problema demografico prima ancora che territoriale: incorporare milioni di palestinesi nello Stato israeliano significherebbe affrontare una ridefinizione radicale della sua identità politica e istituzionale.

Esiste però una convinzione che attraversa una parte significativa del dibattito israeliano: i grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania rimarrebbero a Israele anche nell’ipotesi di un futuro accordo. In questa prospettiva vengono citate aree come Ma’ale Adumim, Gush Etzion e Ariel, mentre per gli insediamenti più piccoli e isolati non viene esclusa una futura evacuazione. Ma si parla di un orizzonte lontano, di quindici o vent’anni almeno. Dopo il 7 ottobre, la disponibilità israeliana a immaginare uno Stato palestinese nel breve periodo si è drasticamente ridotta.

Il vero ostacolo, secondo questa interpretazione, non sarebbe soltanto Hamas. Sarebbe la cultura politica e sociale palestinese, accusata di aver alimentato per decenni l’ostilità verso Israele attraverso il sistema educativo, la propaganda e la celebrazione degli attentatori. Un giudizio durissimo, sul quale il confronto con le valutazioni europee rimane profondamente controverso. A Gerusalemme si ritiene che qualsiasi soluzione politica destinata a durare debba partire da una trasformazione delle istituzioni e della cultura pubblica palestinese, prima ancora che dalla definizione dei confini.

Qui emerge anche una proposta interessante per il ruolo futuro dell’Europa. L’Unione europea potrebbe applicare alla società palestinese gli strumenti che ha sviluppato nei processi di avvicinamento dei Paesi candidati all’adesione: riforme amministrative, rafforzamento della giustizia, sviluppo della sanità, dell’istruzione e delle istituzioni locali. Non si tratterebbe naturalmente di immaginare un ingresso dei territori palestinesi nell’Unione, ma di utilizzare la capacità europea di accompagnare la costruzione di istituzioni democratiche e funzionanti. In questa prospettiva, il sostegno economico internazionale dovrebbe essere legato a trasformazioni verificabili, anziché limitarsi al finanziamento di programmi e strutture esistenti.

Sul piano regionale, intanto, la diffidenza israeliana si concentra soprattutto sulla Siria del dopo Assad. La nuova leadership di Damasco viene osservata attraverso il suo passato jihadista e le difficoltà nel garantire la sicurezza delle minoranze, in particolare drusi e alawiti. La questione drusa ha un peso speciale per Israele, dove vive una comunità profondamente integrata nella società e nelle istituzioni dello Stato. Per questo le violenze contro i drusi siriani vengono percepite anche come una minaccia che coinvolge direttamente la sensibilità dell’opinione pubblica israeliana.

In Libano, invece, il problema centrale rimane Hezbollah. Il futuro della sicurezza del confine settentrionale dipenderà dalla possibilità di impedire che l’organizzazione ricostituisca le proprie capacità militari nelle aree più vicine a Israele. La conclusione del mandato dell’UNIFIL e il previsto completamento del ritiro della missione entro il 2027 aprono un interrogativo ulteriore: quali strumenti internazionali potranno garantire la stabilità della frontiera una volta terminata la presenza dei caschi blu?

C’è infine un elemento che attraversa tutte queste valutazioni e riguarda direttamente le democrazie occidentali. Israele osserva con crescente preoccupazione la radicalizzazione politica e religiosa in Europa, attribuendo un ruolo importante alle campagne di comunicazione online, all’influenza di attori stranieri e alla diffusione di posizioni estremiste nelle università. È una lettura che tende a collegare antisemitismo, islamismo radicale e nuove forme di mobilitazione politica, considerando queste dinamiche una minaccia non soltanto per Israele, ma per la stabilità delle società europee.

Il quadro che emerge da Gerusalemme è quello di un Paese che ha modificato profondamente la propria percezione del mondo. Israele continua a considerarsi parte dell’Occidente, ma teme che una parte crescente dell’Occidente non lo riconosca più come tale. Il paradosso è che questa distanza si approfondisce proprio mentre gli israeliani ritengono che le minacce provenienti dal Medio Oriente siano destinate a coinvolgere sempre più direttamente anche l’Europa. Ricostruire il rapporto con Bruxelles e con le principali capitali europee diventa così una questione strategica, alla quale si accompagna però una condizione che appare ormai irrinunciabile: Israele non intende tornare alla dottrina di sicurezza precedente al 7 ottobre.

È su questa frattura, tra la richiesta europea di una prospettiva politica per il Medio Oriente e la priorità israeliana di impedire nuove minacce alla propria sicurezza, che si giocheranno buona parte degli equilibri dei prossimi anni. E l’Italia, per la storia delle sue relazioni con lo Stato ebraico e per il ruolo che continua a rivendicare nel Mediterraneo, potrebbe essere uno dei Paesi decisivi nel tentativo di riaprire un dialogo che oggi appare molto più difficile di quanto fosse soltanto pochi anni fa.

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