
Una telefonata disperata al numero unico per le emergenze, una richiesta di aiuto arrivata quando ormai era troppo tardi e una morte avvenuta tra le mura domestiche, in circostanze che hanno immediatamente fatto scattare un’indagine per omicidio. È una vicenda drammatica quella emersa a Milano nel pomeriggio di domenica 25 ottobre. Una storia familiare segnata dalla malattia, dalle difficoltà dell’assistenza quotidiana e da un epilogo terribile, sul quale adesso saranno gli investigatori e la magistratura a dover fare piena luce.
Tutto è cominciato poco dopo le 15, quando una donna ha composto il 112 dal proprio appartamento, situato al primo piano di una palazzina in via don Giovanni Calabria, nella periferia nord-orientale del capoluogo lombardo. Dall’altro capo del telefono, gli operatori hanno ascoltato parole che lasciavano presagire una tragedia. La donna chiedeva l’intervento immediato dei soccorritori, spiegando che un suo familiare si trovava in condizioni gravissime. Una chiamata che ha messo in moto la macchina dei soccorsi, ma che non è bastata a evitare il peggio.

Morto soffocato, la figlia confessa l’omicidio: “Lo legavo e imbavagliavo per non disturbare i vicini”
Quando il personale sanitario ha raggiunto l’abitazione, la situazione è apparsa subito irreversibile. Nella camera da letto si trovava il corpo senza vita di un uomo anziano. I soccorritori hanno potuto soltanto constatarne il decesso, mentre sul posto arrivavano anche i carabinieri del nucleo Radiomobile e della Compagnia Porta Monforte. Gli accertamenti effettuati all’interno dell’appartamento hanno portato alla scoperta di alcuni oggetti che hanno immediatamente attirato l’attenzione degli investigatori: accanto al letto erano presenti nastro adesivo, cotone e legacci.
Con il passare delle ore è emerso un quadro familiare particolarmente difficile. L’anziano, secondo quanto raccontato dalla persona che viveva con lui, aveva iniziato a manifestare gravi problemi di salute circa un anno prima. Nelle ultime settimane le sue condizioni sarebbero ulteriormente peggiorate, fino a impedirgli di alzarsi dal letto. Alla progressiva perdita dell’autonomia si sarebbero aggiunti i sintomi della demenza senile, con episodi di agitazione e grida sempre più frequenti. Una situazione che avrebbe reso complicata la convivenza e che, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti, avrebbe spinto la persona incaricata di assisterlo a ricorrere a metodi di contenimento estremamente pericolosi.

La vittima è Carlo Jacob, 87 anni, originario di Udine e per anni attivo come critico cinematografico. A chiamare i soccorsi è stata sua figlia, Giovanna Jacob, 56 anni, che abitava insieme al padre. Sarebbe stata proprio lei a pronunciare al telefono la frase che ha dato immediatamente la misura della gravità dell’accaduto: “Fate presto, forse ho ucciso mio padre”. Parole che hanno preceduto l’arrivo dell’ambulanza e che sono diventate uno degli elementi centrali nella ricostruzione delle ultime ore di vita dell’anziano.
La donna è stata accompagnata in caserma e ascoltata dal pubblico ministero di turno, Guido Schirinnà. Durante l’interrogatorio avrebbe raccontato le difficoltà affrontate nell’assistenza al genitore, spiegando che le sue condizioni di salute erano peggiorate sensibilmente. Secondo quanto riferito, l’uomo soffriva di demenza senile e le crisi di agitazione si sarebbero fatte sempre più ravvicinate. In alcune occasioni, per impedirgli di gridare e muoversi, la figlia avrebbe utilizzato bavagli e legacci, una pratica alla quale avrebbe ammesso di essere ricorsa anche in precedenza.

Uno degli aspetti più inquietanti riguarda proprio le ragioni che, secondo il racconto della cinquantaseienne, l’avrebbero portata ad adottare questi comportamenti. La donna avrebbe spiegato di voler evitare problemi con gli altri residenti del condominio, preoccupata che le urla del padre potessero disturbare i vicini. Dagli elementi emersi, tuttavia, risulterebbe che alcuni condomini si fossero interessati alle condizioni dell’anziano senza presentare lamentele formali. Un particolare sul quale gli investigatori potrebbero concentrarsi per ricostruire il contesto in cui si è consumata la tragedia.
Il momento decisivo sarebbe arrivato proprio domenica 25 ottobre. Stando alla versione fornita dalla figlia, l’anziano sarebbe stato immobilizzato al letto con legacci stretti intorno ai polsi e alle caviglie, mentre la bocca sarebbe stata coperta con del nastro adesivo. Dopo averlo lasciato in quelle condizioni, la donna si sarebbe allontanata dalla camera per occuparsi delle faccende domestiche. Quando, intorno alle 15, sarebbe tornata a controllare il padre, lo avrebbe trovato ormai privo di vita. Secondo la ricostruzione riportata, il decesso sarebbe stato provocato dal soffocamento, una circostanza sulla quale dovranno comunque concentrarsi gli accertamenti medico-legali.

Al termine dell’interrogatorio, durante il quale avrebbe ammesso le proprie responsabilità, Giovanna Jacob è stata arrestata in flagranza e trasferita nel carcere milanese di San Vittore. L’accusa contestata è quella di omicidio aggravato dal vincolo di parentela. Resta ora da chiarire ogni dettaglio della dinamica, compresi i tempi nei quali l’anziano sarebbe rimasto immobilizzato e le circostanze esatte della morte. Sarà l’autorità giudiziaria a valutare le dichiarazioni raccolte e gli elementi investigativi, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
Carlo Jacob, l’uomo morto nell’appartamento milanese, aveva 87 anni ed era originario di Udine. Nel corso della sua vita aveva lavorato nell’ambito della critica cinematografica, un’attività legata allo studio, all’analisi e al racconto dei film. La sua esperienza professionale rappresenta un aspetto della biografia rimasto inevitabilmente in secondo piano dopo la tragedia.


