
«Ho seppellito la mia amica Daniel tre volte. La prima dopo una settimana, la seconda un anno dopo. La terza cinque mesi fa». Mazal Tazazo ha 36 anni, una felpa bordeaux, i capelli neri raccolti all’indietro e uno sguardo che sembra ancora cercare qualcosa tra gli alberi. Siamo nel luogo in cui, il 7 ottobre 2023, centinaia di ragazzi furono massacrati dai terroristi di Hamas durante il Nova Music Festival. Intorno a noi ci sono fotografie, centinaia di fotografie. Ragazzi che sorridono, ragazze abbracciate agli amici, volti giovani accompagnati da nomi, date e piccoli ricordi. Sotto ogni immagine qualcuno ha lasciato un fiore, una candela, un oggetto personale.
Mazal è una delle sopravvissute. È tornata qui per raccontare quello che è successo, e lo fa indicando continuamente luoghi, alberi, strade. Conosce ogni metro di questa terra, perché su questa terra ha trascorso le ore più terribili della sua vita. I suoi due migliori amici sono stati uccisi accanto a lei. Ha visto i loro corpi, ha finto di essere morta, si è nascosta mentre i terroristi le passavano vicino. E oggi è ancora qui, nello stesso posto, a raccontare. «Vengo almeno tre volte alla settimana. Parlo con chiunque voglia ascoltarmi. È difficile tornare ogni volta, ma non smetterò».
La festa, i razzi e la fuga impossibile
«Mi chiamo Mazal Tazazo, ho 36 anni e un figlio di 12. I miei genitori sono arrivati dall’Etiopia nel 1984. Io sono nata in Israele, sono cresciuta qui e ho sempre vissuto nel sud del Paese». Oggi abita a Netivot, a circa quindici minuti dal luogo del festival. Prima viveva ad Ashdod. Lavorava con giovani in difficoltà, in una struttura di accoglienza, e studiava progettazione digitale. La musica era una delle sue passioni. «Conoscevo il Nova da tre anni. Ogni anno organizzavano feste sempre più grandi, sempre più belle. Sapevamo che quella sarebbe stata speciale».
Aveva comprato i biglietti tre mesi prima, insieme a Daniel Cohen e Yohai, i suoi amici. Erano arrivati il venerdì sera. «C’erano più di tremila persone, venute soltanto per ballare. Per noi era qualcosa di enorme. La notte era meravigliosa, c’erano persone di ogni tipo, era come essere una grande famiglia». Mazal indica uno spazio tra gli alberi. «Qui c’era la pista da ballo. Laggiù il palco principale. Tutto intorno c’erano le tende, il campeggio. Vedete queste fotografie? Non c’erano. Non c’erano nemmeno le stradine che vedete oggi. C’erano soltanto alberi, sabbia, natura».
Alle 6.20 del mattino Mazal decide di tornare alla tenda per prendere gli occhiali da sole. «Quando arriva l’alba, in feste come queste, comincia il momento più bello. La musica migliore, la gente che balla, il sole che sorge. Mi sono detta: prendo gli occhiali e torno subito». Non farà in tempo. «Sono arrivata alla tenda e, all’improvviso, la musica si è fermata. Ho guardato il cielo e ho visto le scie dei razzi. Ho capito che ci stavano bombardando».
Per chi è cresciuto nel sud di Israele, racconta, gli allarmi per i razzi sono diventati una parte della vita quotidiana. «So che può sembrare assurdo, ma ci fai l’abitudine. Non vai subito nel panico. E noi eravamo convinti che sarebbero arrivati pochi razzi e poi tutto sarebbe ricominciato». Invece gli addetti alla sicurezza iniziano a correre tra le tende, intimando a tutti di andarsene. La festa è finita. «Immaginate tremila persone che cercano contemporaneamente di raccogliere le proprie cose, raggiungere le macchine e scappare. Era il caos».
Mazal e i suoi amici salgono in automobile, ma non riescono a raggiungere la strada principale, la 232, quella che attraversa questa parte del sud di Israele, passando vicino ai kibbutz di Re’im e Be’eri. Rimangono bloccati in una lunga fila di veicoli. «Eravamo vicinissimi alla strada. Mancavano forse due o tre macchine. Ma nessuno si muoveva. Abbiamo aspettato dieci minuti, quindici. Non capivamo». Poi arrivano i primi spari. «Li sentivamo dalla direzione di Re’im. Ci siamo guardati e abbiamo detto: mio Dio, ci sono i terroristi».
La prima reazione non è ancora il terrore assoluto. Vedono agenti di polizia armati, uomini della sicurezza che cercano di fronteggiare gli assalitori. Pensano che la situazione possa essere controllata. «Credevamo che ci fossero due terroristi, forse tre. Non potevamo immaginare quello che stava succedendo in tutta la zona». Decidono di abbandonare la coda e tentare di attraversare con la macchina un tratto di terreno alberato, per raggiungere la strada da un altro punto. Ma il terreno è pieno di buche, l’automobile resta bloccata.
Sono circa le otto del mattino. Mazal, Daniel e Yohai scendono e si riparano dietro la vettura. Da quella posizione assistono a uno scontro a fuoco. «Eravamo tutti e tre dietro la macchina, con i telefoni in mano. Stavamo filmando. Vedevamo i poliziotti sparare, gridare, cercare di fermarli. Combattevano con tutte le loro forze». Poi capiscono qualcosa di terribile. «A un certo punto Yohai si è accorto che quelle sulla strada non erano macchine ferme nel traffico. Erano macchine abbandonate. Le persone erano scappate. E abbiamo capito che dovevamo scappare anche noi».
Abbandonano l’automobile e cominciano a correre verso la strada, sperando di trovare altri poliziotti o soldati. Ma è proprio lì che Mazal si trova improvvisamente sotto il fuoco degli assalitori. «Mi sono ritrovata in mezzo alla strada, nascosta dietro un’automobile, con gli spari che arrivavano da tutte le direzioni. Non sapevo nemmeno da dove stessero sparando. Pregavo soltanto di essere dalla parte giusta della macchina». Le urla si confondono con il rumore delle armi e delle esplosioni. «Sembrava un film di guerra. Ma un film così non l’avevo mai visto. C’erano persone che correvano, persone che urlavano, colpi dappertutto. Sembrava che il mondo stesse per esplodere».
Vede un poliziotto armato, corre verso di lui e lo afferra. «È stato il primo momento in cui ho cominciato davvero a piangere. Ho capito che stava succedendo qualcosa di molto grave». Yohai la richiama da sotto un’automobile. Le grida di abbassarsi, di tornare indietro strisciando. «Ho guardato il poliziotto, ho guardato il mio amico. Anche se quell’uomo aveva un’arma, ho capito che non poteva salvarmi. Gli spari erano troppi». Si getta a terra e comincia a strisciare tra le macchine. «Vedevo le persone correre e gridare. Non riesco ancora a spiegare quello che ho visto».
Poi sente delle voci in arabo. Sono vicinissime. «In quel momento abbiamo capito che i terroristi erano proprio lì, fisicamente vicini a noi. Non potevamo più restare sulla strada». I tre amici raggiungono una fila di alberi e cespugli. Cercano di avanzare mantenendosi nascosti, ma la vegetazione è rada e il terreno completamente scoperto in molti punti. «Qui non ci sono grandi cespugli nei quali nascondersi. È tutto aperto. Ma non avevamo altro». Corrono piegati tra gli alberi, finché si accorgono di essersi avvicinati a un altro gruppo di terroristi.
A quel punto si buttano a terra. Daniel e Yohai si sdraiano sulla schiena, cercando di coprirsi con quello che trovano. Mazal fa lo stesso, ma si sente troppo esposta. «Il terreno era duro, pieno di pietre. Non riuscivamo a scavare, non c’erano foglie sufficienti a nasconderci. Sentivo di essere completamente scoperta». Si gira sulla pancia, con il viso rivolto verso la terra, cercando di proteggere la testa con le mani. È in quella posizione quando sente un uomo avvicinarsi. «Mi ha gridato in inglese: “Get up, get up, get up”. Alzati, alzati, alzati. Sapevo che stava parlando a noi, ma una parte di me si rifiutava di crederci. Non riuscivo ad accettare che un terrorista fosse proprio lì, davanti a me».
Non ha il tempo di reagire. Arriva un colpo violentissimo. «Mi ha colpita alla testa con il calcio del fucile. Ho sentito la testa sobbalzare e poi cadere a terra. Per un paio di secondi ho visto tutto nero». Quando riprende conoscenza, sente qualcuno afferrarle una gamba. Qualcosa di pesante le viene appoggiato sopra. Non capisce che cosa stia succedendo. Ma dentro di lei prende forma un unico pensiero: deve fingersi morta. «Non so spiegare perché. È come se qualcuno mi avesse dato un ordine. Come se Dio mi avesse detto: adesso fai la morta, non pensare a niente. E io l’ho fatto».
Rimane immobile. Sente gli uomini parlare tra loro in arabo. Uno si avvicina, le solleva il viso e la osserva. Lei trattiene il respiro. «Mi ha preso la faccia, l’ha alzata, mi ha guardata. Io non respiravo. Poi mi ha lasciata andare». Sente ancora qualcuno armeggiare intorno alle sue gambe, tirare qualcosa che non riesce a identificare. È cosciente soltanto a tratti. «Dentro di me parlavo con Dio. Gli chiedevo: sta succedendo davvero? Sono davvero qui?». Poi perde conoscenza.
Quando si risveglia sono trascorse, secondo la sua ricostruzione, circa due ore. Il paesaggio sonoro è cambiato. «Prima sentivo le persone urlare, i poliziotti combattere, la confusione. Quando mi sono svegliata sentivo soltanto gli spari e i terroristi». Decide di rimanere nella stessa posizione. Aspetta che le voci si allontanino. Poi, lentamente, chiama la sua amica. «Daniel, Daniel». Nessuna risposta. Solleva appena la testa. Guarda verso di lei. Poi gira lo sguardo dall’altra parte, dove si trova Yohai.
«Daniel era morta. Ho guardato a destra e ho visto Yohai accanto a me. Era morto anche lui. Ho rimesso subito la faccia a terra. Non ho più guardato. Li ho visti una sola volta. Una volta era più che sufficiente per capire che non erano più con me». Mazal si interrompe mentre racconta. Intorno a noi il vento muove le foglie degli alberi. Alle sue spalle ci sono i pannelli con le fotografie dei ragazzi uccisi. Riprende a parlare e torna a quelle ore trascorse immobile, con i corpi degli amici accanto.
«Non capivo quello che avevo visto. Non riuscivo ad accettarlo. Continuavo a chiedere a Dio di far finire tutto. Gli spari non smettevano mai. E allora ho fatto una specie di patto con lui: questo sarà il mio posto sicuro, resterò qui finché non manderai qualcuno a prendermi».

«Avevo cinque corpi intorno. Una ragazza si nascose tra noi»
A un certo punto sente qualcuno avvicinarsi nuovamente. È convinta che siano tornati i terroristi. «Ero terrorizzata, davvero terrorizzata. Sentivo quella persona cercare qualcosa sul mio corpo». Qualcuno le passa le mani addosso, poi si sdraia accanto a lei, appoggiandole parte del corpo sulle gambe. Mazal continua a fingersi morta. Aspetta qualche minuto. Si accorge che quella persona è molto leggera. Forse una ragazza. Lentamente solleva il viso. «Era una ragazza di 22 anni, anche lei veniva dal Nova. Era così piccola che sembrava ne avesse quindici. Quando mi ha vista muovere si è spaventata a morte. Era convinta che fossi morta».
La ragazza stava cercando un telefono per chiedere aiuto. Aveva provato a trovare quello di Mazal, senza riuscirci, perché lei ci era rimasta sdraiata sopra. Poi aveva deciso di nascondersi tra i corpi, fingendosi morta. «C’erano i miei due amici e altre due persone uccise. Con me erano cinque corpi. Immaginate una ragazza di vent’anni che decide di sdraiarsi tra cinque persone che crede morte. È una cosa pazzesca».
Mazal spiega perché anche i terroristi, probabilmente, l’avevano creduta morta. Quando aveva cercato di proteggersi la testa, una mano era rimasta sopra l’altra. Il colpo del fucile aveva investito la mano sollevata, provocandole gravissime ferite. Il sangue aveva impregnato la maglietta bianca che indossava. «La mano era distrutta, le dita piegate in direzioni diverse. Avevo sangue dappertutto, soprattutto sulla schiena. Sembrava che mi avessero sparato alla testa. Credo che sia stato questo a salvarmi. Pensavano che stessi morendo, o che fossi già morta».
Le due ragazze cominciano a parlare sottovoce. Mazal consegna il telefono alla giovane sopravvissuta, che inizia a mandare messaggi WhatsApp ai contatti, comunicando la posizione e chiedendo disperatamente soccorso. «Il primo messaggio è partito alle 11.30. È così che siamo riuscite, dopo ore, a ristabilire un contatto con il mondo». Sono trascorse più di cinque ore dall’inizio dell’attacco. Ma nessuno arriva. Poi compare il fuoco.
«Ho sentito dei rumori alle mie spalle. Mi sono girata e ho visto le fiamme. Stavano bruciando tutta la fila degli alberi. L’unica via di fuga era tornare sulla strada». La ragazza prende di nuovo il telefono. Scrive ai contatti che stanno per bruciare vive. Implora qualcuno di intervenire. «Abbiamo scritto che stavamo bruciando, che avevamo bisogno di essere salvate. Abbiamo supplicato tutti».
Mazal aspetta finché il calore diventa insopportabile. Il fuoco si avvicina sempre di più. «A un certo punto avevo più paura delle fiamme che dei terroristi. Non mi importava più niente, volevo soltanto uscire da lì. Non avrei permesso al fuoco di toccarmi». Guarda verso la strada. Vede una delle tante automobili abbandonate. Decide di tentare. «Ho detto alla ragazza: vedi quella macchina? Io correrò fino a lì e mi nasconderò dentro. Lei non voleva venire. Allora ho fatto un altro patto con Dio: se devo morire, morirò per un proiettile. Ma non morirò bruciata».
Si alza tenendo la mano ferita vicino al corpo e corre, cercando di mantenersi più bassa possibile. Raggiunge la macchina. La portiera è aperta. «Grazie a Dio, era aperta». Si infila sul pavimento dei sedili posteriori, rannicchiandosi nello spazio destinato ai piedi dei passeggeri. Trova una coperta e se la tira addosso. «Mi sono fatta piccola, piccolissima, come una palla. Volevo sembrare un cuscino, qualcosa che nessuno avrebbe notato».
Ma appena si nasconde arriva una nuova paura. Qualcuno potrebbe averla vista correre. Qualcuno potrebbe sapere che è lì. «Quei primi minuti in macchina sono stati i peggiori di tutta la giornata. Pensavo continuamente: e se mi hanno vista? E se aprono la portiera? Se guardo fuori mi scoprono, ma se mi hanno già vista forse devo scappare. Non sapevo cosa fare. Avevo una paura che non riesco a descrivere».
Rimane nascosta per circa due ore. Sente gli uomini muoversi all’esterno, avvicinarsi e allontanarsi. «Li sentivo intorno a me. Venivano vicino, poi si allontanavano, poi tornavano. Continuamente. Io non mi muovevo». Intorno alle tre del pomeriggio la portiera si apre. «Ho alzato la testa. È successo tutto in un secondo. Ho visto un uomo con le mani coperte di sangue. Era stato colpito anche lui. Ma appena l’ho visto ho capito che veniva dalla festa, come me».
Si chiama Itay. Con lui c’è proprio la ragazza che si era nascosta tra i corpi. Non aveva seguito Mazal nella corsa verso l’automobile. Era riuscita a spostarsi da un cespuglio all’altro, riportando anche alcune ustioni alla schiena, e infine aveva incontrato altri sopravvissuti. Aveva raccontato loro che un’amica era nascosta in una macchina. Così erano tornati a cercarla.
«Eravamo cinque persone, tutti del Nova. Lui ha trovato un’altra macchina che funzionava e siamo riusciti ad andare via. Abbiamo raggiunto l’incrocio di Urim, dove c’erano le ambulanze». Mazal viene trasportata in ospedale. I medici controllano le condizioni neurologiche e la operano due volte alla mano ferita. È viva. Ma Daniel e Yohai non ci sono più.
«Pensavamo di averli sepolti. Poi ci hanno chiamato ancora»
La parte più difficile del racconto, forse, comincia proprio quando Mazal descrive ciò che è accaduto dopo il salvataggio. Perché per una settimana non arriva la conferma ufficiale della morte dei suoi amici. I corpi sono stati recuperati, ma le condizioni in cui sono stati ritrovati rendono complesso il riconoscimento. «È stata la settimana peggiore della mia vita. Parlavo continuamente con le famiglie. I genitori, i fratelli, le sorelle, le persone che li amavano. Tutti piangevano, tutti gridavano al telefono. Mi imploravano di dare loro una speranza che io non avevo».
Mazal aveva visto i due amici morti. Eppure, racconta, una parte di lei continuava a rifiutare quello che sapeva. «Non volevo credere che fosse successo davvero. Non mi era nemmeno passato per la testa che il fuoco potesse aver reso così difficile riconoscere i loro corpi». Dopo una settimana arriva la conferma. Daniel e Yohai possono essere sepolti. Per le loro famiglie è la fine di un’attesa terribile. Ma non è ancora la fine. «È triste dirlo, ma una settimana non è nemmeno tanto, rispetto a quello che è successo qui. Ci sono state persone che hanno dovuto aspettare un mese, altre molto più a lungo. Ma per una famiglia anche un minuto è un’eternità».
Un anno dopo i funerali arriva un’altra telefonata. Gli specialisti hanno identificato ulteriori resti delle due vittime. Le famiglie devono affrontare una nuova sepoltura. «Pensavamo di averli sepolti, che fosse finita. E invece ci hanno chiamato di nuovo. Avevano riconosciuto altre parti dei loro corpi. Li abbiamo dovuti seppellire una seconda volta. È stato uno shock. Perché improvvisamente ricominci a chiederti cosa sia successo davvero, che cosa abbiano fatto loro».
Poi, cinque mesi fa, arriva una terza telefonata. Questa volta alla famiglia di Daniel. «Avevano identificato un’altra parte del suo corpo. E così ho seppellito la mia amica Daniel per la terza volta. Cinque mesi fa. Non so nemmeno come spiegarlo. Pensavamo fosse finita, ma non era finita». Mazal racconta tutto questo senza cercare parole particolarmente solenni. È la successione dei fatti a dare alla testimonianza la sua forza. Prima il massacro, poi la ricerca dei corpi, il riconoscimento, i funerali. Un anno dopo altri resti, un altro funerale. E ancora, quasi tre anni dopo quella mattina, un’altra identificazione, un’altra sepoltura. Tre volte davanti alla morte della stessa amica.
Si guarda intorno. Ci sono gli alberi, le fotografie, i piccoli fiori rossi sistemati ai piedi dei pannelli. Ragazzi che avevano vent’anni, venticinque, trenta. Persone che quella notte erano arrivate per ascoltare musica e ballare fino all’alba. «Eravamo venuti soltanto per divertirci», ricorda Mazal.
Per circa tre mesi dopo il massacro cerca soprattutto di comprendere ciò che le è successo. Poi, racconta, comincia a osservare quello che avviene nel resto del mondo. Le manifestazioni, le polemiche, la guerra delle immagini e delle parole. «Vedevo tutto quell’odio, tutte quelle proteste, tutta quella propaganda. Vedevo persone che consideravano Hamas un movimento di liberazione, mentre i suoi capi continuavano a dire che, se ne avessero avuto l’occasione, avrebbero fatto di nuovo quello che avevano fatto».
È in quel periodo che decide di trasformare la propria testimonianza in una missione personale. Non vuole che la storia dei suoi amici venga dimenticata. E, soprattutto, pensa al figlio di dodici anni. «Io ho un figlio. Voglio che cresca in un mondo sicuro. Voglio vivere in un mondo sicuro, per me, per il mio popolo, per tutti. E ho capito che dovevo combattere per questo».
Il suo modo di combattere è tornare qui e raccontare. Incontra gruppi di visitatori, partecipa a delegazioni all’estero, parla con chiunque sia disposto ad ascoltare. «Vengo qui almeno tre volte alla settimana. Racconto quello che è successo. Parlo con tutti quelli che mi danno la possibilità di farlo. È molto difficile, perché una parte di me è ancora qui. Ma non smetterò».
Non nasconde la sofferenza per quello che legge sui social network. «Quando guardi quello che succede online, a volte ti sembra che non ci sia più speranza. Ti sembra che tutti ci odino». Poi però incontra persone che arrivano da altri Paesi, ascoltano le testimonianze, osservano le fotografie. «E allora capisco che non è così. Vedere persone che vengono qui, che vogliono vedere con i propri occhi, mi dà una speranza enorme».
Il racconto finisce tra gli alberi del Nova. Mazal ringrazia chi l’ha ascoltata. Dietro di lei il sole illumina ancora le fotografie dei ragazzi. La stessa terra che tre anni fa era una pista da ballo è diventata un memoriale. Dove c’erano tende, musica e giovani arrivati per trascorrere una notte insieme, oggi ci sono nomi, volti, candele e fiori.
Mazal conosce ogni angolo di questo luogo. Sa indicare il punto in cui aveva lasciato la tenda, la direzione da cui arrivavano gli spari, gli alberi sotto i quali aveva finto di essere morta, la strada sulla quale aveva trovato rifugio. È tornata innumerevoli volte, e continuerà a farlo. Perché, come dice lei stessa, «una parte di me è ancora qui». E forse è proprio questo il particolare che rimane più impresso, quando la sua testimonianza è finita. Mazal è riuscita a uscire viva dal Nova il 7 ottobre 2023. Ma, in qualche modo, da quel posto non è mai andata via.


