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Il cimitero delle auto del 7 ottobre: qui ogni rottame racconta una vita spezzata

Pubblicato: 28/10/2026 10:34

La prima cosa che colpisce è la montagna. Una montagna di automobili bruciate, accartocciate, sventrate, ammassate una sull’altra fino a formare un muro impressionante di metallo arrugginito. Sotto il sole del sud di Israele, le carcasse sembrano confondersi in un unico, gigantesco monumento alla distruzione. Poi lo sguardo scende, si avvicina alle vetture lasciate a terra, riconosce un volante, uno specchietto, il profilo di un’automobile familiare. E allora tutto cambia. Perché queste non sono semplicemente automobili distrutte. Sono le auto sulle quali viaggiavano uomini, donne, ragazzi, famiglie. Persone che la mattina del 7 ottobre 2023 cercavano disperatamente di salvarsi dai terroristi di Hamas. Molte non sono mai arrivate a destinazione.

Siamo a Tkuma, nel sud di Israele, non lontano da Sderot e dalla Striscia di Gaza. Qui è nato uno dei luoghi più sconvolgenti della memoria del massacro del 7 ottobre: il cimitero delle auto bruciate, un’immensa distesa di veicoli recuperati dalle strade e dalle comunità israeliane attaccate da Hamas. Circa 1.560 mezzi, secondo i dati del sito commemorativo. Automobili crivellate di proiettili, altre incendiate, altre ancora ridotte a scheletri metallici. Alcune appartenevano ai ragazzi del festival musicale Nova, altre agli abitanti dei kibbutz e dei villaggi della regione. Inizialmente questo terreno serviva soltanto a liberare le strade dai relitti. Poi qualcuno comprese che quelle lamiere dovevano rimanere, perché avrebbero raccontato ciò che nessuna fotografia avrebbe potuto raccontare completamente.

Tre uomini che volevano soltanto ballare

Davanti a una delle automobili, un’Audi scura con il parabrezza attraversato dai proiettili, ci sono tre fotografie. Tre volti sorridenti. Matan Rosenberg, 17 anni. Noy Maudi, 29 anni. Moti Alkabetz, 40 anni. Una scritta in ebraico racconta che erano tre membri della stessa famiglia e che volevano soltanto ballare. È una frase semplicissima, forse proprio per questo insopportabile. Perché dietro quelle fotografie c’è una storia che comincia con una cena familiare, una festa religiosa e una decisione presa quasi per caso, come accade in migliaia di famiglie in qualunque parte del mondo.

La sera del 6 ottobre, la famiglia Maudi si era riunita nel villaggio di Yated per celebrare Simchat Torah, la festività ebraica della gioia della Torah. C’erano genitori, figli, nipoti, cognati. Dopo cena, Noy propose agli altri di andare a una festa musicale nelle campagne vicine. Accettarono suo nipote Matan, il cognato Moti e un altro familiare, Tomer Kitivitz. Partirono intorno alle quattro del mattino. Doveva essere una breve parentesi di musica e divertimento. Alle 6.29 cominciarono i razzi. I quattro decisero di tornare immediatamente a casa. Non sapevano che lungo la strada, all’incrocio di Mivtachim, alcuni terroristi li stavano aspettando.

L’automobile fu investita da una raffica di proiettili. Il motore smise di funzionare. I terroristi si avvicinarono e spararono attraverso i finestrini, praticamente a bruciapelo. Matan, Noy e Moti morirono all’interno della vettura. Tomer riuscì a salvarsi abbassandosi mentre i colpi attraversavano l’abitacolo. Ferito dalle schegge, rimase immobile fino all’arrivo di un poliziotto che, dopo aver affrontato gli assalitori, lo estrasse dall’automobile. Poco dopo chiamò sua moglie Sapir. Le disse che avevano sparato contro di loro e che gli altri erano morti. Lei continuò a cercare soccorsi, aggrappandosi anche alla speranza che qualcuno potesse ancora essere salvato.

Adesso quella macchina è qui. E le fotografie restituiscono ai tre uomini qualcosa che i terroristi avevano cercato di cancellare: la loro identità. Matan aveva soltanto 17 anni, viveva a Dimona, era un ragazzo dai capelli rossi e ricci, un capo scout e un pianista di talento che aveva imparato a suonare da solo. Noy, suo zio, aveva vissuto anche negli Stati Uniti, dove aveva insegnato in una scuola. Moti lavorava nell’agricoltura, era sposato e aveva tre figli. Amava cucinare e preparare da mangiare per gli altri. La madre di Matan dovette affrontare un dolore difficilmente immaginabile: terminato il lutto rituale per il fratello, cominciò quello per il proprio figlio, identificato soltanto diversi giorni dopo.

Il padre del ragazzo, Yitzhak Rosenberg, ha cercato di trasformare quel dolore in qualcosa che potesse sopravvivere alla morte. Ha scritto un libro per bambini intitolato La farfalla arancione, dedicato a Matan. Il colore richiama i suoi capelli rossi. La storia racconta di una farfalla capace di mettere pace tra altre due che litigano, ispirandosi a un episodio della vita del figlio, che amava aiutare gli amici a trovare un accordo. È difficile immaginare un contrasto più violento: da una parte un ragazzo che cercava di insegnare la gentilezza, dall’altra gli uomini che gli hanno sparato mentre tentava di tornare a casa.

La macchina dell’uomo che tornò tre volte a salvare gli altri

Poco distante c’è un’altra automobile, una Cupra scura, con i vetri distrutti, la carrozzeria danneggiata e alcune fotografie sistemate intorno. Apparteneva a Ben Shimoni, 31 anni, una delle figure più conosciute per il coraggio dimostrato durante il massacro del festival Nova. Anche Ben era andato alla festa per divertirsi. Quando cominciarono gli attacchi riuscì ad allontanarsi. Avrebbe potuto mettersi in salvo, raggiungere la famiglia e considerarsi fortunato. Scelse invece di tornare indietro. E poi di tornare ancora. Perché sapeva che tra gli alberi, nei campi e lungo le strade c’erano decine di ragazzi che aspettavano qualcuno disposto a rischiare la vita per loro.

Con la sua automobile, Ben riuscì a portare in salvo dodici persone in due viaggi. Le accompagnò lontano dall’area degli attacchi, prima verso Beersheba e poi verso Netivot. Tutti gli dicevano di non tornare. Anche i familiari lo pregavano di fermarsi. Lui continuava a cercare gli amici rimasti nella zona del festival. Durante il terzo viaggio raggiunse tre giovani: Gaya Halifa, Romi Gonen e Ofir Tsarfati. Li fece salire e tentò nuovamente di fuggire. Verso le 10.12, nei pressi dell’incrocio di Alumim, la vettura cadde in un’imboscata. Ben e Gaya furono uccisi. Romi e Ofir, entrambi feriti, vennero sequestrati e portati nella Striscia di Gaza.

La storia di quell’automobile ha continuato a vivere ben oltre il 7 ottobre. Ofir morì durante la prigionia e il suo corpo fu recuperato dopo 55 giorni. Romi Gonen, invece, è tornata viva in Israele dopo 471 giorni nelle mani di Hamas, nel gennaio 2025. Una volta liberata, ha incontrato la famiglia di Ben e ha raccontato gli ultimi momenti di quel ragazzo che aveva scelto di rischiare tutto per salvare degli sconosciuti. Il padre, Rafi Shimoni, ha dedicato una parte importante della propria vita alla memoria del figlio, partecipando alle attività del memoriale e raccontandone la storia ai visitatori. Ben ha ricevuto alla memoria un riconoscimento presidenziale per il coraggio civile.

È forse davanti a queste automobili che si comprende meglio la natura di questo luogo. Alcuni veicoli raccontano la morte di chi tentava di fuggire. Altri ricordano persone che avrebbero potuto salvarsi e invece scelsero di tornare indietro per aiutare qualcuno. Il 7 ottobre è stato anche questo: una tragedia immensa attraversata da gesti individuali di straordinario coraggio. Le fotografie dei ragazzi, i messaggi lasciati dalle famiglie e le bandiere israeliane fanno emergere le storie personali dalla massa indistinta delle carcasse.

Il lavoro necessario per raccogliere tutte queste automobili fu enorme. I mezzi arrivarono dalle strade dell’area di Gaza, dai parcheggi, dagli incroci dove si erano consumate le imboscate. Prima di essere trasferiti, vennero controllati dagli artificieri per individuare eventuali armi, granate ed esplosivi. Furono cercati resti umani, documenti, oggetti personali, telefoni e registrazioni delle telecamere di bordo. Ogni automobile poteva contenere un elemento utile a identificare una vittima o ricostruire le sue ultime ore. Ancora oggi, accanto ad alcune vetture, piccoli codici QR consentono di conoscere le vicende delle persone che viaggiavano al loro interno.

E poi ci sono i fiori. Centinaia di papaveri rossi, realizzati in metallo, spuntano tra le pietre chiare del terreno. Alcuni sembrano uscire dal bagagliaio di un’automobile completamente bruciata, altri formano una sorta di fiume che scende lungo le rocce. Accanto, una grande composizione a mosaico riproduce la bandiera israeliana e la scritta «Am Yisrael Chai», il popolo di Israele vive. È un contrasto impressionante, quello tra la delicatezza dei fiori e la brutalità delle lamiere. Le fotografie mostrano ragazzi sorridenti, coppie abbracciate, volti giovanissimi. Alle loro spalle si alza il muro dei veicoli distrutti.

Il luogo è diventato un memoriale nazionale, ma conserva qualcosa di diverso da un monumento tradizionale. Non ci sono soltanto nomi incisi nella pietra. Ci sono gli oggetti veri, quelli che le persone utilizzavano poche ore prima di morire. Una portiera, un sedile, una ruota, un parabrezza. Cose normalmente insignificanti che, dopo il 7 ottobre, hanno assunto un significato terribile. Perché un’automobile è prima di tutto una promessa di movimento: si sale, si accende il motore, si parte per raggiungere qualcuno o tornare a casa. Qui, per centinaia di persone, quella promessa è stata spezzata dalla violenza.

Sono passati tre anni dal massacro, ma a Tkuma il 7 ottobre sembra non essere mai finito. Il sole continua a illuminare le campagne del sud di Israele, le persone continuano a percorrere le strade, la vita cerca faticosamente di riprendere il proprio corso. In questo terreno, invece, le automobili rimangono immobili, esattamente come la memoria di chi viaggiava al loro interno. Davanti all’Audi di Matan, Noy e Moti, il pensiero torna inevitabilmente a quella frase scritta sotto le fotografie. Volevano soltanto ballare. Una cosa così semplice, così normale, così umana. Ed è forse questa la testimonianza più dolorosa che il cimitero delle auto lascia a chi lo attraversa: il terrorismo ha trasformato gesti ordinari della vita in storie di morte. Ma non è riuscito a cancellare i nomi, i volti e le vite di quelle persone.

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Ultimo Aggiornamento: 28/10/2026 11:00

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