
Benjamin Netanyahu ha recuperato terreno, il suo partito resta il più forte, ma la maggioranza continua a essere un miraggio. E così, mentre lo scrutinio delle elezioni in Israele è ancora in corso, la politica israeliana si ritrova davanti a un rompicapo che potrebbe richiedere settimane di trattative. Chi governerà il Paese? La risposta è tutt’altro che scontata. Perché i numeri raccontano una storia paradossale: Netanyahu non ha abbastanza parlamentari per restare al potere con i suoi alleati, ma nemmeno i suoi avversari sembrano in grado di mettersi d’accordo per mandarlo a casa.
Secondo i risultati provvisori disponibili nella mattinata di mercoledì 28 ottobre, con il 66,2% delle urne scrutinate, il blocco di Netanyahu è arrivato a 56 seggi, quello guidato da Gadi Eisenkot ne conta 48, mentre i partiti arabi ne raccolgono complessivamente 16. Il Parlamento israeliano, la Knesset, ha 120 deputati e per governare bisogna raggiungere quota 61. Significa che al premier uscente mancano appena cinque parlamentari, mentre dall’altra parte esisterebbe una maggioranza teorica di 64 seggi. Il problema è che mettere insieme quei 64 deputati potrebbe rivelarsi un’impresa ancora più complicata che trovarne cinque per Netanyahu.
Netanyahu cerca cinque seggi, Eisenkot deve mettere d’accordo tutti
La prima ipotesi è anche la più semplice da immaginare: Netanyahu prova ad allargare la propria coalizione, convincendo qualche avversario a cambiare campo. Cinque seggi, sulla carta, sembrano pochi. Nella realtà politica israeliana possono rappresentare una distanza enorme. Quasi tutti i partiti dell’opposizione hanno costruito la campagna elettorale promettendo di sostituire il primo ministro. Entrare nel suo governo significherebbe rimangiarsi una promessa fondamentale fatta agli elettori. Ma le trattative parlamentari possono riservare sorprese e Netanyahu, dopo tanti anni alla guida del Paese, conosce perfettamente i meccanismi della politica israeliana.
La seconda possibilità è quella di un governo guidato da Eisenkot con il sostegno dei partiti arabi. I conti, in questo caso, tornerebbero: 48 più 16 fa 64, tre seggi oltre la maggioranza assoluta. Il leader dei Democratici, Yair Golan, ha già invitato Eisenkot a seguire questa strada, sostenendo la necessità di superare le divisioni tra cittadini ebrei e arabi. Ma c’è un problema politico gigantesco. Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, due protagonisti dello schieramento contrario a Netanyahu, hanno escluso durante la campagna elettorale di governare con le formazioni arabe. Per arrivare a un’intesa dovrebbero cambiare posizione.
Esiste anche una variante: un governo Eisenkot sostenuto dall’esterno, almeno per un periodo, da alcune forze che non intendono entrare direttamente nell’esecutivo. Sarebbe una soluzione pensata soprattutto per sostituire Netanyahu e avviare alcuni provvedimenti parlamentari. Ma anche questa strada richiederebbe accordi molto delicati. L’opposizione israeliana comprende partiti di destra, di centro, di sinistra e formazioni arabe che condividono l’obiettivo di cambiare governo, ma hanno idee profondamente differenti su sicurezza, territori palestinesi, religione e rapporti tra Stato e società. Metterli tutti intorno allo stesso tavolo sarebbe già un risultato politico.
Un governo con Netanyahu ed Eisenkot? E se si tornasse a votare?
C’è poi la terza ipotesi, quella che potrebbe cambiare completamente il quadro: un governo di unità nazionale tra Netanyahu ed Eisenkot. I due principali avversari potrebbero decidere di mettere da parte le divisioni e costruire una grande coalizione, coinvolgendo anche altre forze parlamentari. Sarebbe una soluzione capace di superare l’attuale divisione in due blocchi. Ma anche in questo caso gli ostacoli sono enormi. Eisenkot ha promesso di non governare con Netanyahu, mentre la destra più radicale, a cominciare da Itamar Ben Gvir, ha già manifestato la propria contrarietà a un’intesa di questo genere.
La quarta ipotesi è una variante ancora più sorprendente: un governo a rotazione, con Netanyahu ed Eisenkot che si alternano alla guida del Paese. Sulla stampa israeliana è stata avanzata anche l’idea di consentire al premier uscente di restare in carica per altri due anni, prima di passare il testimone. Una sorta di compromesso per uscire dallo stallo. Ma siamo nel campo delle ipotesi giornalistiche, non degli accordi già raggiunti. Netanyahu ha aperto alla possibilità di allargare la coalizione, escludendo però una rotazione alla guida dell’esecutivo. E stabilire chi debba governare per primo sarebbe soltanto il primo dei problemi.
Un’altra strada passa direttamente dal Likud, il partito di Netanyahu. E se una parte dei suoi parlamentari decidesse di cambiare leadership? Lieberman ha già invitato esponenti del partito a prendere le distanze dal premier. Un Likud guidato da un altro leader potrebbe aprire la strada ad alleanze oggi politicamente impossibili, soprattutto con le forze di centrodestra che si oppongono a Netanyahu. Per il momento, tuttavia, non esistono accordi concreti in questa direzione. È uno scenario che dimostra quanto la questione della leadership personale di Netanyahu pesi sulla formazione della prossima maggioranza.
Infine c’è la quinta possibilità, quella che nessuno può escludere: il ritorno alle urne. Se Netanyahu non riuscisse a trovare cinque parlamentari e se Eisenkot non fosse in grado di costruire una coalizione alternativa, Israele potrebbe avviarsi verso un’altra tornata elettorale. Il presidente Isaac Herzog dovrebbe prima tentare di favorire la formazione di un governo attraverso le procedure previste dall’ordinamento. Ma se ogni tentativo fallisse, si tornerebbe a votare. Con una conseguenza importante: nel frattempo Netanyahu continuerebbe a guidare l’esecutivo uscente, anche senza aver conquistato una nuova maggioranza parlamentare.
E attenzione, perché lo scrutinio non è ancora terminato. Restano da conteggiare anche i voti dei militari e degli altri elettori che hanno utilizzato le procedure speciali. La distribuzione definitiva dei seggi potrebbe quindi modificare ulteriormente gli equilibri. Cinque parlamentari possono sembrare pochi, ma in una situazione così frammentata anche lo spostamento di uno o due seggi potrebbe cambiare i rapporti di forza e le prospettive delle trattative.
Il risultato è che Israele si ritrova sostanzialmente spaccato in due, con un premier che ha recuperato consensi ma non dispone dei numeri necessari per governare e un’opposizione che avrebbe la possibilità aritmetica di sostituirlo, senza aver ancora trovato la formula politica per farlo. Netanyahu può restare al potere, Eisenkot può tentare di mandarlo a casa, i due possono persino ritrovarsi nello stesso governo. Oppure si può ricominciare tutto da capo, tornando alle urne. Gli elettori hanno votato, ma la partita per il governo di Israele è appena cominciata.


