
Benjamin Netanyahu è ancora il primo della classe, ma stavolta potrebbe non bastare. Il premier israeliano ha recuperato lo svantaggio degli exit poll, il Likud si conferma il partito più votato e la sua coalizione torna davanti a quella degli avversari. Eppure, dopo una notte di conteggi e colpi di scena, il risultato delle elezioni del 27 ottobre lascia Israele davanti a un problema che conosce fin troppo bene: nessuno ha la maggioranza per governare. E così, mentre si contano le ultime schede, a Gerusalemme comincia a circolare con sempre maggiore insistenza un’idea che fino a qualche giorno fa sembrava quasi impossibile: un governo di unità nazionale, magari con gli stessi protagonisti che si sono combattuti durante tutta la campagna elettorale.
I numeri spiegano tutto. Con lo scrutinio ancora in corso, la coalizione di Netanyahu arriva a 53 seggi, quella del suo principale avversario Gadi Eisenkot si ferma a 48, mentre i due partiti arabi ne conquistano complessivamente 19. Per governare ne servono 61. Il Likud, con 26 deputati, rimane la prima forza politica del Paese, ma perde sei seggi rispetto al 2022. Il grande risultato è quello della rappresentanza araba, che raggiunge un livello mai visto prima. E proprio quei 19 parlamentari, che Netanyahu considera politicamente incompatibili con un governo israeliano, potrebbero diventare decisivi per stabilire chi guiderà il Paese.

La partita di Netanyahu e l’ipotesi di un accordo con Eisenkot
Il premier uscente non ha alcuna intenzione di arrendersi. Anzi, rivendica il risultato e continua a lavorare per un governo di destra, insieme agli alleati storici Bezalel Smotrich e Itamar Ben–Gvir. I due leader nazionalisti portano in dote complessivamente 13 seggi, ma anche sommando tutte le forze della coalizione il traguardo resta lontano. Netanyahu ha già parlato con entrambi, cercando di rassicurarli. Il messaggio è semplice: nessuno viene scaricato, almeno per il momento. Ma il problema è che i voti necessari per arrivare a 61 devono arrivare necessariamente da fuori, e convincere qualcuno a cambiare schieramento non sarà semplice.
È qui che comincia la partita più interessante. Secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, alcuni esponenti del fronte avversario non escludono più del tutto un’intesa con il Likud. Si ragiona su un governo di unità nazionale, capace di mettere insieme una parte della destra e del centro, lasciando eventualmente fuori le componenti più radicali. Un’operazione difficile, perché Eisenkot ha costruito buona parte della propria campagna elettorale proprio sulla necessità di voltare pagina dopo Netanyahu. Sedersi allo stesso tavolo con lui significherebbe spiegare ai propri elettori perché una promessa tanto importante possa essere rimessa in discussione.
E poi c’è il problema più delicato: chi dovrebbe fare il primo ministro? Netanyahu non sembra intenzionato a lasciare la guida del governo e nemmeno Eisenkot potrebbe accettare facilmente un ruolo subordinato. Tra le possibilità discusse negli ambienti politici israeliani torna così quella di una rotazione alla guida dell’esecutivo, una formula già sperimentata in passato. Ma un accordo del genere dovrebbe affrontare anche le questioni più divisive, dalla leva militare degli ultraortodossi al rapporto con i palestinesi, fino al futuro della guerra e alla politica nei confronti dell’Iran. Insomma, mettere insieme i numeri sarebbe soltanto il primo problema.
Nel frattempo, nel campo dell’opposizione si cerca una strada alternativa. Eisenkot continua a parlare di un governo sionista, fondato anche sul principio del servizio militare, ma questa impostazione rende complicata qualsiasi intesa con i partiti religiosi. Avigdor Lieberman rimane fermamente contrario a Netanyahu, mentre gli altri protagonisti del fronte del cambiamento hanno posizioni differenti sul possibile coinvolgimento degli arabi. La situazione è paradossale: sulla carta, sommando i 48 seggi dell’opposizione ai 19 dei partiti arabi, si arriverebbe a quota 67, ben oltre la maggioranza necessaria. Ma quei numeri non corrispondono automaticamente a una coalizione capace di governare.
I 19 seggi arabi, Herzog e il rischio di nuove elezioni
Il risultato più sorprendente delle elezioni è arrivato proprio dalle città e dai quartieri arabi di Israele. La Lista Comune, che riunisce Hadash, Balad e Ta’al, conquista 12 seggi, mentre Ra’am di Mansour Abbas ne ottiene sette. In totale fanno 19, quattro in più del precedente record del 2020. Una crescita che cambia gli equilibri della Knesset e restituisce alla rappresentanza politica araba un peso che nessuno può ignorare. Ma il successo elettorale non cancella le profonde divisioni tra le diverse formazioni, né le diffidenze che una parte consistente della politica israeliana continua a nutrire verso un loro coinvolgimento nella maggioranza.
Netanyahu ha già messo le mani avanti, escludendo qualsiasi governo sostenuto dai partiti arabi e accusando l’opposizione di voler consegnare il Paese a una coalizione pericolosa. Il Likud ha inoltre denunciato presunte irregolarità nel voto in alcuni seggi arabi, sostenendo di aver presentato elementi allo Shin Bet. Si tratta, per il momento, di accuse del partito, non di brogli accertati. Dall’altra parte, il leader della Lista Comune Yousef Jabareen chiede che il risultato venga rispettato e invita chi vuole davvero cambiare governo ad aprire un confronto. La possibilità di un sostegno esterno a un esecutivo guidato da Eisenkot rimane sul tavolo, ma incontra resistenze politiche importanti.
A questo punto gli occhi sono puntati su Isaac Herzog, il presidente israeliano che dovrà decidere a chi affidare il primo incarico per formare il governo. E non sarà una scelta scontata. In Israele non basta essere il leader del partito più votato: conta soprattutto la possibilità concreta di raccogliere una maggioranza parlamentare. Herzog lo sa e ha già lanciato un messaggio ai partiti, invitandoli a presentarsi alle consultazioni con la mente aperta. Soprattutto, ha chiesto di fare tutto il possibile per evitare un’altra tornata elettorale. Secondo la televisione pubblica Kan, il presidente potrebbe incontrare separatamente Netanyahu ed Eisenkot per capire se esistano davvero le condizioni per un governo di unità nazionale.
C’è anche un’altra partita che potrebbe aprirsi prima ancora della nascita del nuovo esecutivo. Alcuni esponenti dell’opposizione stanno valutando la possibilità di sostituire Amir Ohana, presidente della Knesset ed esponente del Likud, quando il nuovo Parlamento si insedierà il 10 novembre. Sarebbe un modo per mostrare che Netanyahu, pur rimanendo primo ministro uscente, non dispone più automaticamente del controllo dell’assemblea. Anche in questo caso, però, servirebbero i voti dei parlamentari arabi. Un’intesa che potrebbe funzionare su una singola votazione, ma che non risolverebbe necessariamente il problema di costruire una maggioranza stabile.
Intanto continua il conteggio delle ultime schede, comprese quelle dei militari, dei riservisti e degli elettori che hanno votato attraverso le cosiddette buste doppie. Sono centinaia di migliaia di voti che potrebbero ancora spostare qualche seggio. L’affluenza, arrivata intorno al 77,7%, racconta un Paese che ha partecipato in massa a queste elezioni, ma senza riuscire a indicare una direzione politica univoca. Anche i mercati hanno reagito con nervosismo: lo shekel ha perso terreno nei confronti del dollaro e la Borsa di Tel Aviv ha registrato un calo nella giornata successiva al voto.
Sul risultato israeliano pesa inevitabilmente anche l’ombra di Donald Trump. Il presidente americano ha rivendicato il merito della rimonta di Netanyahu, sostenendo che il proprio endorsement abbia contribuito a trasformare quella che sembrava una sconfitta in una possibile vittoria. Interrogato sull’ipotesi di un governo di unità nazionale, ha risposto che prenderà in considerazione la questione. Sullo sfondo resta la crisi con l’Iran. Netanyahu ha ribadito di voler sfruttare il rapporto privilegiato con Washington per affrontare la minaccia di Teheran, mentre negli Stati Uniti si discute della possibilità di nuove operazioni militari dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. E un particolare conta molto: il governo israeliano uscente conserva poteri importanti anche nelle decisioni di sicurezza nazionale.
Per Netanyahu, dunque, la notte elettorale si è trasformata in una mezza rivincita, ma non ancora in una vittoria politica. Per Eisenkot, invece, il risultato ha dimostrato che esiste un’alternativa numericamente possibile, ma ancora tutta da costruire. Israele si ritrova con due schieramenti incapaci di governare da soli e con 19 deputati arabi che potrebbero cambiare gli equilibri, ma che nessuno dei due blocchi riesce facilmente a coinvolgere. Il governo di unità nazionale nasce da questa impasse. Non è ancora un progetto condiviso, ma una possibilità che i protagonisti della politica israeliana sono costretti almeno a prendere in considerazione. Perché l’alternativa, se nessuno riuscirà a trovare un accordo, potrebbe essere quella di tornare ancora una volta alle urne.


