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«NAZA è una menzogna, quelle procedure le ho scritte io»: la rivelazione dell’ex ufficiale israeliana sul film premiato a Venezia

Pubblicato: 29/10/2026 10:44

«È una menzogna. È una distorsione della realtà». Sarit Zehavi non usa mezze parole per contestare uno dei passaggi più controversi di NAZA, il documentario sulle operazioni militari israeliane a Gaza che ha conquistato il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, scatenando una tempesta politica internazionale. Ma la sua testimonianza contiene un elemento particolarmente significativo: «Le ho costruite io. Le ho scritte io. Sono una delle persone che hanno scritto quelle procedure». Zehavi parla delle regole dell’esercito israeliano per valutare i possibili danni collaterali durante i bombardamenti, proprio quelle finite al centro delle accuse contenute nel film.

A pronunciare queste parole è una donna che quelle procedure sostiene di conoscerle dall’interno. Tenente colonnello in congedo dell’intelligence militare israeliana, fondatrice e presidente dell’Alma Research and Education Center, Zehavi ha lavorato nel Comando settentrionale dell’esercito e ha terminato il servizio nella riserva nel 2019. Nella sede del centro di ricerca, nell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine libanese, affronta direttamente la questione del documentario realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor. La sua non è una semplice dichiarazione di solidarietà all’esercito israeliano: è una contestazione tecnica che parte dalla conoscenza delle procedure e punta al cuore della ricostruzione cinematografica.

Il film dei 500 morti civili che ha scatenato la bufera

NAZA, prodotto dal quotidiano britannico The Guardian, prende il nome dall’espressione ebraica Nezek Agavi, utilizzata in ambito militare per indicare i danni collaterali. Il documentario, della durata di ottanta minuti, raccoglie le testimonianze anonime di 24 militari e operatori dell’intelligence israeliana e descrive i sistemi utilizzati per individuare gli obiettivi a Gaza, compresi quelli basati sull’intelligenza artificiale. Presentato a Venezia il 10 settembre, ha ricevuto una standing ovation di circa 25 minuti prima di vincere, il 12 settembre, il Premio speciale della giuria. I suoi autori avevano già ottenuto l’Oscar con No Other Land.

Uno dei momenti più discussi riguarda la testimonianza di un militare secondo il quale sarebbe stato autorizzato un attacco contro un singolo appartenente a Hamas nonostante una previsione di 500 possibili vittime civili. È un’affermazione diventata centrale nella promozione del film, perché suggerisce che l’esercito potesse accettare consapevolmente perdite enormi tra la popolazione pur di eliminare un solo obiettivo. Proprio su questo punto Zehavi interviene con una contestazione radicale: la cifra inserita nella valutazione dell’intelligence, spiega, non rappresenta necessariamente il numero di morti autorizzato da chi decide di effettuare un bombardamento.

«È una menzogna. È una distorsione della realtà», afferma, riferendosi alla rappresentazione delle procedure. Poi rivela il proprio ruolo nella loro elaborazione: «Le ho costruite io. Le ho scritte io. Sono una delle persone che hanno scritto quelle procedure». Secondo Zehavi, il problema del documentario è la confusione tra la prima fase di valutazione di un obiettivo e la successiva pianificazione militare. Gli analisti dell’intelligence, spiega, devono calcolare il numero delle persone potenzialmente coinvolte, tenendo conto delle dimensioni di un edificio, della sua posizione e della densità abitativa. Ma quel calcolo iniziale è soltanto uno degli elementi del processo.

La fase successiva spetta agli ufficiali operativi. Sono loro a dover stabilire come colpire il bersaglio, con quali armi, con quale precisione e quali misure adottare per ridurre il rischio per la popolazione. Possono essere valutati avvertimenti preventivi, evacuazioni, modifiche del piano e differenti modalità di attacco. Zehavi racconta di aver lavorato personalmente anche alle procedure per avvisare i civili, compresi i messaggi telefonici, i volantini e le istruzioni da utilizzare quando i sistemi di comunicazione non funzionano. Un ruolo importante, aggiunge, è affidato ai consulenti legali, chiamati a esaminare la necessità e la giustificazione delle misure previste.

La sua spiegazione entra persino nel dettaglio delle esercitazioni militari. Zehavi ricorda simulazioni nelle quali l’esercito doveva affrontare il problema della presenza di civili nelle aree interessate dalle operazioni. Se la popolazione non era stata evacuata, racconta, la pianificazione non poteva semplicemente proseguire ignorando quella circostanza. E solleva una domanda che riassume la sua obiezione al film: se l’esercito fosse davvero indifferente alla morte dei civili, perché costruire procedure tanto complesse per calcolare i rischi, organizzare gli avvertimenti e studiare le evacuazioni? È precisamente su questa interpretazione del sistema militare che Zehavi contesta i registi.

Dalle ovazioni alle accuse di tradimento: la battaglia attorno a NAZA

Il documentario ha provocato in Israele una delle polemiche culturali e politiche più violente degli ultimi mesi. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha accusato i registi di danneggiare il proprio Paese e ha annunciato l’intenzione di adoperarsi per la revoca della loro cittadinanza israeliana. Anche il premier Benjamin Netanyahu ha attaccato duramente il film, mentre Abraham e Szor hanno ricevuto minacce e sono stati bersaglio di manifestazioni ostili. Dall’altra parte, organizzazioni per la libertà di stampa e associazioni per i diritti umani hanno difeso i due autori. Le contestazioni hanno riguardato sia il contenuto del documentario sia il diritto dei registi a denunciare pubblicamente le azioni dell’esercito.

Ma la controversia non si è limitata allo scontro politico. Il 27 settembre il Times of Israel ha pubblicato un’analisi critica sui metodi giornalistici del film, soffermandosi proprio sulla vicenda dei 500 morti. Secondo il quotidiano, il documentario non fornisce dettagli sufficienti per identificare e verificare l’episodio denunciato. Sono stati inoltre segnalati problemi nella traduzione dei sottotitoli: una formulazione relativamente generica sull’approvazione di una soglia di 500 persone viene resa, nella versione inglese, come un’autorizzazione esplicita a ucciderne cinquecento. Una differenza tutt’altro che marginale, considerando il peso dell’accusa.

Il 1° ottobre anche l’esercito israeliano ha pubblicato una lunga risposta ufficiale, negando di aver mai pianificato, autorizzato o condotto a Gaza un attacco nel quale fossero previste 500 vittime civili, o un numero anche soltanto vicino a quella cifra. L’IDF ha accusato il documentario di raccontare soltanto le prime fasi della selezione degli obiettivi, trascurando il lavoro degli ufficiali operativi, dei consulenti legali e dei comandanti responsabili delle autorizzazioni. Una contestazione che coincide, nella sostanza, con la spiegazione fornita da Zehavi, ma alla quale l’ex ufficiale aggiunge un elemento personale: rivendica di aver partecipato direttamente alla scrittura di quelle procedure.

I registi e il Guardian hanno respinto le accuse. La produzione ha spiegato che il lavoro non si fonda soltanto sulle 24 testimonianze presenti nel film, ma su oltre 100 fonti consultate nel corso di tre anni, comprese persone coinvolte nelle fasi operative e nell’autorizzazione degli attacchi. Secondo il quotidiano britannico, le informazioni sarebbero state confrontate anche con documenti riservati e indagini su specifici bombardamenti. Yuval Abraham ha difeso pubblicamente la credibilità dell’inchiesta, sostenendo che il film racconti aspetti delle operazioni a Gaza rimasti troppo a lungo fuori dal dibattito pubblico israeliano.

È proprio in questo scontro di ricostruzioni che assume rilievo la testimonianza di Sarit Zehavi. L’ex ufficiale non sostiene di aver partecipato agli attacchi condotti a Gaza dopo il 7 ottobre 2023: il suo servizio nella riserva si è concluso quattro anni prima. Rivendica però una conoscenza diretta del funzionamento delle procedure e individua quella che considera una manipolazione decisiva: trasformare la stima preliminare delle possibili vittime civili nella prova che quelle morti siano state preventivamente autorizzate. La sua contestazione non riguarda un dettaglio secondario, ma il significato attribuito dal documentario a uno dei suoi elementi più impressionanti.

Il contrasto riguarda dunque una domanda precisa: la presenza di un numero in una scheda dell’intelligence dimostra che un bombardamento sia stato approvato accettando quel numero di vittime? Per i registi, le testimonianze raccolte mostrano un sistema che ha consentito enormi perdite civili. Per Zehavi, quella lettura ignora deliberatamente le fasi successive, nelle quali devono essere valutati precauzioni, alternative operative e controlli legali. «È una menzogna. È una distorsione della realtà», ribadisce. E la frase con cui rivendica la propria esperienza rimane il passaggio più forte della sua testimonianza: «Le ho costruite io. Le ho scritte io».

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