
Quando le urne della magistratura si chiudono e le schede vengono spogliate fino all’ultima preferenza, l’eco del risultato travalica istantaneamente i corridoi del Palazzo di Giustizia per abbattersi con la forza di una bufera sui palazzi della politica e della maggioranza di governo. Tra il disfacimento di vecchie geometrie di potere ritenute inossidabili, la nascita di inediti assi strategici capaci di spostare l’asse dei consensi e il crescente nervosismo delle istituzioni per gli equilibri futuri dell’organo di autogoverno, la mappa della giurisprudenza nazionale viene radicalmente riscritta. Un terremoto elettorale che ridisegna la geografia delle correnti e condiziona fin d’ora le prossime nomine chiave del Paese.
Lo spoglio per il rinnovo dei 20 membri togati del Consiglio superiore della magistratura (CSM) si è concluso con un netto e clamoroso stravolgimento degli assetti. L’area progressista mette a segno una travolgente avanzata, passando da 7 a ben 11 rappresentanti, mentre l’ala conservatrice esce pesantemente ridimensionata, crollando da 7 a soli 4 membri. A completare il quadro figurano i 4 seggi conquistati dal centro di Unicost e l’elezione di un consigliere indipendente. Un verdetto che giunge in attesa dell’intesa parlamentare per l’elezione dei 10 componenti laici, ancora bloccata dal mancato accordo tra le forze politiche.
Il trionfo della sinistra giudiziaria porta la firma dell’alleanza tra Area e Magistratura Democratica (MD), riunite nel cartello «Autogoverno diffuso», abile a sfruttare le spaccature interne al centrodestra.
Le tensioni nell’area conservatrice e il peso determinante di Cosimo Ferri
A pesare sul tonfo di Magistratura Indipendente (MI) sono state le roventi polemiche nate dopo il referendum sulla giustizia promosso dal governo e bocciato dal voto popolare, unito alle forti frizioni tra l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e importanti uffici giudiziari come la Procura di Roma diretta da Francesco Lo Voi. All’interno di MI è esploso il malumore contro i vertici dell’ANM, Cesare Parodi e Giuseppe Tango, e contro il tentativo attribuito al sottosegretario Alfredo Mantovano di trasformare la corrente in un terminale della maggioranza. Lo scontro si è tradotto in una disfatta simbolica in Cassazione, dove i progressisti Giovanni Nardecchia ed Egle Pilla sono stati eletti, mentre l’esponente di spicco di MI Salvatore Casciaro è rimasto escluso per soli 6 voti.
A spostare in modo decisivo l’ago della bilancia è stata anche la mossa dell’ex deputato e sottosegretario Cosimo Ferri,rientrato in pista come indipendente. Ferri non solo ha ottenuto la rielezione personale, ma ha convogliato un pacchetto di voti decisivo lontano dai candidati ufficiali di MI.
Il nuovo assetto sbilanciato a sinistra condizionerà ora la partita per la vicepresidenza del CSM. Per riequilibrare i rapporti di forza nell’assemblea, la premier Giorgia Meloni punterà a blindare almeno 7 dei 10 laici per il centrodestra, con la necessità di individuare una figura moderata e di alto profilo in grado di raccogliere il gradimento anche dei consiglieri togati più dialoganti.


