
La sconfitta di Donald Trump nelle elezioni americane di ieri offre una lezione che va ben oltre gli Stati Uniti. E dovrebbe far riflettere soprattutto chi, a destra, continua a confondere la forza politica con la capacità di dividere, la rappresentanza con la contrapposizione, il patriottismo con l’appartenenza a una fazione.
Perché si può vincere un’elezione e perdere il proprio Paese. Si può conquistare una maggioranza, occupare il governo, raccogliere milioni di voti e intanto distruggere lentamente ciò che dovrebbe rappresentare la ragione stessa del proprio impegno politico: la comunità nazionale. È il grande equivoco della destra contemporanea, o almeno di quella che ha scelto di trasformare la rabbia in un programma politico e il risentimento in un’identità collettiva. Una destra che urla, che cerca continuamente un nemico, che divide i cittadini tra buoni e cattivi, patrioti e traditori, amici e avversari della nazione. Una destra che può certamente vincere, e anche stravincere, sull’onda di una protesta. Ma che alla lunga rischia di perdere proprio ciò che sostiene di voler difendere: la patria.
Perché il patriottismo non consiste nel voler bene soltanto a quelli che la pensano come noi. È, al contrario, la capacità di sentirsi parte della stessa comunità anche con chi non conosciamo, con chi non votiamo, con chi non condividiamo idee, convinzioni e persino valori. La patria non è una somma di individui che si somigliano, ma una comunità di persone diverse che riconoscono un destino comune. Ed è qui che una parte della destra contemporanea tradisce la propria tradizione più profonda: scambia la difesa dell’identità nazionale con la costruzione di un’identità di parte. Dimenticando che una nazione non può essere ridotta a una tifoseria e che governare significa assumersi la responsabilità anche di chi non ci ha votato.
La lezione che arriva dal Texas
C’è qualcosa di straordinariamente interessante, da questo punto di vista, nella vittoria di James Talarico in Texas. Un democratico, certo. Un uomo con idee che su molti temi possono essere lontane dalle nostre. Eppure il suo discorso politico, costruito attorno alla fede, alla famiglia, alla libertà, alla comunità e soprattutto all’amore per il prossimo, contiene un insegnamento che dovrebbe risultare familiare a chiunque abbia una cultura politica conservatrice. Talarico ha rifiutato di considerare gli avversari come nemici, ha parlato della necessità di ricostruire i legami tra cittadini, ha sostenuto che non si può combattere la divisione producendo altra divisione. Non ha chiesto agli americani di assomigliarsi. Ha chiesto loro di riconoscersi come appartenenti alla stessa nazione.
Ecco il paradosso: un candidato democratico che vince in Texas facendo un discorso che, nella sua ispirazione più profonda, contiene qualcosa di autenticamente conservatore. Non perché le sue proposte politiche siano di destra, naturalmente. Ma perché parla di ciò che viene prima della politica e che la politica dovrebbe custodire: i legami, la fiducia, il senso del dovere verso gli altri, la responsabilità individuale dentro una comunità. Non c’è nulla di rivoluzionario nell’idea che un popolo debba restare unito. C’è semmai qualcosa di profondamente conservatore nel voler preservare ciò che tiene insieme una società, invece di alimentare continuamente le forze che la disgregano.
La grande illusione del populismo di destra è che la rabbia possa diventare una forma permanente di consenso. La rabbia, però, è un combustibile potentissimo e di breve durata. Serve ad accendere, non a costruire. Può portare milioni di persone alle urne, può travolgere una classe dirigente, può consegnare il potere a un leader. Ma non può sostituire indefinitamente una visione del futuro. Soprattutto, ha bisogno di essere continuamente alimentata. E allora servono nuovi nemici, nuove minacce, nuove emergenze, nuovi traditori da additare. Il risultato è una politica che per sopravvivere deve rendere il proprio Paese sempre più diviso, più impaurito, più diffidente verso se stesso. È un meccanismo profondamente antipatriottico, anche quando viene accompagnato da bandiere, inni e solenni dichiarazioni d’amore per la nazione.
Una destra consapevole della propria funzione storica dovrebbe invece sapere che l’autorità non è prepotenza, che l’ordine non è sopraffazione e che la forza dello Stato non si misura dalla sua capacità di umiliare gli avversari. Si misura dalla capacità di garantire libertà, sicurezza, giustizia e regole comuni. Dovrebbe sapere che il merito ha bisogno di opportunità, che la responsabilità individuale non cancella la solidarietà, che il rispetto delle tradizioni non impone l’ostilità verso ciò che è diverso. E soprattutto dovrebbe sapere che le istituzioni non appartengono a chi vince le elezioni. Appartengono a tutti. Perché il governo è temporaneo, mentre la Repubblica è una responsabilità che attraversa le generazioni.
Non si tratta di immaginare una destra meno decisa, meno coraggiosa o meno capace di combattere le proprie battaglie. Al contrario. La fermezza è una virtù politica, l’indecisione non lo è. La difesa dei confini, il rispetto delle leggi, la tutela della sicurezza, la libertà economica, il valore del lavoro, il riconoscimento del merito sono questioni sulle quali una destra deve saper esprimere idee precise e assumere decisioni anche difficili. Ma esiste una differenza enorme tra combattere per le proprie idee e combattere contro una parte del proprio popolo. Tra cercare una maggioranza per governare e utilizzare quella maggioranza per delegittimare chi è rimasto fuori. La democrazia non chiede di rinunciare al conflitto politico. Chiede di non trasformarlo in una guerra civile permanente, combattuta con altri mezzi.
Il voto americano racconta anche questo. Non soltanto il malcontento per le scelte economiche, per le politiche dell’amministrazione o per le promesse non mantenute. Ma la possibile stanchezza di un Paese sottoposto a una mobilitazione emotiva continua, nel quale ogni questione diventa una battaglia esistenziale e ogni avversario una minaccia da eliminare politicamente. Trump ha dimostrato che la polarizzazione può essere una formidabile macchina elettorale. Ha conquistato il potere anche grazie alla capacità di interpretare la rabbia di milioni di americani che non si sentivano rappresentati. Ma interpretare una rabbia non significa necessariamente saperla trasformare in una comunità. E chi governa continuando a comportarsi come il capo di una fazione rischia di consumare proprio il patrimonio di fiducia nazionale del quale avrebbe bisogno per costruire qualcosa che duri.
C’è infine una questione ancora più profonda. La destra dovrebbe avere una particolare sensibilità per il tempo, per la continuità, per ciò che viene tramandato. Una nazione non nasce con un’elezione e non finisce con la sconfitta di un governo. È un’eredità ricevuta da chi ci ha preceduto e un impegno assunto verso chi verrà dopo di noi. Per questo il successo politico non può essere misurato soltanto dai voti ottenuti oggi. Bisogna domandarsi quale Paese lasceremo domani. Se più libero o più impaurito, più coeso o più frammentato, più fiducioso nelle proprie istituzioni o più incline a considerarle strumenti nelle mani del vincitore. È questa la differenza tra la semplice conquista del potere e l’esercizio di una responsabilità nazionale.
Si può essere orgogliosamente di destra senza avere bisogno di odiare la sinistra. Si può difendere la propria identità senza negare quella degli altri. Si può amare profondamente la propria patria senza pretendere che tutti la amino nello stesso modo. E si può essere forti senza essere feroci. Anzi, forse la forma più alta della forza politica consiste proprio nella capacità di tenere insieme ciò che sarebbe più facile dividere. Perché la patria non è proprietà di una maggioranza, non è il premio assegnato a chi vince e non è un territorio da riconquistare ai propri concittadini.
La patria è ciò che abbiamo in comune anche quando non siamo d’accordo su nulla.
Ed è per questo che una destra che ha bisogno di dividere la nazione per conquistare il potere finisce per contraddire la propria ragione d’essere. Può vincere un’elezione, forse anche più di una. Può entusiasmare le piazze, dominare i social network, occupare per anni il centro della scena politica. Ma se nel frattempo consuma la fiducia, spezza i legami e trasforma i cittadini in nemici gli uni degli altri, il suo bilancio sarà comunque fallimentare.
Avrà vinto le elezioni. Ma alla lunga avrà perso il Paese.


