Vai al contenuto

Vance scarica Trump: la guerra in Iran è colpa sua. E parte la corsa alla Casa Bianca del 2028

Pubblicato: 04/11/2026 18:19

La sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato potrebbe avere una conseguenza ancora più profonda della perdita del Congresso: l’inizio della separazione politica dal suo vicepresidente. Dopo molte ore di silenzio, JD Vance ha affidato a un lungo messaggio su X un’analisi durissima della disfatta repubblicana, indicando un responsabile preciso: la guerra in Iran. Una presa di posizione che non rappresenta ancora una rottura personale con il presidente, ma che assume un significato politico evidente. Perché Vance non sta soltanto spiegando perché i repubblicani hanno perso. Sta cominciando a costruire la propria posizione in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

Le parole sono pesantissime: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto ieri sera». E ancora: «Se volete sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni fosse un prezzo accettabile, fatelo». È soprattutto quest’ultimo passaggio a rivelare il senso dell’intervento. Vance mette sul tavolo il rapporto tra i risultati militari e il prezzo politico pagato dall’America. E, senza accusare esplicitamente Trump di avere sbagliato, contesta la scelta attorno alla quale il presidente ha costruito una parte decisiva del suo secondo mandato.

La guerra che divide Trump e il suo possibile erede

Non è una differenza nata oggi. Vance era stato contrario all’intervento militare contro Teheran fin dall’inizio. Il New York Times aveva ricostruito le sue obiezioni nelle riunioni riservate della Casa Bianca, mentre il Washington Post aveva raccontato le difficoltà del vicepresidente nel sostenere pubblicamente una guerra che non avrebbe voluto. Del resto, l’ex senatore dell’Ohio aveva costruito una parte della propria identità politica sulla critica alle avventure militari americane all’estero. Aveva sostenuto Trump anche perché il suo primo mandato non aveva prodotto nuovi grandi conflitti. Una promessa che la guerra cominciata il 28 febbraio ha finito per mettere profondamente in discussione.

Adesso Vance torna esattamente su quel terreno. Nel suo messaggio sostiene che il problema repubblicano non sia stato principalmente l’affluenza, ma il comportamento degli elettori: molti americani che nel 2024 avevano votato per Trump e Vance, nel 2026 hanno scelto i Democratici. Il vicepresidente richiama quattro richieste emerse dalle analisi elettorali che gli erano state sottoposte: fermare la guerra, affrontare il costo della vita, rimettere l’America al primo posto e cambiare il rapporto con Israele. È un passaggio politicamente esplosivo, perché mette in discussione non soltanto una scelta militare, ma l’intero equilibrio della politica estera trumpiana.

E qui emerge la differenza più importante. Trump ha riconosciuto che la guerra ha contribuito alla sconfitta, ma ha continuato a rivendicarne la necessità. Al Wall Street Journal ha spiegato che l’Iran ha rappresentato una componente del risultato elettorale, aggiungendo però che avrebbe preso nuovamente la stessa decisione. Per il presidente, dunque, il prezzo politico non cancella la validità della scelta. Per Vance, invece, quel prezzo diventa il punto di partenza per ripensare il futuro del Partito repubblicano. Due interpretazioni che possono ancora convivere nella stessa amministrazione, ma che difficilmente potranno rappresentare contemporaneamente la linea politica del 2028.

Il 2028 è già cominciato

È proprio questa la chiave della vicenda. Vance sa che la sua eventuale candidatura alla Casa Bianca dovrà fare i conti con l’eredità di Trump. Non può rinnegarla completamente, perché ne è stato uno dei protagonisti. Ma non può neppure presentarsi agli americani come il semplice continuatore di una stagione politica appena bocciata dalle urne. La soluzione che sembra delinearsi è quella di salvare il trumpismo prendendo le distanze dagli errori di Trump. Conservare il richiamo all’America First, la critica alle élite e la linea dura sull’immigrazione, ma recuperare la promessa originaria di un’America che non disperde risorse e vite umane in guerre lontane. È una possibile strategia per riconquistare gli elettori perduti senza rompere con la base repubblicana.

La stampa americana ha già colto questo significato. Axios interpreta il messaggio come un primo allontanamento politico dal presidente in vista del 2028. Il Washington Examiner parla di una distanza che comincia a emergere sulle scelte dell’amministrazione. Persino Fox News collega la durissima analisi del vicepresidente alla sua possibile candidatura presidenziale. C’è però un dettaglio che impedisce di parlare già di una guerra aperta: Donald Trump Jr. ha apparentemente sostenuto il messaggio di Vance. Un segnale che la critica alla guerra potrebbe trovare spazio anche nel cuore del movimento trumpiano, senza trasformarsi necessariamente in uno scontro immediato con il suo fondatore.

Resta un problema per Vance: la sua credibilità. Il vicepresidente non può presentarsi come un semplice oppositore della guerra, perché dopo le prime perplessità ha difeso pubblicamente le decisioni di Trump e ha partecipato in prima persona ai negoziati per porre fine al conflitto. Anche per questo il suo messaggio è un’operazione politica delicata. Deve convincere gli elettori delusi di avere compreso gli errori dell’amministrazione senza ammettere di esserne stato corresponsabile. E deve farlo mentre i Democratici festeggiano la riconquista della Camera e del Senato e l’elettorato americano continua a indicare, oltre alla guerra, il costo della vita e la corruzione come grandi motivi di insoddisfazione.

La sensazione è che la sconfitta del 3 novembre abbia accelerato un processo inevitabile. Finché Trump vinceva, Vance poteva permettersi di essere il suo vicepresidente fedele, aspettando il momento della successione. Adesso quella fedeltà rischia di diventare un peso. Il presidente vuole difendere la propria eredità; il suo possibile successore deve dimostrare di essere capace di correggerla. È una contraddizione destinata a crescere nei prossimi due anni. Vance non ha ancora sfidato Trump, ma ha cominciato a distinguere il proprio destino da quello del presidente. E potrebbe essere proprio questo il primo vero effetto politico della disfatta repubblicana: non soltanto la fine del controllo del Congresso, ma l’apertura della battaglia per decidere chi guiderà la destra americana dopo Trump.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure