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Israele, gli ultraortodossi rompono con Netanyahu: nessun sostegno al premier, Eisenkot può approfittarne

Pubblicato: 05/11/2026 12:04
Ebraismo Unito della Torah è una coalizione politica israeliana che riunisce due partiti ultraortodossi ashkenaziti, Agudat Israel e Degel HaTorah, e rappresenta gli interessi della comunità religiosa Haredi.

La crisi politica israeliana si allarga e coinvolge anche uno degli alleati storici di Benjamin Netanyahu. Ebraismo Unito della Torah, la formazione che riunisce due partiti ultraortodossi ashkenaziti, ha deciso di non raccomandare alcun candidato alla presidenza per la formazione del prossimo governo. Una scelta che segna una rottura significativa con il premier uscente e potrebbe modificare gli equilibri delle trattative per la nascita del nuovo esecutivo.

La decisione è stata comunicata giovedì 5 novembre durante le consultazioni con il presidente israeliano Isaac Herzog, incaricato di individuare il parlamentare con maggiori possibilità di formare una nuova maggioranza. I rappresentanti della formazione hanno chiarito di non sentirsi vincolati a nessuno dei due schieramenti. Non si tratta soltanto di un’astensione formale: il partito ha lasciato intendere che il proprio eventuale sostegno dipenderà dalle garanzie ottenute sulle questioni considerate prioritarie dalla comunità ultraortodossa.

La rottura con Netanyahu e la questione della leva militare

Per comprendere il significato della decisione bisogna guardare ai rapporti tra Netanyahu e i partiti religiosi. Ebraismo Unito della Torah è stato per anni uno dei pilastri parlamentari del fronte conservatore israeliano. La formazione, che dispone di sette seggi nella nuova Knesset, ha partecipato al governo fino al luglio 2025, continuando successivamente a sostenere la coalizione dall’esterno.

Il rapporto con il Likud si è progressivamente deteriorato soprattutto a causa dello scontro sul servizio militare degli uomini ultraortodossi, gli Haredim. Da tempo le formazioni religiose chiedono di mantenere un regime di esenzioni per gli studenti delle scuole talmudiche e delle yeshiva, gli istituti dedicati allo studio della Torah. Una questione particolarmente delicata in Israele, dove il servizio militare è obbligatorio per gran parte della popolazione e rappresenta uno degli elementi centrali dell’organizzazione sociale del Paese.

Il governo Netanyahu non è riuscito ad approvare una nuova normativa capace di garantire le esenzioni richieste dagli alleati religiosi. La questione ha alimentato tensioni nella maggioranza, soprattutto dopo che la Corte Suprema israeliana ha contestato il precedente sistema di esenzioni, aprendo la strada a un confronto politico e istituzionale ancora irrisolto. Per gli ultraortodossi, la possibilità di continuare a studiare senza essere chiamati alle armi rappresenta una condizione essenziale per qualsiasi accordo di governo.

Durante l’incontro con Herzog, i rappresentanti di Ebraismo Unito della Torah hanno ribadito che un eventuale sostegno politico dipenderà proprio dalla possibilità di ottenere una nuova disciplina sul servizio militare. Il deputato Yitzhak Pindrus ha difeso la posizione tradizionale della formazione, sostenendo che le esenzioni dovrebbero riguardare chi si dedica a tempo pieno allo studio religioso.

Eisenkot guadagna terreno, Netanyahu perde un alleato

La scelta degli ultraortodossi arriva in un momento decisivo per la politica israeliana. Le elezioni del 27 ottobre hanno consegnato una Knesset senza una maggioranza parlamentare precostituita. Il blocco riconducibile a Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, mentre le forze politiche che sostengono Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, ne hanno conquistati 48. Per governare sono necessari almeno 61 voti su 120.

L’astensione di Ebraismo Unito della Torah indebolisce ulteriormente la posizione del premier uscente. Secondo i conteggi riportati dalla stampa israeliana, Netanyahu può contare al momento su 46 parlamentari pronti a raccomandarlo per l’incarico, mentre Eisenkot è salito a 56 grazie anche al sostegno annunciato dal partito arabo Ra’am, guidato da Mansour Abbas.

La differenza è politicamente rilevante. Herzog non è infatti obbligato ad affidare l’incarico al leader del partito che ha ottenuto più voti o seggi, ma deve individuare il parlamentare che ritiene maggiormente in grado di costruire una maggioranza. Le raccomandazioni delle formazioni politiche costituiscono quindi un passaggio determinante per la scelta del presidente.

La posizione degli ultraortodossi potrebbe inoltre aprire uno spazio di trattativa con lo stesso Eisenkot. La prospettiva di un governo sostenuto anche da Ebraismo Unito della Torah, almeno dall’esterno, era già stata discussa nei giorni precedenti alle consultazioni. Un’ipotesi che consentirebbe al leader di Yashar di ampliare la propria base parlamentare, ma che si scontra con una delle principali questioni politiche della campagna elettorale: proprio il reclutamento degli Haredim nell’esercito.

Eisenkot e le forze che lo sostengono hanno infatti indicato una maggiore partecipazione degli ultraortodossi al servizio militare come una delle priorità politiche. Un accordo con Ebraismo Unito della Torah richiederebbe quindi un compromesso su un tema che divide profondamente la società israeliana.

Il ruolo dei partiti arabi e la difficile costruzione della maggioranza

L’altro elemento decisivo riguarda il possibile sostegno delle formazioni arabe. Ra’am ha già annunciato che raccomanderà Eisenkot a Herzog, portando a 56 il numero dei parlamentari che potrebbero sostenerne la candidatura. Anche la Lista Comune, che dispone di 11 seggi, potrebbe contribuire a rafforzare il suo schieramento. Se entrambe le formazioni arabe dovessero convergere sul suo nome, Eisenkot potrebbe arrivare a raccogliere raccomandazioni da parte di parlamentari che rappresentano complessivamente 67 seggi.

Questo risultato, tuttavia, non equivale automaticamente alla nascita di una maggioranza di governo. Alcuni partiti della coalizione potenziale di Eisenkot hanno infatti escluso la possibilità di partecipare a un esecutivo che dipenda politicamente dalle formazioni arabe. È il caso, tra gli altri, di Yisrael Beiteinu, guidato da Avigdor Liberman, che ha ribadito le proprie riserve su qualsiasi accordo di questo tipo.

Resta dunque aperta una contraddizione: Eisenkot potrebbe ottenere l’incarico grazie al sostegno parlamentare delle forze arabe, ma incontrare difficoltà nel trasformare quelle stesse adesioni in un accordo politico stabile. Una possibile soluzione sarebbe quella di costruire un governo di minoranza, sostenuto dall’esterno da alcuni partiti, ma anche questa strada richiederebbe negoziati complessi.

Le consultazioni di Herzog proseguono proprio con l’obiettivo di verificare quali siano le possibilità concrete di costruire un nuovo esecutivo. Al termine degli incontri, il presidente dovrà affidare l’incarico al parlamentare che riterrà più adatto a raggiungere un accordo. Il candidato designato avrà inizialmente 28 giorni per formare il governo, con la possibilità di ottenere un’ulteriore proroga di 14 giorni.

La rottura tra Ebraismo Unito della Torah e Netanyahu rappresenta quindi un passaggio importante nella partita politica israeliana. Non significa necessariamente che gli ultraortodossi siano pronti a sostenere Eisenkot, ma certifica l’indebolimento di un’alleanza che per anni ha garantito al premier una parte fondamentale della propria maggioranza. E soprattutto lascia aperta la possibilità che, dopo le elezioni, siano proprio i partiti religiosi a diventare nuovamente decisivi nella formazione del prossimo governo.

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