
Il primo segnale di una democrazia che smette di fidarsi di sé stessa non è la proposta di una riforma, ma l’impossibilità di discuterla senza evocare la catastrofe. Quando il confronto politico si trasforma in un referendum morale, quando una modifica istituzionale diventa automaticamente un presagio di autoritarismo, significa che il dibattito ha abbandonato il terreno delle regole per rifugiarsi in quello delle paure. È un riflesso antico della politica italiana: delegittimare prima ancora di discutere. Non perché sia più convincente, ma perché è più efficace. La paura mobilita più della ragione, perché sostituisce alla fatica del pensiero la comodità dell’istinto.
La riforma della magistratura, e in particolare il meccanismo del sorteggio nel Csm, si è trovata esattamente al centro di questa dinamica. Una proposta che può essere condivisa o respinta è stata invece trasformata in un simbolo, in una linea di confine tra chi difende la democrazia e chi la minaccia. Ma questa trasformazione è già, di per sé, un impoverimento del dibattito. Perché sposta la discussione dal merito delle norme alle intenzioni presunte, dalle conseguenze concrete alle etichette ideologiche. E in questo modo priva i cittadini del loro ruolo più importante: quello di giudicare con autonomia, senza essere arruolati in una guerra simbolica che non coincide con la realtà delle istituzioni.
Il risultato è che la politica smette di essere un esercizio di responsabilità e diventa un esercizio di appartenenza. Non si chiede più se una riforma sia utile o dannosa, ma se sia moralmente accettabile sostenerla. È un meccanismo che produce consenso, ma distrugge la fiducia. Perché una democrazia non vive di mobilitazioni permanenti, vive di confronto. E quando il confronto viene sostituito dalla demonizzazione, il sistema smette lentamente di funzionare come uno spazio comune e si trasforma in un territorio di contrapposizioni assolute.
Ha ragione Antonio Polito quando, sul Corriere della Sera, richiama il dibattito alla sua dimensione reale e scrive: “Si può dunque contrastare con ottime ragioni tecniche e politiche la riforma, ma bollare di fascismo una proposta che fa pienamente parte del bagaglio del pensiero liberale e che punta piuttosto a sovvertire un principio affermato dal fascismo con una legge del 1941, è ingannare gli elettori. Al contrario, negare che il meccanismo del sorteggio per nominare i magistrati nel Csm possa apparire come una punizione che non è riservata dalla legge a nessun ordine professionale, pure vuol dire ignorare il merito delle norme su cui siamo chiamati a votare”. È una frase che riporta la discussione al suo punto originario: la possibilità di criticare senza falsificare, di dissentire senza demonizzare.
E ancora più decisivo è il passaggio in cui Polito individua il rischio più profondo per la democrazia, quando scrive: “Per vivere, la democrazia ha bisogno di cittadini attivi e partecipi. Ingannarli, provare ad arruolarli, mobilitarli per farli marciare a occhi chiusi sotto le proprie bandiere, pretendere che la Costituzione appartenga alla sinistra o il Futuro alla destra; ecco, questo stile fazioso e falso può piuttosto tenere a casa il giorno del voto la maggioranza che non l’accetta. In ogni caso equivale ad allontanarla da un dibattito libero e informato. Senza il quale, alla lunga, la democrazia muore”.
Il punto, però, non si esaurisce nella riforma né nelle parole di chi la difende o la critica. Il punto è più profondo e riguarda il rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Una democrazia matura non è quella in cui non esistono conflitti, ma quella in cui i conflitti possono essere affrontati senza ricorrere alla delegittimazione morale dell’avversario. Trasformare ogni riforma in una minaccia significa, in realtà, dichiarare implicitamente che il sistema non è abbastanza forte da sopportare il confronto. Ma una democrazia che non si fida della propria capacità di resistere al cambiamento è una democrazia che ha già iniziato a indebolirsi.
Per questo la questione vera non è se il sorteggio sia giusto o sbagliato, né se la riforma sia perfetta o imperfetta. La questione vera è se i cittadini vengono messi nelle condizioni di comprenderla e di giudicarla liberamente, oppure se vengono spinti ad accettare una verità precostituita per appartenenza politica o per riflesso emotivo. Quando il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di chiarimento e diventa uno strumento di mobilitazione, il danno non riguarda una singola legge, ma la qualità stessa della vita democratica.
Una democrazia sicura di sé non teme le riforme, teme il conformismo. Non teme il dissenso, teme l’obbedienza. Perché la sua forza non sta nell’immobilità delle istituzioni, ma nella libertà dei cittadini di discuterle, modificarle e persino respingerle senza che questo venga vissuto come un atto di fede o di tradimento. È in questa libertà — e solo in questa libertà — che una Repubblica dimostra di credere davvero in sé stessa.


