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Sla, i primi sintomi da tenere d’occhio: cos’è la malattia di Eric Dane

Pubblicato: 20/02/2026 16:29

Il mondo dello spettacolo piange la perdita di un interprete carismatico, capace di trasformare la propria sofferenza in una missione collettiva. Eric Dane, l’indimenticabile Mark Sloan di Grey’s Anatomy, si è spento a 53 anni a causa della Sla, la sclerosi laterale amiotrofica. La star aveva rivelato la diagnosi nell’aprile 2025, decidendo di utilizzare la propria immagine per squarciare il velo di silenzio su questa patologia neurodegenerativa.

Per il suo «straordinario impegno nel sensibilizzare» e per aver saputo «promuovere la ricerca», l’associazione Als Network lo aveva insignito del premio Advocate of the Year. Dane ha lottato contro una malattia che colpisce i motoneuroni, portando a una progressiva paralisi muscolare, ma che, come ricordano gli esperti, «non fa perdere la capacità di pensare, di provare emozioni e di condividere con gli altri la propria esperienza di vita».

Una patologia complessa tra genetica e ricerca

ShutterstockNota anche come malattia di Charcot o di Lou Gehrig, la Sla è una patologia rara che in Italia colpisce circa 6.000 persone. Sebbene le cause restino in parte ignote, la scienza ha fatto passi da gigante nell’identificare una predisposizione genetica in circa il 15% dei casi, legata a mutazioni di geni come Sod1 o Tardbp. La diagnosi resta complessa e prettamente clinica, supportata da tecniche di neuroimaging. Attualmente, non esistono cure definitive, ma la ricerca si muove su filoni promettenti: oltre al riluzolo, farmaco storico, si è aggiunto recentemente il tofersen per specifiche mutazioni genetiche.

Il decorso della malattia è variabile, con un’aspettativa di vita media di 3-5 anni, ma il caso di Dane ha riacceso i riflettori sull’urgenza di nuovi investimenti. Le moderne tecnologie e i centri clinici specializzati hanno migliorato la qualità della quotidianità dei pazienti, ma la strada verso una terapia risolutiva è ancora lunga. Gli specialisti della Sin e di Aisla continuano a monitorare i fattori di rischio, che spaziano dai traumi all’esposizione a metalli pesanti, sottolineando come la visibilità di figure come Dane sia vitale per non interrompere l’impulso ai trial terapeutici e alle terapie cellulari.

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