
Da dove si comincia un commento quando un Festival ti lascia addosso una sensazione strana, sospesa? Forse dall’impressione dominante: più che una gara, questa prima serata all’Ariston è sembrata una rimpatriata ben organizzata, una lunga serata di varietà dove nessuno deve disturbare il manovratore.
Carlo Conti governa il palco come sa fare da sempre: tempi rispettati, toni misurati, zero sbavature. È il professionista impeccabile che amministra l’evento, lo tiene in carreggiata, lo rende rassicurante. Ma proprio questa rassicurazione continua finisce per appiattire tutto. Il Festival non vibra, non scarta, non sorprende. Scorre.
Accanto a lui Laura Pausini, chiamata a portare carisma internazionale e calore popolare. La voce non si discute, il mestiere nemmeno. Ma in scena resta un passo indietro, con quell’aria domestica che funziona in concerto, meno in un contesto che avrebbe bisogno di scintille. La coppia funziona sulla carta: tradizione e pop globale. Sul palco, però, l’alchimia non decolla. È tutto corretto, nulla memorabile.
I trenta Big sono un mosaico che tiene insieme veterani e nomi nati nell’ecosistema digitale. Una fotografia fedele del mercato, più che della musica. Un tempo si usciva dall’Ariston canticchiando un ritornello. Oggi si controllano le percentuali di share, le visualizzazioni, le interazioni. La gara sembra quasi un dettaglio in mezzo alla grande macchina narrativa che la circonda.
Il Festival oscilla così tra nostalgia e contabilità. Omaggi, celebrazioni, ritorni, revival. Ogni cosa è calibrata, ponderata, sterilizzata. Anche quando prova a toccare corde civili o simboliche, l’emozione resta contenuta dentro un perimetro televisivo molto prudente. Persino le inevitabili gaffe sembrano più un inciampo tecnico che un vero scossone.
Conti è meno solenne di Baudo, meno imprevedibile dell’“effetto Amadeus”. Il suo è un Festival ordinato, elegante, controllato. Ma proprio per questo somiglia più a una puntata extralarge di un grande show del sabato sera che alla festa irregolare e un po’ caotica che per decenni ha acceso il Paese.
Sanremo resta lo specchio dell’Italia, si dice. Forse oggi riflette un’Italia che preferisce non rischiare, che sceglie la comfort zone anche quando avrebbe il palco più grande per osare.
E allora sì, tutto fila. Tutto funziona. Ma la domanda resta sospesa nell’aria dell’Ariston: funzionare basta, per fare la storia?


