
La vicenda di Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, continua ad aprire scenari inquietanti. Le conversazioni tra alcune infermiere, finite agli atti dell’inchiesta della Procura di Napoli, restituiscono il clima di sgomento vissuto in sala operatoria. Parole brevi, concitate, che descrivono una situazione precipitata in pochi minuti e diventata irreversibile.
Quel trapianto che avrebbe dovuto rappresentare una possibilità di salvezza si è trasformato in una tragedia. Dai messaggi emergono frasi che pesano come macigni. «Non va… zero… è una pietra», scrive una caposala riferendosi al cuore arrivato da Bolzano. La risposta di una collega è altrettanto netta: «Se lo portano sulla coscienza». Elementi che ora sono al vaglio degli inquirenti, impegnati a ricostruire ogni passaggio di quella giornata.
Il torace vuoto e il cuore congelato
Secondo le testimonianze raccolte dal pubblico ministero, il cardiochirurgo avrebbe iniziato l’espianto del cuore malato prima di accertarsi delle condizioni del nuovo organo. Una scelta che, stando ai racconti delle presenti, avrebbe segnato un punto di non ritorno. «Era la prima volta che vedevo un torace vuoto», ha dichiarato un’infermiera specializzata, descrivendo un’immagine che non aveva mai incontrato nella sua esperienza professionale.
Quando l’équipe ha aperto il contenitore proveniente dal Trentino, il quadro sarebbe apparso subito critico. Il cuore risultava immerso nel ghiaccio secco, trasformato in un blocco duro. Nelle chat si legge: «È un casino». Nel frattempo, però, il cuore di Domenico era già stato rimosso. Il piccolo si trovava senza l’organo vitale nel petto, mentre in sala operatoria cresceva la consapevolezza che qualcosa fosse andato storto durante il trasporto.
Il tentativo disperato di scongelarlo
Nei minuti successivi si sarebbe tentato il tutto per tutto. Secondo quanto emerso, il chirurgo avrebbe cercato di scongelare il cuore utilizzando acqua calda e una grande siringa, nel tentativo di riportare l’organo a condizioni accettabili per l’impianto. Le chat parlano di circa venti minuti di prove, accompagnate da frasi che raccontano lo stato d’animo dell’équipe: «Se riparte è un miracolo».
Anche il primario avrebbe espresso forti dubbi sulla funzionalità del cuore. L’impianto è stato comunque effettuato, ma il nuovo organo non avrebbe mai dato segni di attività. Domenico è stato collegato alla Ecmo, il sistema di ossigenazione extracorporea, senza che si verificasse alcuna ripresa. Il decesso ha poi aperto un fascicolo giudiziario che ora punta a chiarire responsabilità e passaggi tecnici.
Il clima nel reparto e le tensioni interne
L’indagine non si concentra solo sull’errore tecnico legato al trasporto dell’organo, ma anche sull’ambiente di lavoro nel reparto di Cardiochirurgia. Un tecnico perfusionista ha parlato di un clima segnato da tensioni costanti e conflitti interni. Negli ultimi anni, secondo quanto riferito, numerosi professionisti avrebbero lasciato l’ospedale.
Dopo che il caso è diventato pubblico, il primario avrebbe convocato l’équipe con toni duri, contestando alcuni dettagli delle cartelle cliniche e manifestando irritazione per la gestione della vicenda. Successivamente, sarebbe stata organizzata una riunione per rassicurare il personale in vista degli interrogatori. Intanto la Procura di Napoli prosegue gli accertamenti per verificare se vi siano state omissioni, errori o violazioni dei protocolli che possano aver contribuito alla morte del piccolo Domenico Caliendo.


