
Sal Da Vinci ha deciso che andrà all’Eurovision Song Contest. E no, non è una scelta neutra. Perché in queste settimane una parte della scena musicale italiana aveva fatto sapere che non avrebbe partecipato proprio per la presenza di Israele in gara. Questo è il nodo politico, inutile fingere che non esista.
C’era chi aveva detto apertamente che non sarebbe andato, come Levante, marcando una distanza morale dall’evento. C’era chi aveva lasciato intendere che, semmai, avrebbe usato il palco per “cantare in faccia a Israele”, come Ermal Meta con la sua “Stella Stellina”. In entrambi i casi, il messaggio era chiaro: l’Eurovision diventava un terreno di boicottaggio o di militanza.
La scelta di Sal rompe questo schema. Non perché neghi il conflitto, ma perché rifiuta l’idea che l’unica postura ammessa sia il ritiro indignato o la performance ideologica.
Il pacifismo selettivo che non guarda a Kiev
Il problema non è la solidarietà alla Palestina. Il problema è il pacifismo a geometria variabile, quello che si accende solo quando la causa è culturalmente spendibile. Si boicotta perché c’è Israele, ma dov’era la stessa furia morale quando l’Ucraina veniva invasa? Dov’era la stessa richiesta di esclusioni, di sanzioni artistiche, di silenzi plateali?
Qui il punto si fa più scomodo. Perché da mesi lo scrittore Erri De Luca richiama i pacifisti italiani a una maggiore coerenza sulla guerra in Ucraina, ricordando che l’aggredito ha diritto a difendersi e che il pacifismo non può tradursi in equidistanza morale. Parole che hanno fatto discutere, ma che pongono una questione seria: si può essere contro la guerra senza diventare indulgenti verso chi la scatena?
E allora viene da chiedersi se certi boicottaggi dell’Eurovision siano davvero un atto di coscienza o piuttosto una posa identitaria. Perché è più facile indignarsi contro uno Stato che fa discutere l’opinione pubblica occidentale che confrontarsi con conflitti dove la distinzione tra aggressore e aggredito è più netta e meno “comoda” da relativizzare.
La musica non è un tribunale permanente
Sal ha fatto una scelta semplice e, proprio per questo, politicamente dirompente: partecipare. Senza trasformare il palco in un comizio, senza annunciare crociate, senza usare la gara come strumento di autoassoluzione morale.
È questo che irrita i pacifisti da palcoscenico: l’idea che si possa cantare senza sventolare una bandiera ideologica, che si possa rappresentare l’Italia senza trasformare ogni nota in un atto d’accusa.
Partecipare non significa legittimare governi. Boicottare non significa automaticamente essere più giusti. E se davvero si vuole parlare di pace, forse bisognerebbe iniziare da una coerenza meno intermittente e meno selettiva.
Sal andrà all’Eurovision. Gli altri resteranno a casa per protesta. Il pubblico giudicherà chi ha scelto di cantare e chi ha scelto di pontificare.


