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Ferdinando Favia morto sul tram deragliato, parla la compagna: “Mi sono salvata grazie a lui, lo amerò per sempre”

Pubblicato: 02/03/2026 08:11

Il dolore non lascia spazio al ritorno alla normalità. Flores Calderon non riesce ancora a rientrare nel suo appartamento di Vigevano, troppo carico di ricordi per essere affrontato ora. Dopo le dimissioni dall’ospedale Fatebenefratelli, con un braccio ingessato, il collare cervicale e il corpo segnato dai lividi, ha scelto di rifugiarsi dal fratello. Ogni oggetto, ogni angolo di quella casa parla di Ferdinando Favia, per lei semplicemente “Rudy”, l’uomo che avrebbe dovuto sposare ad aprile e che invece ha perso in un pomeriggio qualunque, su un tram.

La sua è una intervista a Repubblica, un racconto spezzato dalle pause e dalla voce sottile che si incrina più volte. «È stato lui a salvarmi», ripete, tornando con la memoria a quell’ultima corsa condivisa.
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Il viaggio verso il consolato e il sogno del matrimonio

Quel giorno avevano appena lasciato il consolato del Perù. Erano in attesa degli ultimi documenti necessari per celebrare le nozze. Un traguardo inseguito con entusiasmo, arrivato quando entrambi erano ormai sulla soglia dei sessant’anni. «Era felice», racconta Flores. «Mentre tornavamo a casa mi ha proposto di fermarci per un gelato. Non abbiamo fatto in tempo».

Sul tram 9 si erano seduti uno accanto all’altra, negli ultimi posti del vagone: lui verso il finestrino, lei dal lato corridoio. Parlavano proprio del mezzo, moderno, appena entrato in servizio, scelto anche per il piacere di provarlo insieme. Un dettaglio che oggi pesa come un macigno.

L’incidente sul tram e l’ultimo gesto

Poi, l’improvviso precipitare degli eventi. «Ha iniziato a correre all’improvviso», ricorda. Intorno, passeggeri ignari: ragazzi che ridevano, anziani seduti poco distanti, alcuni dei quali Flores avrebbe poi rivisto in ospedale. In pochi istanti il vagone ha perso stabilità. «È stato un attimo. Rudy mi ha spinta a terra. Io sono svenuta. Lui è stato sbalzato fuori dal finestrino».

Quel gesto, istintivo e disperato, le ha salvato la vita. A lui, invece, non ha lasciato scampo. Flores non ha visto il momento in cui l’uomo è stato catapultato all’esterno: la coscienza l’aveva già abbandonata. Si è risvegliata tra il caos dei soccorsi e il dolore fisico che solo in parte copriva quello più profondo.

Il dolore e le domande sul conducente

Oggi resta lo smarrimento. «Non ho pace», confida. «Provo un dolore terribile per lui e per il nostro futuro che non ci sarà». Eppure, dice, continuerà a sentirsi una sposa. Il pensiero torna anche al lavoro, alla quotidianità che dovrà riprendere senza più quella presenza al fianco.

C’è poi un interrogativo che la tormenta: la dinamica dell’incidente. «Mi sforzo di non pensare che il conducente stesse guardando il telefono», ammette. «Se si è sentito male, mi dispiace. Ma deve esistere un sistema che impedisca una tragedia simile».

Parole che aprono il fronte della sicurezza sui mezzi pubblici, mentre le indagini dovranno chiarire cosa sia accaduto davvero in quei pochi, fatali secondi. Per Flores resta l’immagine di un pomeriggio qualunque, trasformato in tragedia. «Non può finire tutto così», sussurra. «Un pomeriggio, su un tram».

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