
C’è un vizio molto italiano, antico e resistente: quello di buttare tutto in caciara morale, di appiattire ogni conflitto in un “sono tutti uguali”, di sciogliere le responsabilità dentro un relativismo comodo che evita di scegliere. Molti lo fanno, e tra questi Marco Travaglio, che nella sua lettura dell’attacco di Usa-Israele all’Iran dissolve le differenze tra sistemi politici, valori e obiettivi strategici, riducendo tutto a una generica accusa di “terrorismo” reciproco. Ma quando si cancellano le differenze, non si fa analisi: si fa confusione.
Il punto di Travaglio è suggestivo, ma profondamente fuorviante. Mettere sullo stesso piano Israele e Iran, evocando una categoria indistinta di terrorismo, significa ignorare un dato essenziale: la natura dei regimi e la struttura dei poteri. L’idea che non esista differenza tra uno Stato democratico sotto minaccia e un regime teocratico che finanzia milizie armate in mezza regione è una semplificazione che non regge alla prova dei fatti.
Nell’intervista, Travaglio contesta la distinzione tra Stati legati al terrorismo e Stati che lo combattono, sostenendo che Israele negli ultimi anni avrebbe adottato pratiche più “terroristiche” dei suoi nemici, citando le operazioni a Gaza e in Cisgiordania. Richiama poi i precedenti occidentali in Afghanistan, Iraq, Kosovo e Libia per denunciare un doppio standard e chiede perché non si applichino sanzioni a Israele e agli Stati Uniti come avviene con la Russia. Infine, sottolinea che il jihadismo che ha colpito l’Occidente era in larga parte sunnita, ricordando come l’Iran abbia combattuto contro Isis e Al-Qaeda, per mettere in discussione la narrazione che lo dipinge come epicentro del terrorismo internazionale.
Israele avanguardia occidentale contro l’islamismo
Dal punto di vista europeo e occidentale, Israele non è uno Stato qualsiasi nel Medio Oriente: è un’avanguardia, un presidio avanzato che combatte l’islamismo politico in una regione attraversata da regimi teocratici e milizie confessionali. È una democrazia imperfetta, litigiosa, spesso spaccata al suo interno – e proprio per questo riconoscibile. Ha un Parlamento, una Corte Suprema, una stampa libera che critica il governo, manifestazioni di piazza contro il premier. Può sbagliare, eccome se può sbagliare! Ma resta dentro l’orizzonte dei nostri valori.
L’Iran, al contrario, è una teocrazia che fonda il proprio sistema su una legittimazione religiosa assoluta, che reprime il dissenso, che usa i Guardiani della Rivoluzione come braccio armato interno ed esterno, che finanzia milizie come Hezbollah, Hamas e Houthi e che non ha mai nascosto l’obiettivo strategico di eliminare Israele. Non si tratta di “terroristi buoni o cattivi”, ma di gruppi che colpiscono civili e destabilizzano governi. La legittima difesa evocata dopo il 7 ottobre nasce da un attacco pianificato e rivendicato, con centinaia di civili uccisi o sequestrati.
Dire che Israele sarebbe “lo Stato più terroristico degli ultimi anni” significa ignorare una differenza strutturale: Israele è una democrazia pluralista, con opposizione interna e controllo giudiziario. L’Iran è una teocrazia autoritaria dove l’opposizione è repressa e la politica estera è guidata da un apparato militare ideologico. Equiparare i due sistemi cancella la distinzione tra responsabilità politica e repressione sistemica.
Diritto internazionale e scelta di campo
Quando Travaglio richiama Afghanistan, Iraq, Kosovo o Libia per denunciare il doppio standard, dimentica un elemento centrale: le democrazie discutono, dividono l’opinione pubblica, pagano prezzi politici e cambiano governi per quelle scelte. In Iran non esiste dibattito pubblico reale sulle operazioni esterne. Non esiste un Parlamento che possa sfidare la Guida Suprema. L’assenza di accountability non è un dettaglio: è la differenza tra errore politico e strategia ideologica permanente.
L’argomento secondo cui “il terrorismo che ci ha colpito era sunnita” è parziale. È vero che Al-Qaeda e Isis erano sunniti, ma questo non trasforma l’Iran in un attore pacificatore. Teheran ha costruito un sistema di milizie sciite parallele che attraversa Libano, Siria, Iraq e Yemen. Non combatte il terrorismo in nome dell’ordine internazionale: combatte per espandere un asse geopolitico. Che questo asse si opponga a gruppi sunniti non lo rende automaticamente alleato dell’Occidente.
Il richiamo al “diritto internazionale uguale per tutti” suona nobile, ma resta astratto se ignora il contesto. L’invasione russa dell’Ucraina è un’occupazione territoriale dichiarata contro uno Stato sovrano riconosciuto. L’azione israeliana contro infrastrutture iraniane o proxy armati rientra in un conflitto asimmetrico e in una dinamica di deterrenza regionale. Si può discutere di proporzionalità, ma non fingere che sia la stessa fattispecie.
Infine, l’idea di “mandare armi agli iraniani per difendersi dagli aggressori” ignora un punto decisivo: il regime iraniano non è un soggetto neutrale aggredito, ma un attore che da anni dichiara la volontà di cancellare Israele e finanzia chi prova a farlo. La sicurezza israeliana non è propaganda, è una questione esistenziale in un contesto regionale ostile.
Si può criticare Benjamin Netanyahu, si possono contestare singole operazioni, si può chiedere rispetto dei civili. Ma quando la scelta è tra una democrazia occidentale sotto pressione e una potenza teocratica che arma milizie regionali, la neutralità è un’illusione. Se c’è da scegliere, si sceglie Israele. Non per partigianeria, ma per coerenza con i valori che diciamo di difendere.
Il relativismo morale può far sentire superiori. Ma nelle crisi reali, le scelte contano. E fingere che non ci siano differenze tra Gerusalemme e Teheran non è equilibrio: è rimozione della realtà.


