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Caso Alessia Pifferi, la Procura ricorre in Cassazione: contestata la riduzione della pena

Pubblicato: 04/03/2026 18:48

La battaglia giudiziaria sul caso di Alessia Pifferi arriva davanti alla Corte di Cassazione. La Procura generale di Milano ha presentato un ricorso contro la sentenza d’appello che, nel novembre scorso, aveva ridotto la pena dall’ergastolo a 24 anni di reclusione.

Al centro della contestazione c’è la decisione dei giudici di secondo grado di bilanciare l’aggravante del legame di sangue con le attenuanti generiche, scelta che secondo l’accusa sarebbe «illogica» e priva di adeguato fondamento giuridico.

Le accuse della Procura

L’avvocato generale Lucilla Tontodonati descrive in termini durissimi la condotta dell’imputata. La piccola Diana Pifferi, di appena 18 mesi, sarebbe stata lasciata per quasi sei giorni sola nel suo lettino, senza cibo né acqua e con temperature molto elevate.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, non si tratterebbe di un errore tragico ma di una scelta deliberata, dettata dal desiderio della donna di trascorrere del tempo con il compagno dell’epoca, ignorando completamente i bisogni vitali della figlia.

Il nodo della “pressione mediatica”

Tra i punti più contestati del verdetto d’appello c’è il riferimento alla risonanza mediatica del caso. La Procura generale ritiene inaccettabile che la cosiddetta gogna pubblica possa essere considerata un elemento per ridurre la pena.

Secondo i magistrati, si tratterebbe di un fattore esterno al processo che non deve incidere sulla valutazione della responsabilità penale. Inserirlo tra gli elementi favorevoli all’imputato rischierebbe di trasformare la reazione dell’opinione pubblica in un “dato metagiuridico” capace di influenzare le sentenze.

La posizione della difesa

Anche la difesa ha presentato ricorso in Cassazione, ma con l’obiettivo opposto: ottenere l’annullamento della sentenza sostenendo che non si tratti di omicidio volontario.

L’avvocato Cristian Scaramozzino ritiene la pena «sproporzionata» e sostiene che il fatto dovrebbe essere qualificato al massimo come omicidio colposo con colpa cosciente oppure come abbandono di minore.

Secondo la difesa, la Corte d’appello avrebbe riconosciuto la presenza di un disturbo psichico strutturato e di un funzionamento cognitivo compromesso, senza però applicare le conseguenze sul piano della punibilità.

Il profilo dell’imputata

Nel ricorso vengono richiamati elementi della vita personale di Pifferi: una infanzia difficile, l’isolamento sociale, una presunta violenza sessuale subita a undici anni e la presenza di alessitimia, cioè la difficoltà a riconoscere e descrivere le proprie emozioni.

La difesa sostiene inoltre che non sarebbe dimostrata la consapevole accettazione della morte della bambina, elemento necessario per configurare il dolo.

Secondo il legale, le azioni compiute dalla donna nel tentativo di rianimare la figlia dopo il decesso, giudicate «sconcertanti e irrazionali», indicherebbero l’assenza di una volontà omicida e la presenza di una tragica negligenza.

La decisione finale spetterà ora ai giudici della Cassazione, chiamati a stabilire se confermare la riduzione della pena o riaprire il processo con un nuovo esame della sentenza d’appello.

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