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Ue, la decisione sul “meat sounding”: si potrà scrivere “veggie burger” ma non “bistecca vegetale”

Pubblicato: 06/03/2026 09:41

Arriva un primo accordo politico nelle istituzioni europee sulla questione del “meat sounding”, l’utilizzo di termini tipici della carne per denominare prodotti vegetali o alimenti a base di cellule coltivate. Dopo una lunga trattativa, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea hanno trovato un’intesa che introduce nuove regole sulle denominazioni commerciali utilizzabili sulle confezioni.

Il compromesso è stato raggiunto nel corso dei negoziati trilaterali tra Commissione europea, Europarlamento e Consiglio, nell’ambito della riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli, parte della più ampia revisione della Politica agricola comune. L’obiettivo dichiarato della riforma è rafforzare la posizione degli agricoltori nella filiera alimentare, ma il dossier ha inevitabilmente riaperto il dibattito sul linguaggio utilizzato dall’industria alimentare per i prodotti alternativi alla carne.
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I termini vietati sulle confezioni dei prodotti vegetali

Il nuovo accordo stabilisce il divieto di utilizzare alcune denominazioni tipicamente associate alla carne per prodotti che non derivano da animali. In totale sono 31 i termini che non potranno più comparire sulle confezioni di alimenti vegetali o realizzati con tecnologie di coltivazione cellulare.

Tra i nomi messi al bando figurano quelli che richiamano specie animali, come manzo, pollo, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra, oca e montone. Il divieto riguarda anche alcune parole che identificano specifici tagli di carne, tra cui filetto, controfiletto, lombo, costine, stinco, costoletta, petto e coscia.

Durante le trattative finali sono stati inseriti nella lista anche termini molto diffusi nel linguaggio commerciale, come “bistecca” e “bacon”, che non potranno più essere utilizzati per descrivere alimenti vegetali o prodotti ottenuti in laboratorio.

La scelta nasce dall’intento di evitare possibili ambiguità per i consumatori, distinguendo con maggiore chiarezza tra prodotti di origine animale e alternative vegetali.

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I nomi che resteranno consentiti

Non tutte le denominazioni associate al mondo della carne sono state però vietate. Il compromesso raggiunto tra le istituzioni europee consente ancora l’utilizzo di alcuni termini ormai diffusi nel mercato dei prodotti vegetali.

Sulle confezioni potranno continuare a comparire espressioni come “burger”, “veggie burger”, “salsiccia” e “nuggets”, considerate ormai familiari ai consumatori e meno legate a uno specifico taglio o specie animale.

La soluzione rappresenta una via intermedia tra la proposta molto restrittiva avanzata in passato dall’eurodeputata francese Céline Imart e l’approccio più moderato sostenuto dalla Commissione europea, che inizialmente prevedeva un numero leggermente inferiore di termini vietati.

Il nodo della carne coltivata

L’accordo introduce anche una definizione precisa della parola “carne”, indicata come “parti commestibili di animali”. Questa formulazione esclude automaticamente l’utilizzo di denominazioni tradizionali per prodotti ottenuti con tecniche di carne coltivata in laboratorio.

Sebbene questi alimenti non siano ancora presenti sul mercato europeo, il divieto è stato esteso in anticipo anche a questa categoria di prodotti. Attualmente l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta valutando alcune richieste di autorizzazione, tra cui quelle relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato destinato alla produzione di burger vegetali.

I produttori avranno comunque tre anni di tempo per adeguarsi alla normativa, periodo durante il quale potranno esaurire le scorte di prodotti già etichettati con le vecchie denominazioni.

Le tutele per agricoltori e filiera

Le modifiche al regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli introducono anche nuove misure a sostegno del settore agricolo. Tra le principali novità figura l’obbligo di contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, con l’inserimento di una clausola di revisione che tenga conto dell’andamento dei costi e delle condizioni economiche nel tempo.

Gli Stati membri dell’Unione europea potranno inoltre concedere sostegni finanziari aggiuntivi alle organizzazioni di produttori e alle loro associazioni nell’ambito degli strumenti previsti dalla Politica agricola comune. La riforma stabilisce anche criteri più chiari per l’uso di indicazioni commerciali facoltative come “equo”, “equitativo” e “filiera corta”, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza sia per i produttori sia per i consumatori.

Le critiche delle organizzazioni del settore

La nuova normativa non ha però messo fine al confronto tra istituzioni, industria e associazioni. Diverse organizzazioni del settore alimentare e del mondo vegetariano hanno espresso preoccupazione per le possibili conseguenze della misura.

La coalizione No Confusion, guidata dalla European Vegetarian Union e dall’organizzazione WePlanet, che riunisce centinaia di associazioni e aziende del comparto alimentare, ha definito il divieto “inutile”, chiedendo una valutazione più approfondita sugli effetti economici e giuridici della normativa.

Secondo il responsabile delle politiche pubbliche della European Vegetarian Union, Rafael Pinto, la decisione rischia di creare nuove incertezze nel mercato e potrebbe entrare in contrasto con alcune priorità strategiche dell’Unione europea, come innovazione, competitività e sicurezza alimentare.

Sul piano giuridico, inoltre, non si escludono possibili contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, soprattutto a causa delle differenze linguistiche e delle possibili interpretazioni delle nuove regole.

Il testo dovrà ora essere definito nei dettagli tecnici e successivamente sottoposto al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca e alla plenaria del Parlamento europeo. Solo dopo questi passaggi la nuova disciplina sulle denominazioni dei prodotti vegetali potrà entrare definitivamente in vigore nell’Unione europea.

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