
C’è un modo per affrontare il referendum sulla giustizia senza lasciarsi trascinare dal clima politico del momento: provare a guardare oltre la contingenza, pensando non alla polemica quotidiana ma agli equilibri istituzionali che resteranno nel tempo. È da questo punto di vista che il Sì alla separazione delle carriere dei magistrati può essere considerato una scelta fondata.
Il disagio di molti garantisti
Non sorprende che molti garantisti, pur condividendo in linea teorica la separazione delle carriere, siano tentati dall’astensione o dal No. In molti casi pesa più il rigetto per la retorica politica della destra che un reale dissenso sulla riforma.
Altri sono infastiditi dal fatto che una battaglia tradizionalmente garantista sia stata fatta propria da forze politiche che in passato hanno coltivato un’impostazione opposta, spesso incline al giustizialismo.
Si tratta di perplessità comprensibili. Tuttavia, il giudizio su una riforma dovrebbe restare distinto dal giudizio su chi la propone.
Il referendum non cambierà il clima politico
Un dato va riconosciuto con onestà: l’esito del referendum non determinerà da solo la cultura penale della politica italiana. Che vinca il Sì o il No, il rischio di derive populiste in materia di giustizia non scomparirà. Né il risultato del voto potrà, da solo, arrestare la tendenza alla proliferazione di reati, aggravanti e aumenti di pena che da anni caratterizza il dibattito pubblico.
In altre parole, non bisogna attribuire al referendum effetti miracolosi, né in senso positivo né in senso negativo.
Il nodo centrale: la terzietà del giudice
C’è però un punto che il referendum può incidere davvero: il completamento del principio di parità tra accusa e difesa davanti a un giudice realmente terzo, previsto dall’articolo 111 della Costituzione.
Oggi la separazione tra giudice e pubblico ministero si fonda soprattutto su una presunzione di imparzialità. Con la separazione delle carriere, invece, la terzietà diventerebbe anche oggettiva, rendendo più evidente la distanza tra chi accusa e chi giudica.
Per il cittadino sottoposto a processo, sapere che il giudice non condivide carriera, dinamiche interne e prospettive professionali con l’accusa rappresenterebbe una garanzia in più di imparzialità.
Un cambiamento limitato ma concreto
La riforma non risolverebbe tutti i problemi della giustizia italiana. La separazione delle carriere può essere una condizione necessaria per una giustizia più liberale, ma certamente non è sufficiente da sola.
Tuttavia introdurrebbe alcuni elementi significativi: la distinzione delle carriere, un diverso assetto degli organi di autogoverno e un sistema disciplinare più autonomo.
Non si tratta di una rivoluzione, ma di un passo istituzionale chiaro nel rafforzamento delle garanzie processuali.
Una scelta che guarda al lungo periodo
Il significato più profondo di un eventuale Sì riguarda soprattutto il futuro. Una bocciatura della riforma rischierebbe di rinviare per molti anni qualsiasi intervento strutturale sulla giustizia, consolidando l’attuale assetto.
Al contrario, approvarla significherebbe fissare un punto di riferimento istituzionale utile per chi, prima o poi, vorrà proseguire sulla strada di una riforma liberale della giustizia.
In fondo la scelta non dovrebbe essere guidata dalle convenienze politiche del momento, ma da una prospettiva più ampia. Non solo gli statisti, ma anche i garantisti dovrebbero ragionare pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni.


