
Il diritto internazionale non è uno slogan da agitare quando conviene. È una regola universale che dovrebbe valere sempre, soprattutto quando si parla di guerre, terrorismo e regimi autoritari. Eppure nel dibattito politico italiano accade spesso il contrario. La leader del Partito democratico Elly Schlein continua a evocarlo per attaccare Trump, gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di aver violato le regole della comunità internazionale. Il punto, però, è semplice: se si invoca il diritto internazionale, lo si deve fare sempre. Non soltanto quando serve a colpire l’Occidente. Perché lo stesso diritto che oggi viene brandito contro Washington o Gerusalemme è stato violato per anni dalla Repubblica islamica dell’Iran, il regime degli ayatollah che governa attraverso repressione interna e guerra per procura in tutto il Medio Oriente. Ignorare questo significa trasformare un principio universale in una polemica selettiva. E quando la selezione morale diventa sistematica, il risultato è inevitabile: si finisce per difendere, anche senza dirlo apertamente, un regime che quelle regole le calpesta ogni giorno.
Il diritto internazionale che Teheran viola da anni
La realtà è che l’Iran non è uno Stato qualsiasi nel sistema internazionale. È il principale finanziatore e organizzatore di una rete di milizie armate che operano fuori da qualsiasi quadro legale. Hamas, Hezbollah e altre organizzazioni che combattono contro Israele ricevono da anni armi, denaro e addestramento da Teheran, spesso attraverso la struttura militare dei Pasdaran, la Guardia rivoluzionaria che rappresenta il vero centro di potere della Repubblica islamica. Questo sistema di guerra indiretta è una violazione evidente del diritto internazionale. E non è l’unica. Il regime iraniano ha minacciato apertamente la distruzione di Israele, uno Stato membro delle Nazioni Unite, e ha portato avanti per anni un programma nucleare sospettato di avere finalità militari. Parlare di legalità internazionale senza ricordare questo significa raccontare una storia a metà. Significa dimenticare che Teheran ha costruito negli anni una strategia di destabilizzazione regionale che passa attraverso milizie, missili e terrorismo.
Il regime che reprime le donne e governa con la paura
Ma la questione non riguarda soltanto la politica estera. Il regime degli ayatollah è uno dei sistemi più repressivi del mondo anche all’interno dei propri confini. Le proteste degli ultimi anni lo hanno mostrato con chiarezza drammatica. Migliaia di donne iraniane sono scese in piazza per contestare l’obbligo del velo e la repressione religiosa imposta dal potere teocratico. La risposta del regime è stata brutale: arresti di massa, violenze, condanne e repressione sistematica portata avanti proprio dai Pasdaran e dalla polizia morale. È questo il potere che oggi governa Teheran. Un sistema politico che non tollera opposizione, che controlla la società con la paura e che usa la religione come strumento di dominio. In questo contesto, ogni discorso politico che ignora la natura di quel regime rischia di produrre un effetto paradossale: trasformare una critica all’Occidente in una forma indiretta di protezione politica per una dittatura.
Il paradosso del diritto internazionale evocato a metà
Ma c’è anche un’altra domanda che resta sospesa. Quando Schlein parla di diritto internazionale, di cosa parla esattamente? Se il diritto internazionale coincide con il sistema delle Nazioni Unite, allora bisogna ricordare come funziona davvero quel sistema. Il cuore dell’ONU è il Consiglio di sicurezza, l’organo che dovrebbe garantire la pace globale. Ma quel Consiglio è dominato da cinque membri permanenti con diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Questo significa che qualsiasi decisione può essere bloccata da una sola di queste potenze. E oggi due di queste potenze, Russia e Cina, sono spesso alleate o comunque politicamente vicine all’Iran. In altre parole, il cosiddetto diritto internazionale dipende inevitabilmente dai rapporti di forza tra le grandi potenze. Evocarlo come se fosse un tribunale neutrale che giudica il mondo dall’alto significa ignorare la realtà della politica globale.
Una retorica che rischia di coprire le dittature
È qui che nasce il vero problema politico. Criticare Trump o le decisioni degli Stati Uniti è legittimo. Criticare Israele è legittimo. Ma quando il diritto internazionale viene invocato solo contro le democrazie occidentali e mai contro un regime che finanzia milizie armate, minaccia la distruzione di un altro Stato e reprime le donne, allora quella battaglia perde credibilità. Il rischio è che il diritto internazionale diventi soltanto una formula retorica, buona per i comizi ma scollegata dalla realtà. Ed è qui che nasce la domanda più dura. Quando Schlein invoca il diritto internazionale, parla di una realtà concreta oppure di un principio astratto che esiste solo nei suoi discorsi? Perché se il diritto vale solo contro l’Occidente e non contro gli ayatollah, allora non è più diritto. Diventa semplicemente un argomento politico. E a quel punto restano solo due possibilità: o è ipocrisia, oppure è ingenuità politica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso. Chi oggi brandisce il diritto internazionale contro l’Occidente finisce, consapevolmente o meno, per offrire una copertura morale al regime dei Pasdaran.


